IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

giovedì 28 ottobre 2010

10 minuti del vostro tempo per leggere Lelio Basso, fondatore della patria


da www.controlacrisi.org


Controlacrisi è lieta di proporvi il discorso di Lelio Basso all'assembela costituente del 1947 sulla nostra costituzione, lo facciamo ora perché questo appassionato discorso mostra lo stretto legame tra il senso degli articoli sul lavoro della nostra Carta e il percorso di costruzione della democrazia nel nostro paese.
Di particolare interesse l'accenno critico alle posizioni di Calamandrei, che aveva espresso dubbi proprio sul fatto che il dettato costituzionale non fosse già realizzato, esponendo così la Costituzione all'accusa implicita di essere velleitaria e astratta. la risposta di Basso è illuminante: la Costituzione italiana è una grande Costituzione proprio perché enuncia dei principi fondamentali realizzando i quali è possibile realizzare per davvero una democrazia compiuta, che ovviamente oggi non c'è. Quindi la grandezza della costituzione è che rappresenta un programma politico e di azione e non un elenco, pur bello, di affermazioni di principio assoluto, è il senso più profondo di una carta politica che è il fondamento della nostra patria nata dalla resistenza.
Sono questi principi che tengono insieme un popolo, non i confini, la lingua, la religione, o l'idea malsana del sangue, ed è questa costituzione politica che dobbiamo difendere dall'eversione di una borghesia sempre pronta a mettere i suoi interessi sopra quelli del destino del popolo. Forse a Bonanni e a Sacconi, che contrappongono diritti e lavoro (vuoi il lavoro? rinuncia ai diritti...) invece delle uova occorre tirare copie della costituzione, magari con dentro un fogliettino con queste parole di Lelio basso, padre della Patria.

Buona lettura

Sul progetto di Costituzione della Repubblica Italiana
Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 6 marzo 1947


Il 4 marzo 1947 si aprì all’Assemblea Costituente la discussione generale sul progetto di Costituzione della Repubblica italiana redatto dalla Commissione per la Costituzione, che, riunitasi per la prima volta sotto la presidenza di Meuccio Ruini il 20 luglio 1946 aveva lavorato nei mesi successivi ripartita in tre Sottocommissioni (diritti e doveri dei cittadini; ordinamento costituzionale della Repubblica; diritti e doveri economico-sociali) fino al 31 gennaio 1947, quando il testo del progetto era stato presentato all’Assemblea corredato dalla relazione di Meuccio Ruini. La discussione generale sul progetto di Costituzione della Repubblica italiana si concluse nella seduta del 12 marzo 1947.

[...] Di là dall’individualismo del Settecento, di là da questa concezione un po’ gretta, un po’ chiusa, un po’ egoistica, che un filosofo tedesco, uno studioso proprio dello spirito borghese, il Tillich, chiamava “finita in sé conchiusa e soddisfatta”, di là da quelle vecchie concezioni è nata una nuova coscienza, è nata una nuova esperienza, è nata una nuova concezione della vita del mondo ed è nata dalla esperienza di vita della classe operaia.
L’operaio che vive oggi nella grande fabbrica, l’operaio che vive oggi nella disciplina della divisione del lavoro, l’operaio che fa continuamente la stessa vite, lo stesso dado, la stessa molla, sa che la sua vite, sa che il suo dado, sa che la sua molla non hanno alcun senso, presi in sé stessi; ma che fanno parte del lavoro collettivo. L’operaio sa che il suo lavoro, la sua opera, la sua stessa vita, assumono un valore nell’armonia dello sforzo collettivo. L’operaio sa che la macchina che esce dalla sua officina non è una somma di pezzi freddi e uguali, ma è l’armonia dell’opera complessiva, sa che la macchina non è una semplice somma di viti o di dadi, ma che le viti e i dadi hanno un senso in quanto sono parti della macchina.
Ed è da questa esperienza che nasce la nostra esperienza; oggi la società non si può considerare una somma di individui, perché l’individuo vuoto non ha senso se non in quanto membro della società. Nessuno vive isolato, ma ciascun uomo acquista senso e valore dal rapporto con gli altri uomini; l’uomo non è, in definitiva, che un centro di rapporti sociali e dalla pienezza e dalla complessità dei nostri rapporti esso può soltanto trovar senso e valore.
E allora anche le nostre concezioni politiche e giuridiche assumono un significato diverso. Non si tratta più di contrapporre l’individuo allo Stato, intesi quasi come entità astratte e lontane l’una dall’altra. Si tratta di realizzare invece la vita collettiva dalla effettiva partecipazione di tutti i membri.
Ecco allora il senso dell’espressione dell’articolo primo del nostro progetto, che è per questa parte opera mia, e che l’onorevole Calamandrei citava l’altro giorno, là dove si dice che la “Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; appunto, perché oggi non concepiamo più l’uomo come individuo contrapposto allo Stato, ma, al contrario, concepiamo l’individuo solo come membro della società, in quanto centro di rapporti sociali, in quanto partecipe della vita associata. La Repubblica, espressione della vita collettiva, trae il suo senso e il suo significato solo dalla partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale.
Ed ecco anche il senso del lavoro, inteso come fondamento della Repubblica; altra espressione che è stata criticata. Perché noi non facciamo, e non vogliamo fare, una Repubblica di individui, ma vogliamo fare non una Repubblica di individui astratti, una Repubblica di cittadini che abbiano solo una unità giuridica, vogliamo fare la Repubblica, lo Stato in cui ciascuno partecipi attivamente per la propria opera, per la propria partecipazione effettiva, alla vita di tutti. E questa partecipazione, questa attività, questa funzione collettiva, fatta nell’interesse della collettività, è appunto il lavoro; e in questo, penso, il lavoro è fondamento e la base della Repubblica italiana.
Ed ecco perché noi pensiamo che sia errata la concezione a cui parecchi colleghi si sono sovente ispirati nella redazione degli articoli, e che si trova nel progetto della nostra Costituzione che la democrazia si difende, e si difende la libertà, e si difendono i diritti del cittadino, limitando i diritti dello Stato, limitando l’attività o le funzioni dello Stato. Concezione che si inspira sempre a quella che noi riteniamo una contrapposizione superata fra individuo e Stato. Noi pensiamo che la democrazia si difende, che la libertà si difende non diminuendo i poteri dello Stato, non cercando di impedire o di ostacolare l’attività dei poteri dello Stato, ma al contrario, facendo partecipare tutti i cittadini alla vita dello Stato, inserendo tutti i cittadini nella vita dello Stato; tutti, fino all’ultimo pastore dell’Abruzzo, fino all’ultimo minatore della Sardegna, fino all’ultimo contadino della Sicilia, fino all’ultimo montanaro delle Alpi, tutti, fino all’ultima donna di casa nei dispersi casolari della Calabria, della Basilicata. Solo se noi otterremo che tutti effettivamente siano messi in grado di partecipare alla gestione economica e politica della vita collettiva, noi realizzeremo veramente una democrazia.
E questo è il senso profondo, onorevole Calamandrei, degli articoli sul lavoro, che ella e molti altri colleghi hanno criticato; ella in forma particolare, quasi con spavento, dicendo che questi articoli sono formulati in modo che i cittadini domani, leggendo la Carta costituzionale, potrebbero dire: “Non è vero”. Certo, non è vero oggi che la democrazia italiana, che la Repubblica italiana sia in grado di garantire a tutti il lavoro, che sia in grado di garantire a tutti un salario adeguato alle proprie esigenze familiari; ma il senso profondo di questi articoli nell’armonia complessa della Costituzione, dove tutto ha il suo significato, e dove ogni parte si integra con le altre parti, sta proprio in questo: che finché questi articoli non saranno veri, non sarà vero il resto; finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non sarà garantita a tutti la libertà; finché non vi sarà sicurezza sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizzeremo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia.
Non posso dire che questa concezione, che abbiamo cercato di difendere, e che forse è apparsa talvolta frammentaria o dispersa nella redazione dei vari articoli, sia stata tenuta presente completamente e si trovi nel testo che ci viene sottoposto.
Certo, vi sono alcuni progressi sensibili sulla via di questa effettiva partecipazione di tutti i cittadini alla gestione degli interessi collettivi.
È rimasto, ancorché corretto ed attenuato, l’articolo che io avevo proposto, e che si trova ora al capoverso dell’articolo 7, che dice: “È compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza degli individui, eccetera”. Questo articolo è rimasto, ma, non so come, modificato. Il testo del mio articolo era il seguente: “Rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza di fatto degli individui”, appunto per mettere in evidenza il contrasto fra i diritti e la realtà vissuta. Su questa via della effettiva partecipazione di tutti, qualche altra cosa si ritrova nella Costituzione: per esempio, un maggiore riconoscimento, direi un riconoscimento integrale, della eguaglianza della donna, e questo principio è affermato anche laddove si ammette la partecipazione della donna nell’ordine giudiziario. Ma, nel complesso, non direi che questo sia stato lo spirito che si è tenuto presente in tutta la Costituzione. Non era certamente presente quando si è redatto l’articolo 30, dove si dice che la Repubblica provvede con le sue leggi alla tutela del lavoro. È una espressione un po’ paternalistica, questa; comunque, se io sono riuscito a rendere bene il senso della nostra concezione, è chiaro che quello che noi desideriamo è che il lavoro sia finalmente soggetto e non oggetto della storia; che i lavoratori siano finalmente i veri protagonisti della vita politica; è chiaro che non si tratta di una Repubblica che dall’alto tutela il lavoro, ma piuttosto di un lavoro che ha conquistata la propria maggiorità e che permea di sé stesso gli istituti della nuova Repubblica italiana.
È sempre su questo piano, di una più completa e più reale partecipazione di tutti alla vita collettiva, che io direi che l’ordinamento regionale non segna un vero progresso. È certamente vero che le autonomie locali, in quanto avvicinano i cittadini ai problemi collettivi, in quanto portano i cittadini a partecipare più intimamente alla vita pubblica, rappresentano una educazione all’autogoverno, ma è pure certamente vero che il sottrarre alla competenza dello Stato e deferire a quella della Regione determinate materie – per quelle Regioni che sono più arretrate ed in cui questo processo di partecipazione effettiva di tutti alla gestione della vita pubblica non è ancora avvenuto – può indubbiamente rappresentare un regresso.
Ed in questo senso credo che molti tentativi che sono stati fatti per giustificare certe forme di bicameralismo non possono essere accolti. Si è tentato sovente, e si è tentato anche in questa Assemblea, di parlare di rappresentanze di interessi, economici e professionali, ora di interessi locali, ora regionali, eccetera, per giustificare l’esistenza di una seconda Camera; in realtà, appunto perché noi non crediamo che si possa parlare di un cittadino, di un individuo nel vecchio senso, concepito come un’ipotesi politica, distinto dalla sua forma economica, ma crediamo che si debba sempre parlare soltanto dell’uomo, che vive nella società, come centro di confluenza di tutti i rapporti, dell’uomo che vive della interezza di questi rapporti, noi pensiamo che l’uomo manifesta il proprio voto politico, esprime il proprio voto in quanto esso è al centro di tutta questa vita concreta, e non lo esprime di volta in volta, ora come uomo politico, ora come economico.
E sempre su questa strada, credo che sia una lacuna veramente profonda nella nostra Costituzione, proprio nel senso in cui noi sentiamo ed intendiamo il progresso della democrazia, come partecipazione sempre più attiva, sempre più effettiva e concreta, di tutti alla vita pubblica, il silenzio totale sui partiti politici, che rappresentano un grande passo avanti della vera democrazia.
Noi sentiamo spesso criticare quello che oggi si chiama il governo dei partiti, la democrazia dei partiti, che qualcuno chiama la dittatura dei partiti. Si dice che esso ha ucciso il Parlamento. Ed indubbiamente la vita dei partiti ha ucciso certi aspetti della vita parlamentare, ma noi crediamo che ciò sia stato un progresso. Ha ucciso il trasformismo, ha ucciso la dittatura personale alla Giolitti, ha ucciso le facili crisi che caratterizzano soprattutto certe forme di democrazia parlamentare francese, quando la vita parlamentare non aveva dietro di sé il controllo della vita dei grandi partiti.
Ma noi pensiamo che proprio attraverso la vita dei partiti si correggono questi difetti della vita parlamentare, perché non si tratta più dell’opinione del singolo deputato che può mutare di volta in volta, secondo le combinazioni parlamentari o magari le manovre di corridoio. Si tratta di grandi partiti che hanno la responsabilità di grandi masse, di milioni di elettori che sanno che ogni loro gesto, ogni loro atteggiamento politico, ogni loro decisione implica la responsabilità di milioni di cittadini, e che sanno altresì che ogni loro errore può costare caro sul piano dell’influenza che il Partito ha nella vita del Paese. Non c’è dubbio che in questo senso la vita dei partiti, l’esistenza dei grandi partiti rappresenta un notevole progresso della democrazia, perché dà un maggior senso di responsabilità e quindi una maggiore stabilità alla vita politica e trasforma conseguentemente l’istituto parlamentare. Ma anche in altro senso, la vita dei partiti è un progresso per la democrazia, perché oggi non accade più che il cittadino, chiamato alle urne per eleggere i propri rappresentanti, compia la manifestazione della sua volontà politica ogni quattro o cinque anni a seconda della durata del mandato parlamentare, e poi sia costretto a rimettersi a quello che faranno i suoi mandatari. Oggi il cittadino che deve occuparsi di politica, che vuole veramente partecipare all’esercizio della sovranità popolare, lo può fare ogni giorno, perché attraverso la vita del suo Partito, la sua partecipazione all’organismo politico cui aderisce, egli è in grado di controllare giorno per giorno, d’influire giorno per giorno sull’orientamento politico del suo Partito e, attraverso questo, sull’orientamento politico del Parlamento e del governo.
È un esercizio direi quotidiano di sovranità popolare che si celebra attraverso la vita dei partiti, e i partiti di massa sono veramente oggi la più alta espressione della democrazia, perché consentono a milioni di cittadini di diventare ogni giorno partecipi della gestione politica della vita del Paese. [...]

Il testo è estratto da Scritti Scelti - Edizione Punto Rosso - Il presente come storia. Ottobre 2009 

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