IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

giovedì 28 ottobre 2010

Cosa ci può unire cosa ancora ci differenzia Riflessioni dopo il congresso di Sel


Per lavoro ho potuto seguire il congresso di Sel "de visu". Sicuramente emozionante, sicuramente lievito di un forte spirito di appartenenza. Sicuramente elemento di forte novità. Un po' ecumenico (nel senso che prova a riunire), molto identitario. Abbandono della parola partito - così come storicamente conosciuta - ri/scoperta della comunità (associazione di individui guidata da uno scopo comune. Forma di conduzione di uno stato, città o comunità basata sulla volontà del popolo- demos).

Molte riscoperte, qualche novità. Ma anche tanta vecchia politica riunita (ritrovatasi) nelle pieghe del carisma di Nichi Vendola.

Dico subito che molti passaggi dell'introduzione e delle conclusioni di Vendola mi hanno emozionato e mi hanno fatto riflettere sui miei 35 anni di militanza. Ma questo rientra nella sfera delle riflessioni personali e non le reputo interessanti come spunto per una discussione.

Ma l'emozione deve coesistere con il ragionamento, l'analisi.

Siamo in una situazione nuova. Sono passati 10 anni dai grandi movimenti per la pace, per la difesa dell'articolo 18. Dieci anni dopo Porto Alegre e Genova. Erano stati un imponente movimento di popolo che sinistra (tutta!) non aveva saputo capitalizzare, organizzare. Ma soprattutto salvaguardare e rinnovare.
Oggi, il progredire della crisi e lo scomposto attacco di governo e padronato (scusate la parola ormai desueta) rimettono in primo piano una non mai sopitita questione sociale. Il tentativo - per ora riuscito - di dividere il sindacato e cancellare diritti acquisiti, ci impongono la necessità di trovare e mettere in campo tutte le iniziative unitarie possibili. La lezione che ci arriva da Termini Imerese, Melfi, Pomigliano, dall'isola dei cassaintegrati, dai pastori sardi e - last but not last - dalla manifestazione organizzata dalla Fiom il 16 ottobre scorso, ci impone la costruzione di un percorso realmente unitario. Individuazione e pratica di obiettivi condivisi sono inderogabili: la posta in palio è troppo alta per essere sacrificata su un ben misero orgoglio di partito (io, scusatemi, lo chiamo ancora così). Mentre la sinistra si arrovella trovando tutti i motivi di divisione possibile, fuori c'è un mondo che si muove, si agita, si organizza, protesta. Pensiamo per un momento ai precari, ai ricercatori, a ciò che è accaduto (sta accadendo) a Terzigno, alla raccolta delle firme per il referendum sull'acqua pubblica. Oppure alla cresciuta consapevolezza di moltissimi giovani dell'attualità della lotta alla mafia e alla criminalità organizzata o alle tante forme di lotta individuali o di piccoli gruppi (le salite sui tetti o sulle gru che avevano trovato un po' di visibilità quando erano considerate una semplice curiosità per sparire da video e giornali poi nel momento in cui la pratica diventava diffusa).
Ovvio che in questa situazione - il Pd che non decide mai da che parte sta - un Nichi Vendola che parla con il cuore al cuore diventa emozione collettiva, sogno, utopia possibile (se mi passate l'ossimoro), identità. Pensando ad un vecchio slogan, identificativo negli anni '70 di Lotta Continua, mi vien da dire che Sinistra ecologia e Libertà è uno stato d'animo. Legittimo, forse utile, ma sempre e solo stato d'animo. Uno stato d'animo ancor più comprensibile - e in parte anche condivisibile - pensando come la svolta della Bolognina svuotò l'allora neonato Pds di ogni dimensione di sogno, di utopia, di battaglia politica e ideale per cambiare il mondo. Il patrimonio - probabilmente più - importante del vecchio e caro Partito Comunista veniva buttato a mare, cancellato, annullato. Fortunatamente ha continuato a vivere in molti compagni che hanno continuato in questi anni - brutti e troppo lunghi - e tenerlo vivo cercando di coniugare le battaglie nel presente con una dimensione ideale. Sono tra quelli - pochi? tanti? non lo so - che non si è mai dimenticato che il problema più importante, decisivo, è lottare per cambiare il mondo. O almeno provarci.
E qui trovo uno dei primi elementi di carenza nel congresso. Il concetto di cambiamento è stato affidato tutto e solo alla dimensione onirica. Quantomeno è stato ondivago, indefinito. Per cui a chi debbo credere? Al Vendola del "con Casini mai" o al Vendola del "beh con Casini forse o perchè no". Debbo pensare che c'è un Vendola che parla al cuore e un Vendola che dice cose da leader di governo nell'intervista al Sole 24 Ore. Nulla di grave. Basta saperlo. Voglio dire che le due cose possono e debbono coesistere (poi magari discutiamo sui contenuti dell'intervista al Sole24Ore che in gran parte non mi trovano d'accordo) in chi si candida a leader di governo. Ma per fare questo è indispensabile che inizi un vero percorso di confronto, di unità sulle cose possibili e che ci sia il massimo di chiarezza nel giudizio sulle forze in campo.
Ho faticato a trovare elementi importanti finora su come si concilia la ricerca di un nuovo riformismo e come ciò si collega al problema della trasformazione dello stato (e del mondo). Non a caso sono scomparse dal vocabolario vendoliano parole come comunismo e socialismo, si è abbastanza glissato sui riferimenti internazionali (se non nei grandi temi che non possono certo trovare divisi: la pace, la lotta agli squilibri nord sud,una diversa e più equa distribuzione delle risorse, ecc.), non si è guardato, sul piano organizzativo, alla Linke o al Front de Gauche preferendo la vecchia e rassicurante Spd.
La politica non può essere svuotata dalla sua dimensione ideale. Non può essere cancellata l'idea - almeno per noi popolo  di sinistra -  che è possibile un mondo diverso. La politica è anche emozione. E' il piacere di stare con i tuoi simili, di discutere. La politica è narrazione, perchè ha in se una concezione del mondo, un idea di mondo, un modello di crescita e sviluppo opposto a quello attuale. Non è solo il racconto del mondo, è il mondo. Quello che mi è stato espropriato ieri, oggi Vendola me lo restituisce. O almeno ci prova. E qui cominciano i problemi. La politica, per essere efficace e non mera testimonianza, ha bisogno di strumenti organizzativi. Forse ho concepito sempre il Partito (quello con la P maiuscola) più come la coperta di Linus, che non per quello che dovrebbe essere. E l'idea di comunità mi convince poco. O meglio, mi piace il pensare ad un grande contenitore in cui le varie e diverse anime della sinistra possano coesistere. Faccio più fatica a vederlo nei suoi effetti reali, pur essendomi convinto che questa è l'unica via percorribile per ritrovare un'identità e una forma organizzativa.
Cosa fare? Intanto partire, almeno per una volta, da ciò che unisce e non da ciò che ci divide. Andando per titoli: costruire luoghi comuni per la difesa dei diritti del mondo del lavoro (prossimo obiettivo lo statuto dei lavoratori attraverso - come primo psso - il collegato sul lavoro) e prepararsi alla battaglia refendaria per l'acqua pubblica. Lavoro, diritti (diritto al lavoro, all'istruzione, alla salue, di cittadinanza), difesa dell'ambiente, sono alcuni grandi temi su cui si può e si deve trovare forti momenti di condivisione.
Elezioni, difesa della Costituzione e vecchia politica. Ovvio che in ogni luogo dove sarà possibile si potranno/dovranno costruire liste unitarie della sinistra. Ma non la vedo facile. C'è infatti un convitato di pietra: le primarie. L'adesione senza se e senza ma a questo strumento (che non ci appartiene, che non fa parte del nostro Dna e che mi sembra avere qualche profilo in cotraddizione con la Costituzione) non solo non l'ho capito (e fin qui nulla di male, direte), ma soprattutto lo ritengo dannoso e fuorviante. In primo luogo perchè rientra in quella personalizzazione della politica che combattiamo aspramente. e non può essere che se la fa Berlusconi è mala politica, se la fa Vendola è lo strumento per un nuovo modo di rapportarsi con i cittadini. E poi, e soprattutto, perchè sono convinto che mina profondamente l'architettura costituzionale, introducendo meccanismi da repubblica presidenziale in un ordinamento (fortunatamente) ancora parlamentare. Se vogliamo ritornare alla riaffermazione della sovranità del Parlamento, superando questo becero bipolarismo (che nemmeno, oltrettutto, garantisce la governabilità), è necessario abolire l'attuale legge elettorale, cancellare il nome del candidato leader dalla scheda elettorale. Separare la modifica di fatto della Costituzione, ritornando in un clima costituzionalmente corretto. Anche le primarie fanno parte di questa concezione leaderistica e personalistica della politica. Non possiamo permetterci (e permettere) una visione e una conduzione personalistica, se non addirittura famigliare, della politica.
Lavoriamo per difendere - e attuare - la Costituzione, ma attenzione a introdurre elementi di modifica de facto che rendono prevalente la Costituzione materiale su quella reale. Costruiamo comitati unitari, ridiamo fiato e gambe a quelli già esistenti.
Infine una questione che probabilmente è fisiologica in un nuovo movimento: troppa vecchia politica.
Se Vendola - e credo/spero - gran parte del gruppo dirigente nazionale si è messo in gioco (e anche in discussione), mettendoci - come si  dice - la faccia, nelle varie diramazioni locali ho l'impressione che le cose vadano diversamente. Vedo ancora gruppi chiusi e molto autoreferenziali, in cui la corsa alla poltroncina, allo strapuntino, è prominente  rispetto alla costruzione di un percorso che possa unire i vari spezzoni della sinistra, di essere elemento veramente nuovo e diverso. Di essere elemento unificante (come luogo/ambito, idea) e non di correre per farsi bello agli occhi del partito grande e potente: il Pd. Questa è l'idea che mi sono fatto guardando all'esperienza di Sel a Bologna (ma parlando a Firenza con i compagni mi sembra che di Bologna in giro per l'Italia ce ne siano altre). E' vero, una rondine non fa primavera e un gruppo dirigente locale che si disinteressa di costruire percorsi unitari, non rende settario e chiuso tutto un partito. Ma è comunque il segnale di una situazione che il carisma di Vendola, da solo, non può risolvere. Vedremo se le aperture - ma soprattutto le prospettive - unitarie rilanciate da Vendola a Firenze diventeranno pratica comune, oppure resteranno frasi ci circostanza che in un'occasione ecumenica come il congresso vanno comunque dette.
E' questa probabilmente la vera motivazione che non mi convince a condividere il percorso, almeno per ora, di Sel. Perchè mai dovrei lasciare un partito (Pdci - Federazione) in cui sto conducendo da tempo la battaglia perchè si riaffermino i valori del concetto di trasformazione e l'utopia del sogno di  una società ugualitaria e libertaria (e comunista), per ritrovarmi a fare, in altro luogo e ambito, la stessa battaglia contro gli scivolamenti politicisti, la politica ridotta solo a questione di liste, ruoli, incarichi, funzioni e in cui il cicaleggio pettegolo sovrasta troppo spesso il confronto e la capacità di costruire un giudizio autonomo? Perchè, purtroppo, da questi mali oggi nessuno è esente. Tanto vale che resti dove sono. Il rischio è di trovarmi tra quelli che bussano - come ha detto Vendola nella relazione - e trovano la porta chiusa. E, allora, forse è meglio - almeno per ora - continuare la battaglia per un nuovo modo di fare politica, la dove si è. Se Vendola riuscirà a sconfiggere il conformismo e le zone d'ombra che sono anche in Sel e io, nel mio piccolo piccolo e quasi insignifante ruolo, contribuisco all'ottenimento dello stesso risultato nel mio parito/testimonianza (Pdci), sarà naturale ritrovarsi nello stesso contenitore e percorrere davvero la stessa strada per trasfomare sogno e un'utopia in realtà.

1 commento:

  1. interessante Carlo, non sono stato a Firenze e ti ringrazio della tua analisi e mi sembra che tu abbia colto molto degli aspetti del momento "Vendoliano", continuiamo la lotta....

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