Da https://sites.google.com/site/sentileranechecantano/news/2011/gennaio-2011/13-gennaio-2011
La Consulta demolisce il legittimo impedimento. Il Pdl (salvo Ghedini) grida al golpe, mentre la Lega parla di "corte ostile". Berlusconi ufficialmente tace. E adesso nei suoi processi punta alla prescrizione
Il presidente del Consiglio tornerà presto nelle aule di tribunale. Con 12 voti a favore e tre contro la Consulta ha in parte bocciato e in parte interpretato la legge sul legittimo impedimento. La Corte Costituzionale ha posto diversi paletti al provvedimento nato per mettere al riparo il premier dalla ripresa dei suoi tre dibattimenti (Mills, Mediaset e Mediatrade). Saranno i giudici a decidere caso per caso se l'eventuale impedimento a comparire in udienza presentato dal premier sia valido o meno. Di fatto si torna alla situazione antecedente alla legge ad personam voluta dal centrodestra per impedire che il presidente del Consiglio e tutti i ministri venissero giudicati. Anche in Italia la legge resta uguale per tutti. Ma Sandro Bondi parte all'attacco: "Siamo di fronte al rovesciamento dei cardini non solo della nostra Costituzione ma anche dei principi fondamentali di ogni ordine democratico (leggi l'articolo) E sulla sentenza si scatena la bagarre politica
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Legittimo impedimento, bocciato in parte
Premier: no comment, Pd: Costituzione confermata
LA DIRETTA
Bindi: Da Consulta decisione equilibrata
''Da parte della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento c'e 'stata una decisione equilibrata''. Lo ha detto Rosy Bindi nel corso della registrazione della puntata di Porta a Porta che verra' trasmessa stasera. Il Presidente del Pd ha negato che nella riunione della Direzione del partito ci siano stati ''particolari applausi'' quando e' arrivata la notizia della decisione della Consulta. ''La Corte Costituzionale ha ammesso - ha aggiunto Bindi - la validita' dell'azione di governo come impedimento per partecipare ad un'udienza. Ma noi avevamo contestato l'automatismo contenuto nella legge. Il fatto che la Corte Costituzionale abbia restituito al giudice la valutazione nel merito ha ristabilito - ha concluso Bindi - un equilibrio tra i poteri''.
Alfano: la Corte conferma la funzione del Governo"È una sentenza che conferma il principio, contenuto nella legge, che l'esercizio della giurisdizione deve tenere conto della funzione di governo''. Cosi' il ministro della Giustizia Angelino Alfano commenta la sentenza della sentenza della Consulta. ''Vi sono, infatti, casi specifici e tipici in cui chi Š chiamato a governare può legittimamente far prevalere gli impegni di governo rispetto al processo cui sarebbe chiamato. Ciò - sottolinea il ministro - senza estinguere il processo stesso o fare decorrere il tempo della prescrizione''.
Palazzo Chigi: no comment di Berlusconi
Palazzo Chigi ha diramato una nota ufficiale: Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non intende commentare. È quindi infondata la precendente notizia che riportava le parole del premier.
Premier: compromesso accettabile
Guardiamo il bicchiere mezzo pieno. Cosi' il premier Silvio Berlusconi, a quanto riferiscono i suoi piu' stretti collaboratori, ha commentato la sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato parzialmente il legittimo impedimento, definendola ''un compromesso accettabile''. Il presidente del Consiglio, spiegano le stesse fonti, si attendeva un esito di questo tipo e ha ribadito che la decisione non influenzera' in alcun modo l'esecutivo: sono tranquillo, andiamo avanti, avrebbe detto il Cavaliere.
Il Pd: «Riconfermati puntualmente i principi costituzionali»
''Altro che sovvertiti, direi invece riconfermati puntualmente i principi costituzionali a cui deve ispirarsi il legislatore''. Lo afferma il senatore del Pd Francesco Sanna, che critica le affermazioni del ministro Bondi sulla sentenza della Consulta. ''Lo si legge - sottolinea - in modo chiaro e sintetico nel comunicato della Corte, quando indica nella violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione i motivi della illegittimita' dell'impedimento 'automatico' del Presidente del Consiglio a partecipare ai processi penali. Uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (articolo 3), ma anche riaffermazione, con il richiamo all'articolo 138, della necessita' di una norma di rango costituzionale per fondare nuove prerogative o immunita'''. Secondo il senatore del Pd che fa parte della commissione Affari Costituzionali ''si leggono in queste motivazioni argomenti abbondantemente presenti nel dibattito parlamentare sul legittimo impedimento e alla base delle ragioni della ferma opposizione del Partito Democratico''.
Di Pietro: Consulta lascia scappatoia, referendum
"La sentenza della Consulta sul legittimo impedimento ha lasciato in piedi un comma che deve essere abbattuto con il referendum altrimenti dal giudice Berlusconi non ci andrà mai". Lo dice il leader dell'Idv Antonio Di Pietro commentando con i giornalisti alla Camera la decisione della Corte Costituzionale che ha in parte bocciato la legge sul legittimo impedimento. Avendo riconosciuto "che costituisce legittimo impedimento qualsiasi attività preparatoria e consequenziale, nonchè ogni attività comunque coessenziale alle funzioni di governo - spiega l'ex pm - è stata lasciata una scappatoia al premier, la Consulta ha fatto rientrare dalla finestra ciò che era stato fatto uscire dalla porta da parte della Corte stessa". "Conoscendo Berlusconi - ha attaccato Di Pietro - anche quando andrà in bagno dirà che è un'attività consequenziale a quella di governo" e "da parte del giudice è invalutabile se l'attività è davvero preparatoria e coessenziale". "Insomma - ha concluso - si va a referendum".
Lega: Sentenza non blocca azione Governo
"La sentenza della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento non bloccherà l'azione del Governo. Il cammino delle riforme prosegue con i tempi e i modi già stabiliti e per la Lega non cambia nulla. Dalla Corte Costituzionale non c'era da aspettarsi altro: sapevamo benissimo che la maggioranza dei giudici della Corte ha un atteggiamento ostile nei confronti dei provvedimenti voluti da questo governo. Ma non c'è sentenza della magistratura che può bloccare l'azione dell`esecutivo". Lo dichiarano in una nota congiunta i capigruppo della Lega di Camera e Senato, Marco Reguzzoni e Federico Bricolo.
Bondi: la sentenza della Consulta rovescia i cardini dell'ordine democratico''Oggi la Consulta ha stabilito la superiorità dell'ordine giudiziario rispetto a quello democratico, rimettendo nelle mani di un magistrato la decisione ultima in merito all'esercizio della responsabilità politica e istituzionale''. Lo afferma il ministro Sandro Bondi, coordinatore del Pdl. ''Siamo di fronte al rovesciamento dei cardini non solo della nostra Costituzione, ma dei principi fondamentali di ogni ordine democratico'', conclude.
Bocciata certificazione P.Chigi e rinvio udienza fino a 6 mesiLa Consulta avrebbe bocciato la certificazione di Palazzo Chigi sull'impedimento e l'obbligo per il giudice di rinviare l'udienza fino a sei mesi, dichiarando illegittimo il comma 4 dell'art.1 della legge 51 del 2010. E avrebbe bocciato in parte il comma 3, affidando al giudice la valutazione del 'legittimo impedimento'.
"Il giudice valuti su impegni premier"
La Consulta avrebbe inoltre fornito una interpretazione del comma 1, ritenendolo legittimo solo se, nell'ambito dell'elenco di attività indicate come impedimento per premier e ministri, il giudice possa valutare l'indifferibilità della concomitanza dell'impegno con l'udienza, nell'ottica di un ragionevole bilanciamento tra esigenze della giurisdizione, esercizio del diritto di difesa e tutela della funzione di governo, oltre che secondo un principio di leale collaborazione tra poteri.
La Consulta: bocciato in parte legittimo impedimentoI 15 giudici hanno deciso: un giudizio arrivato dopo una discussione durata l'intera mattinata e ripresa nel pomeriggio.
Il popolo Viola e con lo spumante "Stappiamo l'Italia"ll popolo viola esulta dopo la diffusione della notizia di una parziale bocciatura della legge sul legittimo impedimento. Il leader del movimento Gianfranco Mascia stappa una bottiglia di spumante con l'etichetta 'stappiamo l'Italia': «credo che questa parziale bocciatura sia un fatto positivo - dice Mascia - noi intanto festeggiamo e in ogni caso poi ci sarà il referendum».
Consulta sospende camera di consiglioLa camera di consiglio della Corte costituzionale, chiamata ad esprimersi sulla costituzionalità della legge in materia di legittimo impedimento, ha sospeso i lavori. La seduta della Consulta riprenderà alle 15.30.
Sentenza forse già nel primo pomeriggioI giudici della Corte costituzionale sono riuniti in camera di consiglio dalle 9,30 per decidere sulla costituzionalità della legge sul 'legittimo impedimentò. Ai cronisti che attendono davanti a Palazzo della Consulta un addetto fa sapere che la Corte continuerà la discussione fino a circa l'ora di pranzo e che dopo una breve pausa tornerà a riunirsi nuovamente alle 16. La sentenza potrebbe uscire anche subito dopo.
Urso, Fli: rispettare la sentenza
«Per remare tutti dalla stessa parte occorre innanzitutto non lacerare il Paese. Qualunque sia la sentenza della Corte costituzionale mi auguro che sia rispettata. Lo ha detto il coordinatore di Futuro e libertà Adolfo Urso, ospite della trasmissione Omnibus, su La7.
Bonaiuti: decisione non influirà su stabilità governo
La decisione della Consulta sul legittimo impedimento «non influirà sulla stabilità del governo». Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, ospite della trasmissione Omnibus su La7. Nel caso in cui la Corte costituzionale dovesse bocciare il legittimo impedimento, ha aggiunto Bonaiuti, «non scatta la campagna elettorale perchè c'è un sacco di riforme ancora da fare e il Paese sta uscendo da questa crisi».
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I quindici giudici della Consulta sono entrati da pochi minuti in camera di consiglio per decidere sulla costituzionalita' del 'legittimo impedimento', la legge che almeno fino all'ottobre prossimo mette al riparo il premier Silvio Berlusconi dalla ripresa dei tre processi a suo carico (Mills, Mediaset e Mediatrade). Secondo i giudici di Milano lo 'scudo' violerebbe l'art.138 della Carta (necessita di una legge costituzionale) e 3 (principio di parita', e irragionevole sproporzione tra diritto di difesa ed esigenze della giurisdizione).
La decisione della Corte dovrebbe arrivare in giornata. Ieri la Consulta ha dichiarato ammissibile, tra gli altri, il referendum promosso dall'Idv per cancellare 'in toto' il 'legittimo impedimento' (legge 51 dell'aprile 2010). Ma il destino della consultazione popolare sul quesito promosso dal partito di Di Pietro dipendera' dalla decisione che oggi la Corte prendera' sulla legittimita' della legge. Se infatti la Consulta dovesse bocciarla del tutto, allora niente referendum, che invece ci sarebbe senz'altro in caso di sentenza interpretativa di rigetto oppure di un verdetto di inamissibilita' o infondatezza dei ricorsi. Il voto sarebbe in forse se la Consulta bocciasse lo 'scudo' solo in parte: in questo caso spetterebbe all'Ufficio centrale della Cassazione valutare se sussista ancora l'interesse alla consultazione referendaria.
Il palazzo della Consulta e' off limits a giornalisti, operatori tv e fotografi che - come accadde nell'ottobre del 2009, quando la Corte Costituzionale boccio' il 'lodo Alfano' - hanno cominciato a radunarsi davanti al portone principale gia' da stamattina presto. Nel primo pomeriggio, verso le 15, sempre nelle vicinanze del palazzo adiacente al Quirinale, e' previsto un presidio del Popolo Viola che si e' dato appuntamento pronto a ''festeggiare - dicono - nel caso finalmente si decida che il principio 'la legge e' uguale per tutti' valga anche per Berlusconi''.
Rossana Rossanda: Lettera al Presidente della Repubblica
All' on. Giorgio Napolitano
Presidente della Repubblica
Signor Presidente,
non credo di mettere in causa l'esercizio del Suo mandato al di sopra delle parti politiche e sociali, chiedendoLe, da semplice cittadina che ha avuto, anche se solo per età, il privilegio di seguire il lavoro dei costituenti, di voler intervenire con un richiamo al paese su quel che la Costituzione prescrive in tema di diritti sindacali. Gli articoli 39 e 40 infatti non sono, come può constatare anche una non giurista, principi ottativi che testimoniano di un indiscutibile spirito dei costituenti ma cui, per mancanza delle articolazioni successive, un cittadino non si può appellarsi per veder riconosciuto un suo diritto. Sono del tutto inequivoci e la loro attuazione è stata regolamentata dalle leggi.
Ora, ferma restando la libertà di opinione dell'attuale amministratore delegato della Fiat che si propone di mutare le relazioni industriali del paese, è legittimo che egli decida della libertà sindacale nella sua azienda contro il dettato costituzionale? Non credo. L'art. 39 della Costituzione più chiaro di così non potrebbe essere: l'organizzazione sindacale è libera e nessuna legge la può impedire salvo l'obbligo per i sindacati di essere registrati. Una volta registrato un sindacato ha personalità giuridica e rappresenta i suoi iscritti ed è in grado di stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria alla quale il contratto si riferisce.
Non sono in grado di sapere se sia ammissibile che una azienda privata possa obbligare i dipendenti a un referendum che, se proposto su scala nazionale, la Corte Costituzionale non ammetterebbe. Ma mi permetto di chiederLe se giovi al clima politico che Lei auspica che nella maggiore azienda italiana si indica un referendum fra lavoratori su un «accordo» con la proprietà che preveda la sospensione di alcuni diritti sindacali di fondo, come quello di sciopero garantito dall'art. 40 e dalle successivi leggi di attuazione. E se anche si considera che tale referendum possa essere tenuto, è legittimo che in quell'accordo si dichiari che il sindacato che non lo avesse firmato sarà interdetto di ogni attività nell'azienda? So che alcuni sindacati si appellano al non particolarmente trasparente art.19 dello Statuto dei lavoratori, per negare tale diritto a un sindacato che senza osteggiare il referendum dichiara di non approvarne l'oggetto, ma la loro interpretazione è quanto meno assai discutibile.
Sarebbe prezioso che Lei, la cui imparzialità nei confronti delle diverse parti sociali nessuno può negare, intervenisse su questo aspetto decisivo dei diritti indisponibili del cittadino, richiamando tutti allo spirito e alla lettera della nostra legge fondamentale. Se la possibilità di agire d'un sindacato, fra l'altro ad oggi il più fortemente rappresentativo, è messa in causa nella maggiore azienda italiana, cade uno dei diritti fondamentali che distinguono una democrazia da una dittatura. Per questo esso sta a cuore ad ognuna e ognuno di noi, e sono certa che Lei condivide questa preoccupazione.
Voglia scusare l'irritualità di questo mio rivolgersi alla Sua persona, e, in attesa d'un suo cenno, La ringrazio fin d'ora per l'ascolto.
FONTE: Il manifesto, 13 gennaio 2011
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Durissimo intervento del leader Cgil Susanna Camusso a poche ore dal referendum di Mirafiori
"Ingiusto scaricare le scelte sui lavoratori, quello che succede in Fiat è un vulnus alla democrazia"
"Ingiusto scaricare le scelte sui lavoratori, quello che succede in Fiat è un vulnus alla democrazia"
"Ci abbiamo messo molti anni a introdurre democrazia e libertà nei luoghi di lavoro e questo appare a noi un grande arretramento". Le parole di Susanna Camusso aprono una due giorni decisiva per il futuro dell'industria italiana: da questa sera, infatti, 5.500 dipendenti dello stabilimento Fiat di Mirafiori sono chiamati a esprimersi sull'accordo sottoscritto prima di Natale da Sergio Marchionne e i sindacati, ad eccezione della Fiom. "L’impostazione della vertenza - prosegue il leader Cgil - rende tutto un po’ incredibile, soprattutto l'idea che bisogna costruire fabbriche come caserme autoritarie. Se gli imprenditori decidono per i lavoratori è il segno che il Paese si sta facendo rotolare” video di Lorenzo Galeazzi
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Camusso: «La Fiom resterà in fabbrica»
«La Fiom - ha sottolineato Susanna Camusso a margine delle giornate dell'economia cooperativa organizzate presso il sole 24 ore - è una grande organizzazione con migliaia di iscritti e non viene cancellata così, evitiamo di attribuire all'a.d. di fiat il potere di cambiare la storia, le tradizioni del nostro paese».
«BERLUSCONI ABDICA AL SUO RUOLO»
A chi le chiedeva se si aspettava l'affermazione del presidente del Consiglio relativa alle «buone ragioni» per la Fiat di abbandonare Torino in caso di vittoria del no al referendum sull'accordo di Mirafiori, Camusso ha replicato a margine di un convegno organizzato dalla Lega delle Cooperative: «No, non me lo aspettavo, perchè in un paese normale un governo, di fronte a una impresa che vuole fare investimenti, avrebbe fatto tutto diversamente». Secondo la segretaria generale della Cgil l'esecutivo avrebbe dovuto «chiamare l'impresa e verificare gli investimenti». «Non avendo fatto tutto ciò invece si fa spettacolo e, se si guarda la coreografia, lo si fa proprio di fianco alla presidente di un paese che ha detto di no (a Marchionne, ndr) perchè non dava abbastanza garanzie», ha proseguito parlando della cancelliere Angela Merkel e delle trattative, tramontate, per l'acquisto di Opel da parte della Fiat.
A chi le chiedeva se davvero in caso di vittoria del no reputasse che la Fiat possa lasciare Torino, Camusso ha replicato secca: «Domandatelo al presidente del Consiglio che da tempo ha abdicato dal fare il suo mestiere». Riguardo al referendum e alle previsioni sull'esito,«rispettiamo i lavoratori che debbono decidere autonomamente sul loro futuro, è una scelta difficile e non si può trasformare in una partigianeria», ha concluso. «Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi fa spettacolo e ha abdicato al suo mestiere», ha detto la Camusso.
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Fiat, dalle 22 il voto a Mirafiori. Camusso: "Fiom resterà comunque"
Le urne si chiuderanno domani alle 18,45. Il segretario della Cgil attacca ancora Berlusconi: "Fa spettacolo e abdica suo mestiere". Bersani: "Lavoratori lasciati soli". I Consumatori: "Pronti a boicottare produzioni". Deserte le assemblee del fronte del sì
Le urne aprono dunque nel fuoco delle polemiche. "Comunque vadano le cose la Fiom tornerà sicuramente in fabbrica", ha affermato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Dopo le parole di ieri di Silvio Berlusconi che, schierandosi apertamente con Marchionne, aveva affermato che ci sono buoni motivi per Fiat per lasciare l'Italia, il leader della Cgil, aveva rivolto una dura replica 3 e oggi torna all'attacco: "Berlusconi fa spettacolo e abdica al suo mestiere". Stessa reazione del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che ritiene "vergognose" le parole del premier: "È incredibile la solitudinea cui sono stati lasciati i lavoratori e i sindacati, in un Paese in cui le stock option galoppano, l'evasione è al massimo, le riforme professionali sono state affidate agli ordini professionali - ha sottolineato Bersani -. Non possiamo affrontare questo problema della Fiat come se fossimo delle tifoserie di Inter o Milan. Ieri Berlusconi avrebbe dovuto farsi spiegare dalla Merkel come ha gestito la crisi dell'auto e della Opel. Obama ha fatto lo stesso e Sarkozy ha fatto lo stesso. Solo Berlusconi è stato con le mani conserte".
LO SPECIALE SUL REFERENDUM A MIRAFIORI 4
Le assemblee informative. L'assemblea informativa convocata dai sindacati firmatari dell'intesa sul piano di rilancio di Mirafiori è andata praticamente deserta. "Quella di oggi era un po' una scommessa - spiega il segretario Fim di Torino, Claudio Chiarle commentando la mancata partecipazione-. Non è facile portare in assemblea i lavoratori al di fuori dall'orario di lavoro e fuori dallo stabilimento, ma era un'iniziativa necessaria perché le assemblee retribuite in fabbrica sono diventate luoghi di non democrazia dove gruppi di contestatori impediscono a chi vuole ascoltare di poterlo fare. Ciò che conta comunque è vincere il referendum e questo capiterà". Diversa la scelta Fiom, che ha tenuto l'assemblea in fabbrica: "C'è stata grande partecipazione - dice il segretario Maurizio Landini - serenità, voglia di capire. Sull'esito del voto non facciamo previsioni, non è un referendum libero, ma un plebiscito. La Fiom farà tutto ciò che è possibile, sul piano sindacale e giuridico, contro un modello di accordo che è inaccettabile".
Critiche Fim e Uilm a Berlusconi. Anche la Fim ha criticato Berlusconi e il suo giustificare le aziende che lasciano l'Italia: "Il premier fa parte di quelli che non conoscono l'accordo - ha detto il segretario della Fim torinese, Claudio Chiarle - . Affermazioni del genere non aiutano, specie il fronte del sì". Chiarle si è detto fiducioso sull'esito del referendum, affermando che "il vero problema è che il sì rappresenta la prospettiva, il no è il declino industriale. Il risultato sarà però il punto di partenza e bisognerà riflettere su cosa fare dopo, quando comincia la fase di gestione dell'accordo". Dichiarazioni sbagliate anche secondo Eros Panicali, responsabile nazionale auto della Uilm: "Per la funzione che ricopre - dice Panicali - , un presidente del consiglio non deve tifare per una parte ma preoccuparsi per ciò che succede nel Paese. Se non passa il sì sarà dura per il Paese e il premier dovrebbe preoccuparsi di quello che potrebbe succedere in Italia".
Camusso: "Fabbriche come caserme". Sul caso Fiat è tornata anche il segretario generale della Cgil: "È l'impostazione della vertenza che rende tutto un po' incredibile - dice Susanna Camusso - e soprattutto questa idea che bisogna costruire fabbriche come caserme, fatte come caserme autoritarie. Ci abbiamo messo molti anni a introdurre democrazia e libertà nei luoghi di lavoro e questo appare a noi un grande arretramento. Si sta costituendo un vulnus alla democrazia". Tornando alle dichiarazioni di Berlusconi, Camusso ha aggiunto che "in un Paese normale, un governo, di fronte a un'impresa che vuol fare investimenti avrebbe chiamato l'impresa, verificato gli investimenti. Non avendo fatto tutto ciò, invece si fa spettacolo". Alla domanda se ritenga credibile la chiusura di Mirafiori in caso di vittoria del no al referendum, Camusso ha replicato: "È una domanda che farei al presidente del Consiglio, che da tempo ha abdicato al suo mestiere".
Consumatori: "Pronti a boicottare produzioni". ''Troviamo le dichiarazioni del premier sulla questione Fiat del tutto inaccettabili. Non solo perché, per quanto riguarda gli aspetti contrattuali in discussione, ha deciso di sposare interamente una sola parte in causa, come al solito, quella più potente, ma anche perché, così facendo, avalla l'ipotesi di espatrio di una produzione così importante per il nostro Paese". Così la dichiarazione congiunta di Adusbef e Federconsumatori che annunciano, "qualora si dovessero protrarre gravi iniziative di lesione di diritti costituzionalmente garantiti", di essere pronte alla denuncia, "ma anche a vere e proprie iniziative di boicottaggio di quelle produzioni''. ''Piuttosto che uscirsene con 'sparate'' degne di chi nutre disprezzo verso il nostro Paese - si legge nella nota - , sarebbe stato decisamente più produttivo ed appropriato che il capo del governo avesse agevolato, come suo compito, un confronto serio e sereno sul piano industriale, promuovendo gli investimenti necessari allo sviluppo della produzione".
Bersani: "Rispettiamo il voto, governo inerte". "Seguiamo con rispetto questa consultazione che ha esiti anche drammatici. Noi teniamo molto agli investimenti, i lavoratori stanno mettendo in gioco parte delle loro condizioni in nome di quegli investimenti e quindi del loro futuro", ha detto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, nella sua relazione alla Direzione Nazionale del partito, sottolineando che il governo ha lasciato soli i lavoratori e i sindacati.
A Mirafiori da Pomigliano. "Siamo venuti a portare ai colleghi di Torino più che la nostra solidarietà la nostra condivisione. Vogliamo condividere la battaglia di Mirafiori". Così, davanti ai cancelli, gli operai dello stabilimento di Pomigliano d'Arco: "Sappiamo bene qual è la difficoltà nello scegliere - dicono - perché ci siamo già passati". Distribuito un volantino della Fiom-Cgil di Napoli dal titolo "Pomigliano-Mirafiori: no agli accordi della vergogna". La Fismic, uno dei sindacati firmatari, ha diffuso una nota in cui afferma che davanti ai cancelli non c'è "agibilità democratica" e "pertanto, a malincuore, oggi rinuncerà a distribuire ai lavoratori di Mirafiori il volantone che spiega i termini reali dell'accordo".
Marchionne agli operai: "Abbiate fiducia". Marchionne da parte sua ancora ieri sera da Detroit ha ribadito "ai lavoratori di Mirafiori dico di avere fiducia nel futuro e in loro stessi. Niente altro".
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LEGITTIMO IMPEDIMENTO: IL COMUNICATO DELLA CONSULTA
(ANSA) - ROMA, 13 GEN - Ecco il teso del comunicato della Consulta: "La Corte costituzionale, giudicando delle questioni di legittimitá costituzionale relative alla legge n. 51 del 2010, in materia di impedimento a comparire in udienza del Presidente del Consiglio dei ministri, ha deciso quanto segue: -E' illegittimo, per violazione degli artt. 3 e 138 della Costituzione, l'art. 1, comma 4, relativo all'ipotesi di impedimento continuativo e attestato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri;- E' illegittimo, per violazione degli artt. 3 e 138 della Cost., l'art. 1, comma 3, nella parte in cui non prevede che il giudice valuti in concreto, a norma dell'art. 420-ter, comma 1, del codice di procedura penale, l'impedimento addotto; - Non sono fondate le questioni di legittimitá costituzionale relative all'art. 1, comma 1, in quanto tale disposizione venga interpretata in conformitá con l'art. 420-ter, comma 1, del codice di procedura penale;
-Sono inammissibili le ulteriori questioni di legittimitá costituzionale, relative alle disposizioni di cui all'art. 1, commi 2, 5 e 6, e all'art. 2". (ANSA).
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Il concetto di violenza di Bonanni: chi è per il no ha usato un linguaggio violento
che scatena le persone più irresponsabili
Bonanni sulla vicenda di Mirafiori ha espresso una preoccupazione: «chi non ha firmato ha usato un linguaggio violento che scatena le persone più irresponsabili. È una situazione incresciosa». Insomma, per il segretario della Cisl le giuste battaglie della Fiom, le parole di accusa verso Marchionne che attacca i diritti dei lavoratori sono da considerarsi 'violente' e, addirittura, scatenano 'le persone più irresponsabili'. Ma non può essere, caro Bonanni, che la vera violenza è quella che sta utilizzando Marchionne per ricattare i lavoratori dicendogli: o firmate o me ne vado? Lo stesso accordo non è da considerarsi una 'violenza' vera e propria nei confronti dei lavoratori, che rischiano di perdere diritti e di tornare agli anni '50 in un sol colpo?
Anche il Forum Ambientalista al fianco della Fiom:
"Siamo alla morte della democrazia"
«Il referendum è illegittimo perché si basa su un'impostazione ricattatoria: o firmi per il sì o lo stabilimento chiude e tu rimani senza lavoro. Siamo alla morte della democrazia e dei diritti sanciti dalla Costituzione. Per questo il nostro sostegno va alla Fiom e alla sua battaglia in difesa dei lavoratori. La speranza è che si riapra una trattativa seria in cui i diritti non vengano svenduti in nome del profitto». Questo il contenuto di una nota del Forum Ambientalista sul voto di Mirafiori.
Le Comunità cristiane di base: solidali con la Fiom e gli operai Fiat
Pubblichiamo un comunicato delle comunità cristiane di base italiane.
"O salvare i diritti o salvare la fabbrica e l'occupazione": questo è il sordido ricatto imposto ai lavoratori e ai sindacati dalla globalizzazione liberista sposata dalla maggior parte dell'imprenditoria, della politica e anche della religione di chiesa, con più o meno trasporto e convinzione.
La nuova regola del vivere civile che si sta imponendo nel mondo intero a tutti i livelli a seguito delle grandi trasformazioni tecnologiche, informatiche, culturali, è la guerra di tutti contro tutti, chiamata eufemisticamente competizione mondiale. I “Signori” dell'economia mondiale fomentano tale competizione e la usano per imporre un appiattimento al ribasso delle condizioni del lavoro, realizzando delocalizzazioni, diminuendo i salari, restringendo i diritti e le condizioni di lavoro, dividendo i sindacati fino allo stravolgimento delle rappresentanze.
Le comunità di base vivono con profonda sofferenza questa deriva antidemocratica che il contratto imposto da Marchionne contribuisce ad affermare, aprendo una falla nella società dei diritti e annullando di fatto la stessa Costituzione della "Repubblica fondata sul lavoro".
Le comunità cristiane di base italiane sono solidali con gli operai e le operaie della Fiom e della CGIL nel rifiuto del contratto e nello sciopero generale e contemporaneamente esprimono vicinanza anche a quanti, con sofferenza, voteranno in favore del contratto stesso.
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Landini (Fiom): Marchionne paga le tasse in Svizzera,
i lavoratori Fiat continuano a pagarle in Italia
«Ho scoperto che Marchionne, oltre a guadagnare molti soldi, paga le tasse in Svizzera, mentre tutti i lavoratori Fiat continuano a pagarle in Italia: noi più di Marchionne siamo interessati che auto, camion e trattori si continuino a produrre qui». Queste le parole del segretario generale della Fiom, Maurizio Landini davanti ai cancelli di Mirafiori.
«Serve anche un investimento pubblico, come è avvenuto in Francia, Germania e Stati Uniti per aiutare un settore e indirizzarlo sulla strada dell'innovazione e della ricerca». Poi interviene sul referendum dicendo che «anche in caso di vittoria dei 'no' Mirafiori continuerà a esistere e produrre: è più di 100 anni che qui si costruiscono auto e si continueranno a fare anche dopo Marchionne».
Sciopero bus e metro il 26 gennaio
Fonte: ansa
(ANSA) - ROMA, 13 GEN - I sindacati di base del trasporto pubblico locale hanno proclamato uno sciopero di 24 ore del settore per il 26 gennaio. Ad indire lo stop di bus e metro per l'intera giornata sono stati i sindacati di base USB Lavoro Privato, Cobas del Lavoro Privato e Slai Cobas.
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La fuga del sovrano
di GIUSEPPE D'AVANZONon gliene può venire un immediato danno giudiziario (quel che più temeva), ma gli si deve chiedere: davvero il premierpuò essere disinteressato a quel che accadrà alla sua immagine di padre, di tycoon di talento, di uomo di governo che ambisce a concludere il ventennio della sua éra politica al Quirinale, presidente della Repubblica, capo dello Stato? Se si guarda alla questione da questo punto di vista, i processi soffocati prima della sentenza lasciano il Cavaliere assai malconcio. Guardiamone soltanto uno, quello per la corruzione dell'avvocato David Mills che raccoglie interessanti tranches de vie e definisce quasi scandendoli gli eventi dell'avventura imprenditoriale di Silvio Berlusconi.
Come si sa la Cassazione, condannandolo a risarcire il danno, ha già concluso che David Mills è stato corrotto. La corruzione è un reato "a concorso necessario": se Mills è stato corrotto, il presidente del consiglio (coimputato) è il corruttore. Vediamo che cosa significa questo risultato ormai scolpito nella pietra e come l'esito ferisca irrimediabilmente la reputazione di Berlusconi, la narrazione di se stesso, il suo "mito".
La conclusione del "processo Mills" fa del Cavaliere innanzitutto uno spergiuro spietato perché fa voto - mentendo - sulla "testa dei suoi figli". Disse (lo ha ricordato anche ieri): "Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l'Italia", (Ansa, 20 giugno 2008). Il processo ha dimostrato che egli ha conosciuto l'avvocato. La sentenza documenta quanto Berlusconi sia un bugiardo conclamato. Disse: "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza", (Ansa, 23 novembre 1999). I processi hanno dimostrato che Mills creò All Iberian con il coinvolgimento "diretto e personale" del Cavaliere. La gestisce per conto e nell'interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle Fiamme Gialle corrotte), mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l'avvocato inglese si attribuisce la paternità. Ancora. L'esito del processo Mills mostra quanto per Berlusconi siano vincolanti le pubbliche promesse. Si impegna a ritirarsi dalla politica, addirittura a lasciare l'Italia se si fosse dimostrato la sua conoscenza di Mills. L'avvocato ammette di averlo incontrato ad Arcore, Berlusconi non prepara le valigie. Quel che più conta, la sentenza Mills dimostra come la fortuna di Berlusconi, più che nel talento, ha le sue radici nel malaffare, nell'illegalità, nella corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo. Altro che homo novus e leader outsider.
Ora, può non uno statista o un tycoon di strepitoso successo, ma semplicemente un uomo che abbia rispetto di se stesso, del suo buon nome e del suo onore accettare che la sua storia sia avvilita a questi infimi livelli se non lo ritiene corretto? E che cosa intende fare quell'uomo per ripristinare quel che egli sostiene essere "la verità"? Questa responsabilità trova Berlusconi estremamente debole, quale che sia oggi la sentenza della Consulta. Il premier preferisce confondere l'opinione pubblica più che convincerla. Minaccia, come dice a Berlino, di "spiegare agli italiani". Repertorio abituale. Lo ha già promesso in agosto: "Andrò in tv a spiegare la mia odissea giudiziaria". E due anni e mezzo prima, mentre si riposava ai Caraibi, ad Antigua, meditava di fare un discorso in Parlamento sulla giustizia italiana. Anche in quest'occasione ha alla fine taciuto e ancora lo farà oggi (a meno che non si vada a votare). Meglio così, perché c'è un solo posto dove Berlusconi può mettere in sesto la sua storia e documentare la sua "verità", se è in grado di farlo. È l'aula di un tribunale cui può chiedere di non curarsi dei tempi della prescrizione tanto più se ritiene le accuse "ridicole". Per un uomo che governa il Paese e vuole diventare capo dello Stato è un obbligo perché è una Repubblica senza futuro e in pericolo quella in cui il Presidente può essere apostrofato legittimamente da chiunque come un bugiardo, uno spergiuro, un corruttore.
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Caos alla Direzione nazionale del Pd, prima
si rischia la rottura. Alla fine Bersani passa
Protagonista della giornata è stato Fioroni che prima minaccia dimissioni. Poi ci ripensa e alla fine i Modem di Veltroni si astengono dal voto sulla relazione del segretario dei democratici che passa con 127 sì
Nel Partito democratico sembra arrivata la resa dei conti. La relazione di Pier Luigi Bersani alla direzione del partito ha scatenato un effetto domino che ha rischiato di portare alla “sfiducia” del segretario. Rischio sventato dalla decisione, raggiunta al momento del voto, dei moderati veltroniani di astenersi. Il movimento democratico, che riunisce i fedeli di Valter Veltroni, a fine mattinata aveva annunciato il voto contro Bersani. Fioroni e Gentiloni, responsabili per il Welfare e per le Comunicazioni, hanno rimesso i loro mandati, poi confermati dal segretario. Persino i rottamatori, Renzi e Civati, sono ai ferri corti. Insomma, più che una direzione “per scegliere una linea di azione”, come avevano annunciato segretario e vertici del partito, sembra essere l’epilogo del tutto contro tutti. Così, nel giorno in cui la sentenza della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento rimanda Berlusconi ai suoi processi e a Torino si apre il referendum dei lavoratori Fiat di Mirafiori, il maggior partito d’opposizione si contorce su se stesso per spaccarsi ulteriormente. Poi i pezzi tornano quasi tutti uniti e al termine della direzione nazionale, la relazione del segretario è approvata con 127 sì, 2 contrari e 2 astenuti. La minoranza di Movimento Democratico non ha partecipato al voto, mentre l’area Marino ha approvato la relazione.Nonostante l’allarme caos sia rientrato, resta preoccupante il gesto di Fioroni che ricorda tanto il “mi cacci?” di Gianfranco Fini. L’episodio ha infatti portato il livello dello scontro alla Direzione del Pd fino ai limiti della rottura. Uno scenario rientrato, come lo stesso Fioroni pensava che andasse a finire, ma che lo ha portato a sfidare non tanto il segretario Bersani quanto Dario Franceschini, in un duello tra ex Dc. Già da mercoledì si era cominciato ad affilare le armi, quando si era saputo che Dario Franceschini aveva chiesto a Bersani che si votasse in Direzione, per stanare i Modem di Veltroni, Gentiloni e Fioroni. “Non è possibile – ha detto ai suoi – che loro ogni volta blocchino le decisioni nette del partito, per poi dire che il Pd non ha una posizione”. Il sospetto di Movimento democratico era che i franceschiniani puntassero a “spingerlo” fuori dal Pd. “Vogliono cacciarci come ha fatto Berlusconi con Fini” ha detto Fioroni ai suoi.
Bersani aprendo la Direzione ha chiesto il voto, dopodiché è stato Franceschini a rincarare la dose: “Non cerco la conta, non è nel mio stile, ma serve chiarezza. L’unità è d’oro, ma la chiarezza di diamante”. Il nervosismo era palpabile, come dimostra il lapsus di Franceschini all’inizio del suo intervento: “Oggi alcuni nodi verranno al pettine”. Ma c’è anche chi è meno coinvolto: ad Arturo Parisi sfugge uno sbadiglio e confida al vicino l’insoddisfazione per la relazione di Bersani che è solo una “lenzuolata” di titoli.
Massimo D’Alema è freddo, saluta Rita Lorenzetti e sussurra: “Vado a lavorare”, mentre esce per recarsi alla Fondazione. I diretti interessati invece danno fuoco alle polveri. Gentiloni attacca la relazione di Bersani, dalla Fiat alle alleanze, e annuncia chiaro il no dei Modem. Ed ecco il casus belli: Gianclaudio Bressa, vicinissimo a Franceschini, parlando con i giornalisti fuori dalla Direzione dice che i Modem non possono continuare ad avere incarichi “in un partito di cui non condividono la linea”. Fioroni legge l’agenzia e balza al microfono: attacca ancora più duro di Gentiloni per poi concludere con il coup de theatre: se nel Pd non c’è spazio per i dissidenti lui e Gentiloni rimettono il mandato di responsabili del Welfare e delle Comunicazioni. Bersani dovrà scegliere tra loro e Franceschini.
A dire il vero i veltroniani si spaventano un po’: ed ecco Walter Verini che sdrammatizza il no e Marco Minniti che chiede a tutti “un passo per mantenere l’unità”. Ma i franceschiniani, a partire di Antonello Giacomelli, tengono alta la tensione. Alla fine Bersani, nella replica, viene incontro ai Modem, enfatizzando il lavoro che il Pd dovrà fare per valorizzare la propria identità riformista. Poi si rivolge a Gentiloni e Fioroni: “Erano in minoranza anche prima e io che sono il Segretario non ho mai chiesto le dimissioni: vedano loro”. Rapida consultazione tra i Modem e immediata decisione: non parteciperanno al voto evitando la spaccatura. “Se la relazione avesse avuto il tono della replica finale – osserva Lucio D’Ubaldo – il dibattito sarebbe stato diverso”. Bersani incassa 127 sì, l’astensione di Arturo Parisi e Sandra Zampa, e il no di due esponenti calabresi. Fioroni esce al settimo cielo, i franceschinani delusi si riuniscono in capannello in piazza san Silvestro. Domani è un altro giorno e il 22 gennaio c’è il Lingotto dei Modem.
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Bersani fa chiarezza:il Pd si rivolge solo alle forze di sinistra
e di centro centro, il resto non ci interessa
Sulle primarie, il segretario del Pd dice che «l'idea è di riformarle per preservarle. Quelle che ci sono si fanno. Non capisco gli appelli che ricevo a non cancellarle. Non ho mai pensato una cosa del genere. Lo strumento ha mostrato una sua vitalità ma ha anche prodotto alcuni problemi, per esempio l'inibizione all'allargamento della coalizione o al coinvolgimento di personalità della società civile. È un tema che va affrontato senza sollevare bandiere e senza spirito di tifoseria. Nessuno vuole cancellare le primarie».
Poi affronta il tema più caldo delle ultime settimane, quello delle alleanze, ribadendo di volersi rivolgere alle «forze di sinistra e di centrosinistra» e alle forze «di centro e che si dichiarino di centro». Altre opzioni non interessano al Pd, perché -spiega Bersani- «non è interessato a forze impegnate nella ristrutturazione del centrodestra». Quindi, ha indirettamente ammonito chi del Partito ha polemizzato strumentalmente con le sue posizioni dicendo chiaramente: «Chi si sottrae a questa responsabilità spieghi, non a noi ma al Paese, che cosa altro serve. I tempi stringono e bisogna essere chiari, e questo riguarda anche il Pd. Tutte le proposte sono perfezionabili e migliorabili. Se si intende contestarle bisogna presentarne altre e che si capiscano».
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Pd, aria di crisi tra i rottamatori
Civati e Renzi si scambiano messaggi gelidi Solo due mesi fa sembravano destinati a rivoluzionare il centrosinistra. Ora i due principali esponenti dei “rottamatori” del Partito democratico non partecipano insieme alle convention e si parlano solo per messaggi pubblici. Gelidi. “Matteo Renzi può stare tranquillo: i ‘rottamatori’ non vogliono diventare una corrente” ha detto Pippo Civati, questa sera a Roma, in un incontro (in vista della direzione del Pd di domani) a cui il sindaco di Firenze non ha partecipato. Tra i presenti anche i parlamentari Debora Serracchiani, Roberto Della Seta edErmete Realacci. “Rispetto a Renzi – ha continuato Civati facendo riferimento alla questione Fiat – ho una idea diversa e spero di discuterne domani in direzione con lui”, ha spiegato.
Nelle stesse ore il sindaco di Firenze ha partecipato alla presentazione del libro di Bruno Vespa prendendo – pur senza arrivare allo scontro frontale – le distanze dal movimento. Ma parlando apertamente dei “rottamatori di Civati”: “Con questo Pd non si vince. Non mi sono né riavvicinato a Bersani né mi sono allontanato dai rottamatori di Civati, né tantomeno abbiamo noi pensato di fare una mini corrente, uno spiffero nel partito. Mi candido a dare una mano al Pd per trovare una nuova classe dirigente che sostituisca quella attuale con la nuova generazione”.
Insomma, sembra che tra i due il rapporto sia decisamente peggiorato rispetto a poche settimane fa. Domenica alla convention dei rottamatori di Bologna sono già iscritte 300 persone. Ma Renzi ha annunciato che non ci sarà. Nonostante tutto, Civati ha invitato a sdrammatizzare la polemica: “Vorrei una politica più serena – ha spiegato – che eviti le polemiche di una settimana costruite su ogni singola battuta. Io domani andrò in Direzione assieme a Renzi e lì, per esempio, ci confronteremo tutti sul caso Fiat, sul quale io, pensate un pò, sono d’accordo con quello che ha detto ieri sera D’Alema”.
Dopo le polemiche sollevate dall’incontro con Berlusconi ad Arcore, Renzi è di nuovo messo sotto accusa dal popolo del web a causa delle sue posizioni pro-Marchionne: “Hai pranzato con Berlusconi oggi o con Marchionne? Bla, bla, bla”, questo il tenore dei commenti dei rottamatori su Facebook, dove traspere un certo malumore. “Non ho verità in tasca” spiega Renzi nel suo blog. “Ma più che con la Fiom sto con il governo Obama che scommette e investe sulla sfida di Marchionne. Reazionario anche Barack?”
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Vincono i movimenti: al voto l’acqua pubblica
Si andrà alle urne in una data compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno: a meno di elezioni politiche
Elezioni permettendo in primavera si voterà per il referendum sull’acqua pubblica. La Corte costituzionale, infatti, ha dichiarato ammissibili due dei quattro quesiti presentati, tre dal Forum dei movimenti per l’acqua pubblica e uno dall’Idv di Antonio Di Pietro. Al comitato referendario l’atmosfera è elettrica, si è appena brindato per la notizia ricevuta dalla Consulta e Paolo Carsetti esprime con gioia la “grandissima soddisfazione” del Forum non solo perché per la prima volta viene ammesso un referendum promosso da associazioni e movimenti ma soprattutto perché la Corte costituzionale “mantiene inalterato l’impianto generale della nostra campagna”. La Consulta ha infatti ammesso il primo e il terzo dei tre quesiti delForum. Si tratta del quesito che abroga interamente la legge Ronchi che sostanzialmente permette ai privati di accedere in maniera preponderante alla gestione dei servizi pubblici locali, a partire da quello per l’acqua.Il primo quesito si sposa perfettamente anche con il terzo che è quello che punta all’abrogazione del comma 1, dell’art. 154 del cosiddetto “decreto ambientale” del 2006, che prevede la remunerazione fissa per legge – e in una misura piuttosto corposa (il 7%) – del capitale investito dai privati nella gestione dei servizi pubblici. “Il nostro slogan referendario è stato ‘Fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua’ – spiega ancora Carsetti – e ora abbiamo la possibilità di realizzare entrambi gli obiettivi. Abolendo il decreto Ronchi, infatti, si impedirà ai privati di impossessarsi del servizio pubblico e abolendo la remunerazione del capitale investito, garantita per legge e fissata indelebilmente sulla bolletta, si impedirà ai privati di fare profitti sull’acqua. Vogliamo vedere chi si inserirà in un simile mercato senza godere della certezza di fare utili in ogni caso”.
Gli effetti del referendum, in caso di vittoria del movimenti, sarebbero senza dubbio dirompenti. Innanzitutto, si bloccherebbero manovre, come quella in corso a Roma da parte del sindaco Alemanno, per mettere il servizio pubblico nelle mani di società private come l’Acqua Marcia o di multinazionali come Veolia.
Con la vittoria del terzo quesito, poi, si potrebbe verificare anche una fuoriuscita dei privati dalle attuali società miste pubblico-privato.
Se i referendari ridono, Di Pietro lo può fare a metà. Il suo quesito non è stato infatti ammesso. Le motivazioni non si conoscono ancora. Anche il secondo quesito del Forum dei movimenti è stato giudicato inammissibile probabilmente perché insisteva su un decreto, quello “ambientale” del 2006 a sua volta già modificato dai decreti attuativi della Legge Ronchi. In ogni caso, Di Pietro può consolarsi con l’ammissione dei due referendum sul nucleare e soprattutto sul Legittimo impedimento.
Al Forum dei movimenti, ora, si considera già aperta la campagna elettorale. La consultazione elettorale dovrà tenersi in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno a meno che non vengano indette elezioni anticipate o si verifichi nel frattempo una modifica della legge nello spirito dei quesiti referendari. “Noi ci attrezzeremo per vincere – dicono al Comitato – perché pensiamo si tratti di una consultazione di portata epocale”. L’idea del Forum è quello di realizzare da subito una campana di sottoscrizione, “ma con rimborso”. I referendum, infatti, in caso di ottenimento del quorum, godono di un finanziamento pubblico proporzionato al numero dei votanti. “Se raggiungeremo il quorum restituiremo i soldi che riceveremo dai cittadini.
ECONOMIA E LAVORO
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Alfa Romeo e Iveco a breve via dall’Italia. Parleranno tedesco
di Claudio Cangialosi e Riccardo Celi – www.sicurauto.it
Secondo alcune indiscrezioni riportate dalla Süddeutsche Zeitung, il marchio di Arese diventerà presto parte di Volkswagen. La Daimler invece si prepara a mettere le mani sui mezzi pesanti della Fiat
Per quanto riguarda la prima questione, il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung l’ha rilanciata oggi corredandola con una significativa indiscrezione: la cessione del Biscione sarebbe questione di settimane, o al massimo di pochissimi mesi. In realtà, alcune voci raccolte da SicurAUTO.it (da prendere comunque con tutte le molle del caso) dicono che la partita sia già stata giocata e indicano addirittura i termini dell’accordo: Volkswagen sborserebbe per le attività di Alfa Romeo circa 3,5 miliardi di euro. La somma coprirebbe anche l’acquisto del Museo Storico Alfa Romeo e di una parte del dismesso stabilimento di Arese, nei dintorni di Milano. Fabbrica che la casa tedesca avrebbe intenzione di riqualificare alle attività produttive per mantenere, almeno a livello di immagine, l’italianità che costituisce uno dei patrimoni del marchio Alfa. Le indiscrezioni si spingono fino a rivelare che la matita di Walter De Silva, l’ex-designer Fiat approdato nel 2000 alla casa di Wolfsburg, sarebbe già al lavoro su almeno un nuovo modello Alfa by Volkswagen. Lo stesso varrebbe per Luca De Meo, altro manager Volkswagen ex-Alfa che conosce bene il marchio italiano essendone stato il responsabile.
Anche per quanto riguarda l’affare Fiat-Daimler per l’Iveco, le trattative sarebbero in fase molto avanzata e i termini già fissati. Sembra certo che tra gli impegni di Daimler rientrerebbe anche quello di mantenere il nome Iveco almeno per dieci anni. Tuttavia, la nebbia avvolge ancora l’entità delle somme in gioco e non è tuttora chiaro, per esempio, se l’eventuale cessione riguarderà anche la divisione veicoli militari di Iveco. Quest’ultima dispone di tecnologie sensibili e di un significativo portafoglio clienti (attivi e potenziali) che potrebbero far gola a Daimler per rafforzarsi in un settore dove non è molto presente. Un’altra opzione è che una volta incamerato l’asset, Daimler lo ceda a Krauss Maffei Wegman, il colosso tedesco degli armamenti terrestri. Quel che è certo è che gli elementi di complementarietà tra Daimler e Iveco ci sono e non sono trascurabili: ad esempio i tedeschi sono deboli nel settore dei veicoli di peso entro i 35 quintali e quindi vedono di buon occhio una sinergia con Iveco, al contrario molto ben piazzata proprio in quel segmento di mercato. Tra i dettagli della cessione vi sarebbe anche la creazione, nella sede torinese Iveco di via Puglia, di un grande “village” del veicolo commerciale targato Mercedes-Iveco.
Il silenzio di Marchionne è strategico. Il momento, a cavallo del referendum sull’accordo di Mirafiori, è quanto mai delicato. Il rischio è che l’intensificarsi di queste indiscrezioni possa condizionare l’esito della consultazione fra gli operai del Lingotto. D’altronde una Fiat senza Alfa Romeo significa una Mirafiori senza MiTo (è proprio in quegli stabilimenti che viene prodotta la piccola vettura). L’unica nota positiva è se l’Alfa passasse davvero a Volkswagen, le auto del Biscione potrebbero beneficiare delle avanzate tecnologie nel campo della sicurezza, fiore all’occhiello della casa tedesca.
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Rivolta del pane, a Tunisi si spara sulla folla: 6 morti.
La Francia avverte: “Violenza eccessiva”
Il primo ministro ha confermato il coprifuoco. Dall'inizio degli scontri il numero delle vittime ha raggiunto quota 66. In mattinata il parlamento si è riunito per discutere della crisi
Fuoco contro i manifestanti con un bollettino giornaliero che per ora si ferma a sei morte. Le proteste in Tunisia contro il carovita non si placano. La giornata ieri si è conclusa con 14 vittime di cui 8 a Tunisi, dove la scorsa notte gruppi di giovani hanno violato il coprifuoco stabilito dal governo. Gli scontri coinvolgono quasi tutte le città del Paese: a Sfax sono scese in piazza oltre 100mila persone, ad Hammmet è stato saccheggiato un supermercato della catena “Magazin General”, e sono stati chiusi bar e ristoranti. Mentre nei pressi di Tozeur, nella località di Degueche, tre ragazzi sono morti. A Gabes, nella parte centro occidentale del paese, si è svolta una violenta manifestazione in cui hanno perso la vita sei persone. Intanto il nuovo ministro dell’Interno, Ahmed Fria, ha confermato il coprifuoco per questa sera dalle 20 alle 5:30, che ha spinto Alitalia a posticipare i voli per l’Italia. Finora, secondo quanto riferito dal governo, sono 23 le vittime in tutto il paese, ma per le organizzazioni per i Diritti Umani tunisine, oltre 66.Durante gli scontri di ieri notte sono morti anche un francese e una cittadina svizzera, entrambi con doppia nazionalità e di origine magrebina. Il primo, Hatem Bettahar, si trovava a Douz in vacanza. Professore di Informatica presso l’Universita’ della Tecnologia di Compiegne, nel dipartimento settentrionale dell’Oise, in Piccardia, aveva 38 anni e da circa dieci anni lavorava in Francia. La seconda vittima è invece una donna di origine magrebina sposata con uno svizzero di cui, però, non sono state diffuse le generalità. Centrata da un proiettile in gola, secondo quanto riferito dal fratello alla radio ‘Rsr’, aveva 67 anni e lavorava presso l’ospedale di Losanna. E’ stata colpita mentre stava seguendo le proteste dal balcone insieme ai parenti a Dar Shabaan, cittadina balneare nel nord-est.
L’uccisione dei due cittadini europei ha sollecitato la reazione della Francia che attraverso il primo ministro Francois Fillon ha manifestato profonda preoccupazione e puntualizzato che “non si può proseguire con questo uso sproporzionato della violenza”, riecheggiando la condanna espressa ieri dall’Unione Europea. A Tunisi, dove la polizia ha riaperto il fuoco e lanciato gas lacrimogeni per disperdere una manifestazione dei sindacati, sono stati uccisi due manifestanti e un giornalista francese ferito. Negozi, bar e ristoranti sono chiusi.
Mentre il paese assiste agli scontri, il parlamento si è riunito questa mattina per discutere della crisi che non accenna a placarsi. La seduta straordinaria è stata richiesta dal presidente Zin el-Abidin Ben Ali per decidere alcuni provvedimenti contro il carovita e creare una commissione per indagare su casi di corruzione che riguardano alcuni membri del governo. Il presidente ha nominato come suo consigliere il giornalista Osama Ramadani che all’inizio della rivolta si era dimesso dall’incarico di ministro delle Telecomunicazioni e ha deciso di licenziare Abdel Wahab Abdullah e Abdel Aziz, suoi fidati consiglieri. Diffidenti nei confronti delle dichiarazioni del presidente il sindacalista Masoud Ramadani e Bushra Bin Hamida, ex presidente dell’Associazione delle donne tunisine democratiche, che si interrogano sugli aumenti degli arresti e l’Unione regionale del lavoro di Tunisi ha deciso uno sciopero domani dalle 9 alle 11. I sindacalisti hanno dichiarato di volere proseguire le proteste anche nei prossimi giorni.
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Tunisia, Ben Alì: «Basta morti, prezzi calmierati»
di Rachele GonnelliErano proseguiti anche nella notte, sfidando il coprifuoco, e stamattina le manifestazioni e gli scontri sia a Tunisi sia in altre città come Monastir. Fumo nero che si alzava dai sobborghi della capitale e lacrimogeni contro gli studenti che, con scuole e università chiuse ormai da giorni a tempo indeterminato, cercavano di iscenare una protesta in Avenue Borghiba, in centro. La Tunisia è sconvolta ormai da quattro settimane da una protesta senza precedenti che utilizza i social network per comunicare.
GUARDA IL VIDEO
E proprio su Facebook oggi è stato postato un video di un corteo pacifico di medici e infermieri davanti all'ospedale di Sousse, che tra l'altro è la città d'origine del presidente tunisino Zine el Abdine Ben Ali ormai nel mirino della rivolta. Il video mostra i sanitari, in camice bianco, che innalzano le mani tinte di rosso e cartelli con scritte in “No more blood”, basta sangue, “Stop killing us”, non uccideteci, e in francese “Non violence”. I camici bianchi hanno sfilato ieri davanti all'ospedale cantando l'inno nazionale che risuona in tutte le manifestazioni di questi giorni. In particolare cantano la strofa che, in arabo, dice: “Tunisia non dimenticherà chi l'ama e ancora meno chi l'ha tradita, viva la Tunisia, la nuova Tunisia”.
Secondo un nuovo bilancio dei morti nei tumulti che proseguono dal 17 dicembre, in base ad una lista di nomi redatta dalla Federazione per i diritti umani (Fidh), le vittime finora sarebbero 58. Altre fonti non ufficiali parlano invece di 66 persone uccise, cinque nelle ultime ore, tra cui un uomo di 25 anni, Mejdi Nasri, a Tunisi. Domani nella capitale sarà il giorno dello sciopero generale indetto dal sindacato unico Ugtt. Non è chiaro se si potranno svolgere dei cortei ma l'invito che corre sulla Rete ai residenti nella capitale è quello di aggirare il divieto imposto dalle autorità a partire dalle 20 e 30 aprendo le finestre e cantando l'inno nazionale.
www.controlacrisi.org
TUNISIA - AMATO (PRC/FDS): "FERMARE REPRESSIONE. DA GOVERNI
EUROPEI IPOCRITA COMPLICITA' VERSO DITTATURA ALI'"
Roma, 13 gen. 2011 - "E' urgente fermare la sanguinosa repressione da parte dell'esercito nei confronti della sacrosanta rivolta del popolo tunisino contro il regime affamapopolo e poliziesco di Ben Alì". E' quanto afferma in una nota il responsabile nazionale esteri del Prc/Federazione della sinistra, Fabio Amato. "Gli stati europei, che a partire dall'Italia seguitano a sostenere la dittatura di Ben Alì con vergognosa ipocrisia - sostiene Amato -, sono complici delle violazioni dei diritti umani e dei lutti che crescono in quel paese". "Sabato il Prc e la Federazione della Sinistra saranno difronte all'ambasciata tunisina per manifestare pieno sostegno al popolo e i giovani della Tunisia in rivolta e alle locali forze politiche di opposizione; fra cui i comunisti, che - conclude Amato - da anni vengono repressi e i cui leader sono stati di nuovo incarcerati in questi giorni".Disoccupazione schizza al 13,5% a ottobre
Il tasso di disoccupazione in Grecia schizza al 13,5% a ottobre dal 9,8% dello stesso periodo di un anno fa. Il tasso di disoccupazione giovanile e' altissimo a avanza al 34,6% rispetto al 27,5% dell'anno scorso. La disoccupazione femminile sale dal 13,7% al 17,6%, contro il 10,6% di quella maschile, che comunque e' in forte crescita rispetto al 7,1% dell'ottobre 2009 .
Notizie da www.controlacrisi.org
LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA A TERMINI IMERESE
Mentre a Mirafiori va in atto il referendum-truffa che Marchionne ha imposto di somministrare agli operai ,per fargli credere che non si tratta di un ricatto, allo stabilimento Fiat di Termini Imerese il Partito della Rifondazione Comunista e i Giovani Comunisti hanno organizzato dei volantinaggi per dire NO all’accordo di Mirafiori, chiedendo, invece, la nazionalizzazione della Fiat.Decine di volanti di Polizia e Carabinieri ci attendono davanti allo stabilimento, un passo in più verso la strategia della tensione e di demonizzazione che ha investito, adesso, dopo gli studenti nelle scorse settimane, anche gli operai.
“L’opinione pubblica pensa che siamo delinquenti, che ci mettiamo in malattia perché non vogliamo lavorare. Perché non viene Marchionne a lavorare nelle nostre stesse condizioni di sicurezza?” -ripetono molti lavoratori.
Durante il primo turno di volantinaggio un gruppetto ci grida: “Vergogna, state con Marchionne, per voi siamo solo carne da macello”. Attoniti ci avviciniamo a loro chiedendo spiegazioni, ci dicono che “il Pd si fa vedere solo per chiedere voti e poi difendono i padroni”, gli spieghiamo che siamo della Federazione della Sinistra, che siamo comunisti e che stiamo lottando per loro. Da quel momento in poi smettono le urla contro di noi, si discute davanti la fabbrica, si legge assieme il volantino.
Ci ringraziano perché “siamo gli unici che non vengono davanti lo stabilimento quando non ci sono le elezioni”.
Rimaniamo ancora assieme ai compagni e alle compagne, al Segretario Regionale del Prc e al Segretario della Federazione di Palermo, aspettando che entrino in fabbrica gli operai del turno delle 14,.
Ci chiedono il volantino, ci raccontano le lotte passate e, con la rassegnazione negli occhi, i più anziani ci dicono che sono preoccupati soprattutto per i loro colleghi più giovani.
Uno di loro, l’ultimo, ci saluta, alzando il pugno. Francesco Bellina - Coordinamento Nazionale Gc
“L’opinione pubblica pensa che siamo delinquenti, che ci mettiamo in malattia perché non vogliamo lavorare. Perché non viene Marchionne a lavorare nelle nostre stesse condizioni di sicurezza?” -ripetono molti lavoratori.
Durante il primo turno di volantinaggio un gruppetto ci grida: “Vergogna, state con Marchionne, per voi siamo solo carne da macello”. Attoniti ci avviciniamo a loro chiedendo spiegazioni, ci dicono che “il Pd si fa vedere solo per chiedere voti e poi difendono i padroni”, gli spieghiamo che siamo della Federazione della Sinistra, che siamo comunisti e che stiamo lottando per loro. Da quel momento in poi smettono le urla contro di noi, si discute davanti la fabbrica, si legge assieme il volantino.
Ci ringraziano perché “siamo gli unici che non vengono davanti lo stabilimento quando non ci sono le elezioni”.
Rimaniamo ancora assieme ai compagni e alle compagne, al Segretario Regionale del Prc e al Segretario della Federazione di Palermo, aspettando che entrino in fabbrica gli operai del turno delle 14,.
Ci chiedono il volantino, ci raccontano le lotte passate e, con la rassegnazione negli occhi, i più anziani ci dicono che sono preoccupati soprattutto per i loro colleghi più giovani.
Uno di loro, l’ultimo, ci saluta, alzando il pugno. Francesco Bellina - Coordinamento Nazionale Gc
FIAT: MIRAFIORI, A GENOVA PRESIDIO E VOLANTINAGGIO DI PRC
Inizia oggi e prosegue domani un presidio con volantinaggio a Genova contro l'accordo Mirafiori, che sarà votato tra gli operai della Fiat di Torino da questa sera. L'iniziativa è stata promossa dal partito di Rifondazione comunista. «Simbolicamente lo facciamo davanti al teatro Carlo Felice - ha detto Marco Verrugio della segreteria nazionale di Rifondazione - anche per il nostro ente lirico si è tentato il metodo Marchionne: o accettate piano o il teatro si chiude. Come i partiti si pongono sulla questione Mirafiori per noi è una discriminante». In concomitanza col presidio vengono raccolte delle firme per una petizione promossa dalla Fiom contro l'accordo.(ANSA).Cremaschi (Fiom): Berlusconi, Chiamparino, Renzi... tutti amici dei padroni.
Marchionne è uno speculatore finanziario internazionale
FIAT: MARCHIONNE E LE TASSE, ECCO CHE COSA PREVEDE LA LEGGE
«Sulla base della normativa italiana - afferma Romita - ai compensi degli amministratori non residenti in Italia di società italiane si applica l'imposta sul reddito italiana con aliquota del 30%». Inoltre, prosegue il fiscalista, «in base alla convenzione tra Italia e Svizzera per evitare le doppie imposizioni la Svizzera rinuncia a tassare questo reddito perchè è già stato tassato in Italia e nessuno può essere costretto a pagare le imposte due volte sullo stesso reddito».
Se dunque - come sembra - Marchionne paga le tasse al fisco italiano (nonostante la residenza fiscale in Svizzera) gode però di un trattamento più morbido rispetto a quello di un residente in Italia. «Al posto dell'aliquota marginale del 43% applicata a un residente in Italia - spiega ancora Romita -, a un non residente si applica l'aliquota fissa del 30%». Un'aliquota che si colloca a cavallo di quella del 27%, applicata dal fisco italiano ai redditi compresi tra i 15 mila e i 28 mila euro, e di quella del 38%, che colpisce i redditi tra i 28 mila e i 55 mila euro.(ANSA).
Se dunque - come sembra - Marchionne paga le tasse al fisco italiano (nonostante la residenza fiscale in Svizzera) gode però di un trattamento più morbido rispetto a quello di un residente in Italia. «Al posto dell'aliquota marginale del 43% applicata a un residente in Italia - spiega ancora Romita -, a un non residente si applica l'aliquota fissa del 30%». Un'aliquota che si colloca a cavallo di quella del 27%, applicata dal fisco italiano ai redditi compresi tra i 15 mila e i 28 mila euro, e di quella del 38%, che colpisce i redditi tra i 28 mila e i 55 mila euro.(ANSA).
FIAT: LA BINDI NON STA NE' CON MARCHIONNE NE' CON LA FIOM.
IL PD CON GLI OPERAI CHE VOTERANNO SI.
«Non sono un operaio della Fiat e comunque farei fatica a mettermi nei suoi panni. Posso dire che non sto nè con Marchionne nè con la Fiom». Cosi Rosy Bindi ha chiarito la sua posizione mentre interveniva a Porta a Porta. Poco dopo la parlamentare ha sostenuto che i democratici stanno «con quegli operai che con grande lacerazione voteranno sì e in questo modo si assumono il costo maggiore dell'operazione».
Insomma, fatti due conti ci pare di capire che con gli operai che con grande lacerazione voteranno no non ci starà ne' la Bindi ne' il PD.
Contratto a tempo indeterminato per meno di un giovane milanese su cinque
Fonte: redattore
Sondaggio commissionato dalla Cisl per il mensile Job: solo il 20% ha una occupazione che corrisponde al titolo di studio, il 5,1% lavora in nero. Al bando sogni e aspirazioni, per il 50,2% quel che conta è lo stipendio. Galvagni, segretario generale della Cisl di Milano: "Il rapporto con il lavoro mi pare quasi utilitaristico: il lavoro è un mezzo per fare altro, la vita è altrove".
Sabato e domenica nasce la R@P, la rete per l'autorganizzazione popolare, frutto di un processo federativo di iniziative sociali che si sono sperimentate dentro la crisi in questi due anni.
La prima riunione della rete, che inizierà a svilupparsi nei prossimi mesi, sarà preceduta da un seminario al quale sono state invitate tutte le realtà che in varia maniera si sono incontrate nella crisi, sopra i tetti, nelle piazze, nei campi dei braccianti, nei quartieri delle città in azioni congiunte contro il caro vita, a difesa dei beni comuni e della dignità del lavoro. Al centro del processo non ci sono le sigle ma le pratiche, intese come spazio d'incontro fra il politico che si socializza e il sociale che si politicizza dentro la crisi, intesa come spazio costituente.
Contadini siciliani e operai, bloggers, spacci popolari che organizzano le filiere corte di distribuzione, discuteranno di neomutualismo, di nuove forme di pubblico sociale, di sovranità popolare.
La R@P si pone dentro la crisi come risorsa aperta per le classi popolari, una rete per ricollegare a partire da pratiche cooperative quello che in questi anni è stato diviso. DIRETTA STREAMING SU TV.CONTROLACRISI.ORG
Sabato 15 e domenica 16 gennaio nasce la R@P
La prima riunione della rete, che inizierà a svilupparsi nei prossimi mesi, sarà preceduta da un seminario al quale sono state invitate tutte le realtà che in varia maniera si sono incontrate nella crisi, sopra i tetti, nelle piazze, nei campi dei braccianti, nei quartieri delle città in azioni congiunte contro il caro vita, a difesa dei beni comuni e della dignità del lavoro. Al centro del processo non ci sono le sigle ma le pratiche, intese come spazio d'incontro fra il politico che si socializza e il sociale che si politicizza dentro la crisi, intesa come spazio costituente.
Contadini siciliani e operai, bloggers, spacci popolari che organizzano le filiere corte di distribuzione, discuteranno di neomutualismo, di nuove forme di pubblico sociale, di sovranità popolare.
La R@P si pone dentro la crisi come risorsa aperta per le classi popolari, una rete per ricollegare a partire da pratiche cooperative quello che in questi anni è stato diviso. DIRETTA STREAMING SU TV.CONTROLACRISI.ORG
Debito pesa 89.044 euro a famiglia
Fonte: ansaSicilia: licenziamento in massa alla Keller, 204 lavoratori a casa.
Fonte: www.rassegna.itLicenziamento in massa con decorrenza 5 gennaio per i 204 dipendenti della Keller di Carini (Palermo). La comunicazione ai lavoratori siciliani è arrivata oggi (13 gennaio) con un fax, proprio nel giorno delle trattative tra l'azienda e il ministero dello Sviluppo economico per la concessione di un finanziamento di 15 milioni di euro per il sito di Villacidro. Ne dà notizia la Fiom Cgil regionale.
Per i lavoratori siciliani resta dunque la sola prospettiva della mobilità. Dura la Fiom, che con la segretaria regionale Giovanna Marano parla di "atto unilaterale e di arroganza testimoniata anche dal non essersi attenuti a nessun principio di corrette relazioni sindacali". "Del resto - aggiunge Marano - abbiamo già in tutte le sedi fatto rilevare l’inaffidabilità di un’azienda che abbiamo anche denunciato per appropriazione indebita. Fino all’ultimo, infatti, ha proposto scenari futuri poco credibili, come le ultime evoluzioni dei fatti dimostrano".
Alla luce di quest’ultima novità, il sindacato chiede al presidente della Regione Raffaele Lombardo di "non rinviare, per come sembrava volesse fare, l’incontro previsto per domani". Per questo motivo i lavoratori della Keller terranno domani (14 gennaio) a partire dalle ore 9 un presidio davanti a palazzo d’Orleans, sede della Regione siciliana.
Irlanda ed Eurolandia, a saltare è il mercato
La difficile situazione dell’euro, con l’estensione della crisi del debito sovrano all’Irlanda e potenzialmente a Portogallo e Spagna, è il prodotto di varie contraddizioni, che si approfondiscono, intrecciandosi tra loro. In primo luogo, il debito sovrano è figlio del modo in cui si è tentato dei risolvere la crisi del 2001, con il sostegno artificiale alla domanda. Il costo del denaro è stato ridotto quasi a zero, inondando di liquidità i mercati finanziari[1] e spingendo le banche a concedere mutui immobiliari con grande disinvoltura. I prezzi delle case sono lievitati, creando una bolla e permettendo alle famiglie, grazie ai rifinanziamenti dei mutui, di acquistare a credito e sostenere la crescita dell’economia in primo luogo degli Usa e poi di Regno Unito, Spagna, Portogallo e Irlanda, e indirettamente dei grandi paesi esportatori[2]. Quando la bolla immobiliare è scoppiata e i prezzi delle case sono crollati al di sotto dei mutui, le famiglie sono diventate insolventi e le banche hanno accumulato perdite enormi. Per scongiurare una catena di fallimenti bancari sono intervenuti gli Stati, i cui debiti sono cresciuti repentinamente. In Irlanda, il debito pubblico netto, che nel 2007 era il 12% del Pil, è schizzato in alto quando lo Stato è intervenuto a garantire obbligazioni bancarie pari al 30% del Pil[3]. Dunque, a saltare in Irlanda, come altrove, non è stato il pubblico, ma il privato, cioè il tanto decantato mercato.
Tuttavia, il debito pubblico di Irlanda (65,5% del Pil), e Spagna (53,2%) non appare altissimo se confrontato con il 200% del debito giapponese e con il quasi 100% di quello Usa[3]. Perché allora l’effetto dell’aumento del debito sovrano è così devastante in Eurolandia? Perché Giappone e Usa hanno una banca centrale che può acquistare titoli direttamente dallo Stato, stampando dollari o yen, nel caso in cui i mercati rifiutino di farlo. La Bce può intervenire solo sui mercati secondari. L’euro è in sé una anomalia, essendo una moneta senza Stato, ovvero una unione monetaria senza unione politica. Il debito diventa insostenibile perché non esistono né una vera banca centrale, né politiche fiscali e di bilancio comuni. In aggiunta, a differenza di quanto accade in Giappone, in Irlanda il 75% del debito sovrano e il 50% del debito delle banche sono controllati dall’estero. In una situazione simile sono anche Grecia e Portogallo. Di conseguenza, è più facile che gli investitori disinvestano e che gli anelli deboli della catena dell’euro siano presi di mira da fondi esteri. Del resto, il debito sovrano è assicurato tramite credit default swap, un massa enorme di denaro che, a livello mondiale, è per il 72% in mano delle prime cinque banche Usa[4].
Il sistema finanziario mondiale è ancora oggi dominato dagli Usa, che però scontano i debiti sovrano e commerciale più grandi del mondo. La possibilità di rifinanziarli è legata alla attrazione di liquidità dall’estero grazie al dollaro, che svolge il ruolo di valuta di scambio e di riserva mondiale. Ma un dollaro troppo debole e un debito federale troppo alto mettono in difficoltà tale meccanismo[5]. Infatti, a partire dallo scoppio della crisi la Cina, il maggiore acquirente di titoli di stato Usa, ha cominciato a diversificare le sue riserve valutarie, e negli ultimi mesi ha garantito liquidità proprio a Grecia, Portogallo e Spagna. Dunque, un euro troppo forte, considerato che l’Europa è l’unica area con un sistema finanziario che si avvicina agli Usa, è un pericolo per gli statunitensi. Con l’Irlanda a novembre si è ripetuto quanto accaduto circa un anno fa, allorché, con il cambio dell’euro a 1,50 contro il dollaro, ci fu l’attacco speculativo alla Grecia e la moneta unica crollò a 1,19.
Ma le difficoltà dell’euro hanno una radice anche nel rapporto tra la Germania e gli altri paesi dell’eurozona. Se la Bce ha un ruolo limitato e i singoli paesi europei non possono ricorrere alla politica monetaria ciò è dovuto alla Germania, che ha posto queste condizioni per mettere in comune moneta e banca centrale. Inoltre, l’aumento della liquidità nei Paesi periferici dell’eurozona è stato una manna per la bilancia commerciale tedesca, che presenta il maggiore saldo positivo a livello mondiale[6]. Infatti, l’aumento della liquidità in un paese, in assenza di adeguati aumenti della produzione industriale, va a vantaggio dell’industria dei paesi da cui importa. Negli ultimi dieci anni la produttività della Germania, che già partiva su un piano di vantaggio rispetto agli altri paesi, è aumentata ancora mentre i salari tedeschi diminuivano dell’1% annuo. Normalmente, in un caso del genere, l’industria degli altri paesi avrebbe potuto difendersi dall’accresciuta competitività tedesca svalutando. Con l’introduzione dell’euro questo non è stato più possibile. In questo modo, mentre le famiglie dei Paesi deboli dell’eurozona si indebitavano, la bilancia commerciale dei loro paesi - soprattutto nei confronti della Germania - peggiorava. Nel frattempo, il forte surplus commerciale e la relativa scarsezza dei consumi interni, dovuta alla moderazione salariale, hanno accresciuto il risparmio tedesco che non è stato investito in Germania – dove evidentemente c’è una sovraccumulazione di capitali sotto forma di eccesso di mezzi di produzione - ma si è diretto all’estero[7]. In questo modo, la Germania e le sue banche sono diventate i maggiori creditori di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna e, quindi, le maggiori interessate ai loro “salvataggi”[8].
Quando è nato l’euro, ci si è affidati ai privati e alla autoregolazione dei mercati, smantellando il ruolo pubblico nell’economia, liberalizzando e privatizzando in tutti i settori. Al contempo, non ci si è posti la necessità di una forma di vera unità politica da affiancare all’unità monetaria. Infine, la deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro hanno portato alla riduzione del salario reale a fronte di aumenti di produttività in molti casi fortissimi. Di conseguenza, si è accentuata la divaricazione crescente tra aumento della produzione di merci e riduzione della capacità di assorbimento delle merci stesse da parte del mercato, che è tipica del capitalismo. Una contraddizione che illusoriamente si è pensato di risolvere con l’economia a credito e scaricando all’estero la sovrapproduzione di merci e di capitali.
Il mercato autoregolato non regge e al suo posto va recuperato l’intervento della mano pubblica e dello Stato, come è stato giustamente evidenziato nella Lettera degli economisti. Il ritorno dello Stato non deve consistere nella socializzazione delle perdite e nel sostegno finanziario subalterno al privato, come sta avvenendo negli USA e come è previsto nel modello Marchionne-Fiat. È di un altro tipo di intervento statale che c’è bisogno. Un intervento che si concretizzi in una politica fiscale progressiva, nella ripubblicizzazione dei settori privatizzati, e soprattutto che, in antitesi all’anarchia del mercato, rilanci una vera programmazione democratica dell’economica.
* Economista, consultente Filmcams-CGIL
[1] La Fed Usa ha immesso nel mercato del credito solo tra il 2001 e il 2006 2 trilioni di dollari e tra il 2008 e i primi mesi del 2009 un altro trilione e mezzo per salvare le banche. Vedi Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi, Torino 2009, p.90.
[2] Cfr. Niall Ferguson, Ascesa e declino del denaro, Mondadori, Milano, 2010, cap. V.
[3] Guido Tabellini, “Senza politica fiscale addio Ue”, Il Sole 24 ore, 28 novembre 2010.
[4] Con il debito dei singoli stati Usa in bancarotta (California, Alabama, ecc.) il debito complessivo supera il 100%. Considerando la nazionalizzazione degli istituti assicurativi Freddie Mac e Freddie Mae arriva al 140%. Inoltre il deficit statale Usa è il 9% del Pil, mentre quello greco è l’8,5%. Vedi The Economist, November 27th 2010.
[5] Vedi Morya Longo, “Il debito di Mr O’Sullivan in poche mani straniere”, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.
[6] Chi sostiene che il dollaro debole aiuta le esportazioni Usa e quindi il riequilibrio della bilancia commerciale non considera il fatto che gli Usa non sono più da tempo una potenza industriale.
[7] Il saldo positivo della bilancia commerciale tedesca degli ultimi 12 mesi è di 210 miliardi di dollari, quello cinese è di 186 miliardi. Vedi The Economist, November 27th 2010.
[8] Un caso da manuale. Vedi in K. Marx, Il capitale, libro III, capitolo XIV “Cause antagonistiche”.
[9] I salvataggi della Ue consistono in prestiti cui si applicano tassi di interesse superiori al 5%. Carlo Bastasin, Berlino-Ue matrimonio d’interesse, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.
www.unita.it
Il Sole 24 ore in sciopero Giornalisti contro Riotta
La rivolta della redazione, storicamente moderata e assai tranquilla, è scattata dopola decisione del direttore di legare al giornale con contratti di collaborazione i giornalisti Marco Ferrante, ex vicedirettore del Riformista e già al Foglio, e Francesco Scisci che scrive dalla Cina. Questi contratti, secondo la redazione, violano lo stato di crisi in cui si trova il quotidiano Confindustriale. Una trentina di giornalisti sono stati già posti in prepensionamento.
Lo sciopero della redazione segue un documento approvato la scorsa settimana in cui si denuncia lo stato di difficoltà del giornale e si dichiara la contrarietà della redazione a procedere alla trasformazione del quotidiano in formato tabloid. Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, solleciata da molti imprenditori, esaminerà al più presto il caso del Sole- 24 Ore.
«Il Sole 24 Ore oggi non è in edicola, e per l'intera giornata il sito internet non è aggiornato, per lo sciopero dei giornalisti che protestano per il mancato rispetto degli impegni presi da direzione e azienda con la redazione e per la continua mortificazione delle professionalità del corpo redazionale». Lo comunica, in una nota, il Comitato di Redazione del Sole 24 Ore.
«Anche per queste ragioni, la redazione - prosegue il comunicato - aveva già proclamato lunedì lo stato di agitazione, affidando un pacchetto di tre giorni di sciopero al comitato di redazione. Nel corso della giornata, il Comitato di Redazione ha appreso l'attivazione di due nuovi contratti di collaborazione richiesti dal direttore e sottoscritti dall'azienda in una fase in cui è ancora in corso il piano di prepensionamenti che vede l'uscita anticipata dal giornale di 31 colleghi, per far fronte alla difficile situazione economica del gruppo.
Inoltre, da parte dell'azienda sono state esercitate pressioni su una collega per indurla ad accettare il prepensionamento pur in mancanza di tutti i requisiti». «Il comitato di redazione, ancora in attesa delle informazioni richieste all'azienda sui progetti di rilancio e sviluppo del giornale, ritiene - conclude la nota - che questi ultimi eventi, calati in uno stato di forte tensione tra la redazione da una parte, l'azienda e la direzione dall'altra, rappresentino segnali fortemente negativi di un clima non più accettabile, cui dare risposta con l'esercizio del primo dei tre giorni di sciopero».
www.repubblica.it
Biglietterie chiuse per 24 ore contro i tagli e la "pausa sigaretta"
Dalle 21 di questa sera alle 21 di venerdì le biglietterie ferroviarie dell'Emilia Romagna non saranno in funzione. Braccia incrociate contro le modifiche di Trenitalia che tra le altre cose ha ridotto a una pausa da 15 minuti le tre da venti previste per staccare dal monitor, introdotte per la prima volta a Bologna per ridurre le malattie da stress
di MARCO BETTAZZIÈ di nuovo sciopero nelle biglietterie delle stazioni dell’Emilia-Romagna contro la riorganizzazione degli orari agli sportelli. Dopo lo stop di novembre dalle 21 di stasera fino alle 21 di domani tutti i bigliettai della regione incroceranno le braccia contro le modifiche inserite da Trenitalia, che per esempio a Bologna ha ridotto a una pausa da 15 minuti le tre da 20 previste per staccare dal monitor e dalla fila dell’atrio per riposarsi o lavorare nel retro degli uffici. Intervalli previsti dal contratto che qualcuno chiama "pausa sigaretta" ma che sono stati introdotti per la prima volta proprio a Bologna per ridurre le malattie da stress dovute al ritmo di lavoro nelle biglietterie. "Non sono un privilegio ma un diritto, anche se questo è solo uno degli aspetti perché noi contestiamo tutta la riorganizzazione – spiega Alberto Ballotti della Filt Cgil, che ha indetto la protesta assieme a Cisl, Uil, Ugl e Orsa – Trenitalia in realtà riduce l’apertura degli sportelli e non ci spiega cosa vuole fare delle persone che ci lavorano".
www.controlacrisi.org
Fiat, Airaudo (Fiom): Berlusconi vile, punta a generare paura
«Il presidente del Consiglio è stato un vile perché punta a generare paura», queste le affermazioni di Airaudo della Fiom, commentando l'infelice intervento di Berlusconi a favore della partenza della Fiat se vincesse il 'no' al referendum di Mirafiori. «Berlusconi ha dato una mano a generare paura - continua Airaudo - e ha fatto uno spot elettorale: dopo Sacconi, lui ha messo il carico».
www.controlacrisi.org
CONTRIBUTO al Work shop della R@P su CRISI E SOVRANITA’ ALIMENTARE
Come, dove, cosa produrre e come distribuire
La crisi, oltre ad essere economica, finanziaria, sociale, è anche alimentare.
Le ragioni della crisi alimentare risiedono nel modello produttivo in agricoltura nel Nord del mondo, nella concezione di un Sud del mondo destinato alle produzioni agricole a bassissimo costo da esportare al Nord, a scapito dei diritti sociali e della sicurezza alimentare locale, nella finanziarizzazione dei prodotti alimentari di prima necessità, nella dipendenza alimentare.
L’agricoltura è settore primario per definizione. Lo è anche in termini quantitativi a livello internazionale. Lo deve diventare anche come interesse economico-politico.
Non solo perché senza primario non esistono secondario, terziario e quaternario, ma anche perché le possibili uscite dal modello produttivo neoliberista in agricoltura, peraltro in crisi, possono configurarsi come possibile paradigma per l’uscita dal capitalismo in crisi o, almeno, dal modello globalizzato che lo contraddistingue e che conosciamo (deglobalizzazione-rilocalizzazione delle produzioni).
Consideriamo, infatti, come in termini di movimenti sociali contro la globalizzazione neo liberista e per alternative reali, praticabili e praticate, si consolidano e si sviluppano movimenti altermondialisti legati all’agricoltura, sia in termini di lotte che di eventi internazionali, ma anche attraverso un grande brulicare di pratiche quotidiane molecolari e non, che indicano e costruiscono la possibilità dell’alternativa.
LA CRISI DELL’AGRICOLTURA
Il modello neoliberista sta provocando il collasso dell’economia contadina e del comparto agricolo in generale.
Le aziende agricole spariscono rapidamente (nel Parco Agricolo Sud Milano, ben 75 nel solo 2009), la disoccupazione agricola aumenta, la fame colpisce 1 miliardo di esseri umani nel mondo, il pianeta si scalda, la biodiversità diminuisce costantemente, aumentano i danni alla salute a causa dei modelli dominanti di produzione agricola e consumo.
Calano i prezzi alla produzione dei prodotti agricoli, che vengono progressivamente allineati al prezzo mondiale di derrate indistinte e risultano poco o nulla correlati al valore qualitativo del prodotto e, tanto meno, ai costi effettivi di produzione.
Oggi si calcola che, fatto 100 il prezzo finale, ben il 60% vada alla Gdo, il 23% al settore agroindustriale e solo il 17% alla produzione, realizzando così un notevolissimo ingiustificabile passaggio dalla produzione alla rendita di plusvalore agricolo (vampiraggio del settore primario) e rendendo non remunerativo l’investimento alla produzione.
La ricerca di competitività poggia su una attuale insostenibilità delle filiere.
Si produce un aspro conflitto lungo la catena del valore, dove i prezzi e la qualità rispondono ad esigenze estranee al mondo agricolo.
L’ideologia della competizione neoliberista, ad esempio nel settore zootecnico, comporta una forte ipertrofizzazione degli allevamenti, di natura intensiva e sganciati dal potenziale colturale del territorio, con una dipendenza dall’importazione di proteine per l’alimentazione animale (prevalentemente OGM). I costi ambientali vengono esternalizzati (trasporti, smaltimento deiezioni, sfruttamento superfici agricole per mangimi).
Risultato: crisi del settore, danni ad ambiente e salute, dipendenza dall’agroindustria per effetto dell’uso di ogm importati, eludendo i divieti europei (in Italia dal 70 all’85% dei mangimi contiene soia ogm, costituendo così il varco economico-produttivo per far entrare le coltivazioni ogm anche nel nostro Paese)
“Questo modello di agricoltura produce ricchezza solo per pochi (peraltro fuori dal settore primario), mentre per la maggioranza degli agricoltori convenzionali (anche di grandi dimensioni), si rivela un modello non remunerativo, economicamente non sostenibile, oltre che ambientalmente, salutisticamente e socialmente (livelli di sfruttamento della manodopera agricola).
Cosa diversa sta capitando a chi inizia percorsi innovativi puntando alla qualità socioambientale del prodotto e a nuovi meccanismi e strumenti di distribuzione (alternativi alla GDO).
In sostanza appare necessario iniziare da subito un processo di transizione ad un altro modello agricolo diverso, che parta dai fattori di ricchezza dell’agricoltura (qualità e fertilità dei suoli), che riduca fortemente l’uso di energia da combustibili fossili (finito il petrolio finirà il cibo?), che riveda criticamente le fasi del ciclo produttivo e distributivo del cibo, intervenendo economicamente per sostenere queste innovazioni” (Rifici).
Il conflitto è tra due modelli di sviluppo sociale ed economico: quello globalizzato neoliberista, dominato dalle multinazionali, che nell’agricoltura vede un’impresa per far profitti e che concentra sempre più le risorse produttive nelle mani dell’agroindustria e quello, guidato dagli agricoltori, che utilizza risorse locali ed è diretto ai mercati locali, col compito sia di avere una funzione sociale sia di essere economicamente ed ecologicamente sostenibile.
Il modello agricolo globalizzato neoliberista è oggettivamente in crisi e sta portando alla distruzione delle forze produttive agricole e all’inaridimento e all’avvelenamento della terra.
“Mettere in discussione l’agricoltura industriale richiede la messa in discussione di tutto il modello economico capitalistico, fondato sull’illusione/necessità che le risorse del pianeta siano infinite.
Questa logica, che punta a far crescere i consumi per poter avere un profitto sempre più alto e a creare un sistema finanziario che si autoalimenti, è pura ideologia, senza fondamento materiale.
Alla luce della attuale crisi del processo di globalizzazione è necessario proporre un futuro per l’agricoltura e per l’alimentazione del pianeta basati sulla sovranità alimentare e sulla biodiversità.
Il suolo agricolo e il cibo vanno considerati beni comuni, diritti collettivi, che devono essere gestiti direttamente dalle comunità interessate.
Le multinazionali agrochimiche, con i loro prodotti brevettati, come gli OGM, stanno trasformando gli agricoltori in una sorta di loro lavoratori dipendenti, impedendo il controllo sul processo produttivo agricolo.
Il modello di sviluppo agricolo alternativo si basa sulla sovranità alimentare, come modello per rifiutare un’iniqua globalizzazione, che non solo trasforma in merce ogni conoscenza ed ogni bene comune, ma sta minando le basi stesse degli equilibri ambientali, indispensabili per ogni essere vivente.
Definizione di Sovranità alimentare di Via Campesina:
“ Il diritto dei popoli a definire le proprie politiche agricole e alimentari.
Il diritto di ogni nazione a mantenere e sviluppare le sue capacità di produrre alimenti di base, rispettando le diversità culturali e produttive.
Il diritto a produrre il proprio cibo sul proprio territorio”
Il concetto di sovranità alimentare contiene quello di sicurezza alimentare, inteso come la “possibilità/diritto di ogni Paese a produrre una quantità sufficiente di alimenti, rendendoli accessibili a tutti”
La sovranità alimentare aggiunge il diritto a quale cibo, a come lo si produce, dove e per chi.
In altri termini “La sovranità alimentare è il diritto dei popoli a definire le proprie politiche e strategie sostenibili di produzione, distribuzione e consumo di cibo, che garantiscano a loro volta il diritto all’alimentazione di tutta la popolazione”
La SA è spesso vista come una questione del Sud del mondo: invece anche nel Nord la “rivoluzione verde” ha trasformato agricoltura e territorio, rendendo sempre più difficile l’autosufficienza alimentare.
L’Europa è tra i maggiori importatori ed esportatori di prodotti agricoli.
Ogni Paese dovrebbe riportare l’agricoltura a modelli sostenibili, agrobiodiversa, alla produzione di cibo per le esigenze delle comunità locali: questo sarebbe anche il miglior modo per favorire l’indipendenza e la sovranità alimentare degli altri popoli, a partire da quelli del Sud del mondo, oggi costretti a produrre cibo a basso costo destinato all’esportazione” (Tamino).
Il quadro distruttivo si completa con la finanziarizzazione dei prodotti agricoli, concausa delle crisi alimentari sempre più ricorrenti nel mondo (vedi Tunisia), quando si è dipendenti dalle importazioni per i beni di prima necessità come i cereali.
La strada che stanno percorrendo alcuni Paesi di acquisto/affitto di territorio coltivabile in altre aree del mondo è lì a dimostrare, sottoforma di neocolonialismo agricolo, che a valle della crisi dei combustibili fossili e dell’acqua (peraltro aggravata dal modello agricolo neoliberista), ci si aspettano crisi alimentari dagli esiti sempre più imprevedibili.
QUALI PROPOSTE CONCRETE
Riprendendole dalle reti e comitati che si battono in questa direzione, riportiamo alcune proposte concrete per praticare la sovranità alimentare, capace nel Nord del mondo di trasformare l’agricoltura nel senso della sostenibilità ecologica ed economica, nel Sud del mondo capace di invertire la tendenza all’aumento della fame come prodotto del modello neoliberista:
- priorizzare la produzione di cibo sano, di buona qualità e culturalmente appropriato, destinato in primo luogo al mercato interno e non al commercio internazionale;
- mantenere una capacità produttiva alimentare diversificata che rispetti la biodiversità, la capacità produttiva del suolo, i valori culturali, la preservazione delle risorse naturali, per garantire l’indipendenza delle popolazioni;
- garantire agli agricoltori prezzi remunerativi, anche proteggendo i mercati interni dalle importazioni sottocosto (portatrici di alto impatto ambientale/impronta ecologica e di distruzione di diritti sociali);
- regolare l’offerta sul mercato interno per evitare le eccedenze produttive;
- porre fine al processo di industrializzazione dei metodi di produzione agricola e di allevamento e sviluppare una produzione sostenibile basata sulla agricoltura familiare e di piccole dimensioni;
- abolire tutte le sovvenzioni alle esportazioni alimentari, dirette ed indirette;
- abolire progressivamente quei sussidi alle produzioni che praticano sistemi agricoli insostenibili (monocolture intensive);
- garantire l’accesso equo alla terra, alle sementi, all’acqua, al credito;
- proibire la produzione e la commercializzazione di sementi, alimenti e mangimi OGM;
- passare all’autonomia nella produzione di proteine vegetali per gli animali da allevamento, utilizzando il terreno agricolo locale, rovesciando l’attuale situazione che vede l’importazione in grandissima quantità del fabbisogno, spesso fatta di OGM;
- garantire l’etichettatura chiara basata sul diritto di consumatori e agricoltori di conoscere origine e contenuti dei prodotti;
- sviluppare economie alimentari locali basandosi sulla produzione locale e costituendo punti di vendita locali;
- sostenere una politica agricola e alimentare che incoraggi la filiera corta e il Km 0
La sovranità alimentare non è autarchia. Si tratta di priorizzare il consumo interno, lasciando alla commercializzazione internazionale i prodotti specifici in surplus, con modelli agricoli che preservino l’ambiente e la salute, conservando il paesaggio naturale.
La sovranità alimentare non è localismo gretto, ma si distingue per il modello di produzione agricola che privilegia la coltivazione biologica e che difende l’ambiente.
PROPOSTE DI MODIFICA DELLA PAC 2013
La Pac andrà riformata in questa direzione.
Occorre pensare una piattaforma per la modifica radicale della PAC, programmando di incontrare nei prossimi mesi rappresentanti della Gue/Sinistra europea che si occupano della materia e/o potranno farsi carico di proposte di modifica della Pac, che verrà rivista dal 2013.
Sempre riprendendo dal dibattito presente negli ambiti che si occupano di agricoltura e sovranità alimentare possiamo far riferimento alle ipotesi che seguono.
Oggi la Pac si fonda su due pilastri: il disaccoppiamento e i piani di sviluppo rurale, in un quadro sintonico coi principi del WTO
Il disaccoppiamento (slegare i finanziamenti dalle produzioni onde consentire una variazione delle produzioni in base alle convenienze del mercato) ha causato una profonda perdita di senso e comunque una drastica riduzione delle aziende agricole e degli occupati.
La logica di riavvicinare i prezzi interni ai prezzi mondiali, per rendere la Pac conforme al Wto, ha causato la riduzione dei prezzi alla produzione con conseguente contrazione dei redditi agricoli.
Così come la logica di un modello agricolo unico chiamato a competere sulle economie di scala ha portato inevitabilmente all’abbandono di produzioni in aree ritenute marginali, con gravi problemi sull’assetto idrogeologico del terreno, mentre ha favorito le monocolture intensive, idrovore ed energivore fino agli OGM, che costituiscono un conflitto evidente con la qualità delle produzioni, la sicurezza alimentare, la tutela ambientale, la biodiversità.
L’applicazione delle regole del WTO e le conseguenti ristrutturazioni del comparto agricolo, hanno favorito delocalizzazioni, cali occupazionali, precarietà e, soprattutto, la finanziarizzazione del settore (che fa dipendere il prezzo dei beni agricoli dalle speculazioni invece che dal processo produttivo, dai costi di produzione e dalle esigenze di reddito degli agricoltori), il rafforzamento redditiero della GDO nella filiera, a cui va la fetta maggiore del valore agricolo, prodotti alimentari provenienti da altre zone del pianeta, magari a scapito dell’autosufficienza locale o dei diritti del lavoro.
In questo vortice permangono le sovvenzioni alle esportazioni, per consentire di fare dumping vendendo a prezzi inferiori ai costi di produzione, alla faccia del liberismo del WTO.
Va quindi capovolta la prospettiva di riforma della Pac, a partire dal principio del cibo come bene primario, come bene comune.
In particolare:
incentivare un’agricoltura contadina, sostenibile e sociale, che nutra la popolazione di riferimento, preservi l’ambiente e la salute, conservi i paesaggi rurali vivi, anche come presidio del territorio contro il consumo di suolo e la sua cementificazione.
Per far ciò occorre che gli agricoltori (la concezione di sovranità alimentare prevede la valorizzazione dell’agricoltura familiare e comunque di piccole dimensioni) possano vivere con la vendita dei loro prodotti, grazie a prezzi agricoli stabili e remuneratori. Occorre quindi un governo delle produzioni e la regolazione dei mercati agricoli (altro che disaccoppiamento !!), la trasparenza lungo la filiera alimentare, la limitazione dei margini di guadagno della trasformazione e della distribuzione.
Per far fronte a eccedenze congiunturali climatiche vanno fissati prezzi minimi.
protezione dalle importazioni a basso prezzo (incluse le importazioni per alimentazione
animale, che sono a forte rischio OGM), andando di pari passo con la fine del dumping all’esportazione.
Il livello di protezione doganale deve essere legato al prezzo di produzione europeo.
Per l’attuazione di questo aspetto, importante è anche il comportamento al consumo (sia pubblico che privato) che deve saper valutare come mai sia possibile un prezzo basso di prodotti di importazione (diritti sindacali, modelli colturali nocivi, ecc).
destinazione dei sussidi ai modelli di produzione e alle aziende che creano benefici alla
occupazione e all’ambiente, con pagamenti diretti alle piccole aziende, rapportati al numero di lavoratori impiegati, per il loro ruolo sociale ed ambientale, e alle aziende sostenibili delle regioni sfavorite da un punto di vista agronomico e climatico, per i loro costi di produzione più elevati
i salariati agricoli, europei ed immigrati, devono beneficiare degli stessi diritti, a partire dalla
fissazione obbligatoria di un salario minimo europeo da parte degli Stati
incentivare la rilocalizzazione dell’alimentazione e ridurre l’invadenza della GDO e della
agroindustria nella catena alimentare (anche qui sono importanti gli stili di consumo mutualistici ed autorganizzati)
le aziende agricole devono essere soggette a norme che riducano l’uso di energia, di
prodotti di sintesi chimica, di acqua e limitino l’emissione di CO2. Inoltre devono favorire la biodiversità
va stabilito un quadro normativo e di sostegno all’agricoltura sostenibile, attraverso percorsi
formativi, di sussidio orientato, di sostegno finanziario ai percorsi di conversione, di supporto tecnico continuo sulle pratiche sostenibili, riducendo le formalità burocratiche al minimo e favorendo i percorsi di certificazione partecipata
favorire l’insediamento e l’accesso alla terra con misure europee e nazionali che permettano
ad un maggior numero di giovani di rimanere o diventare agricoltori. Questo processo
concorre a frenare l’urbanizzazione delle terre agricole.
sostenere i piani di sviluppo rurale dando priorità all’impiego rurale, al riequilibrio
geografico delle produzioni, al commercio locale e ai servizi di prossimità, a partire da
quelli legati alla logistica e alla facilitazione dell’incontro tra domanda e offerta locale
confermare la proibizione di produzioni OGM e vietandone l’importazione (mangimi), favorendo la produzione a ciclo chiuso e vietando altresì la brevettazione sul vivente. Incoraggiare e sostenere l’utilizzo, lo scambio e la riproduzione di sementi contadine
- sostegno alla multifunzionalità, purchè sia basata sulla conservazione del suolo e della
produzione agricola
sostenere l’agricoltura sociale e il ruolo che essa può ricoprire nell’ambito dei servizi
sociali alla popolazione rurale ed urbana, con particolare riferimento alle fasce di popolazione in condizioni di svantaggio o a rischio di esclusione sociale
aprire canali di finanziamento specifici in direzione del consumo organizzato e mutualistico di prodotti agricoli sostenibili e di prossimità (formazione, supporto logistico, ecc), nonche’ di percorsi formativi all’interno delle scuole
In sostanza l’insieme di quete proposte mira a rimettere in discussione le attuali regole del commercio agricolo internazionale (accordo WTO del 1994), introducendo una nuova governance alimentare almeno europea, con nuove regole fondate sulla sovranità alimentare e sul diritto all’alimentazione, definanziarizzando e demercificando il cibo, considerandolo un bene comune.
LE POSSIBILI PRATICHE IMMEDIATE
Quale un possibile ruolo dei Gruppi d’acquisto in questa direzione?
Orientare la propria domanda verso un’offerta locale, sostenibile economicamente e ambientalmente, e messa in grado di realizzare prezzi contenuti poggiando su filiera corta, Km zero e concertazione del prezzo equo (giusto per produttore e consumatore)
Qualificare progressivamente questa domanda in direzione di un modello agricolo basato sull’azienda familiare e di piccole dimensioni, trasformando il modello agricolo basato sull’agricoltura intensiva, bisognosa di pesticidi, diserbanti chimici
Organizzarsi in distretti solidali, rurali e locali, con produttori e finanza etica, oltre a reti associative, di turismo responsabile, comuni virtuosi, ecc, capaci di garantire l’offerta suddetta e il suo progressivo aumento. I distretti possono diventare luoghi di lotta alla speculazione sul cibo, adottando progressivamente anche monete locali, recuperando la funzione originaria del denaro, demercificandolo.
Lavorare alla costruzione di una logistica adeguata, col supporto delle amministrazioni locali disponibili e cooperative sociali
Con le amministrazioni locali, inoltre, rivendicare spacci popolari, anche come centro di raccordo tra domanda e offerta, orientandoli a privilegiare il modello agricolo sostenibile, anche a difesa del territorio, contro il consumo di suolo.
Rivendicare anche Mercati comunali con questi indirizzi
Rivendicare l’orientamento della domanda pubblica (mense, scuole, ecc) verso questa offerta
Adottare indirizzi volti a supportare i negozi di vicinato in direzione di questa politica, a difesa dalla GDO, che distrugge l’agricoltura locale e consuma suolo
I Gap/Gas possono inizialmente strutturarsi regionalmente, per la logistica, in connessione con la rete nazionale, lavorando alla costruzione di nuovi Gap/Gas e di reti di agricoltori.
L’ORIZZONTE POLITICO DEI GAP
In un quadro di compressione dei salari, soprattutto attraverso la precarizzazione del lavoro e la disoccupazione, occorre affiancare alle lotte sindacali e sociali pratiche concrete per difendere condizioni di esistenza accettabili, in presenza di redditi non espandibili nel breve periodo, che, al tempo stesso, propongano modelli concreti e praticabili di altreconomia, come esigenza/necessità contro la crisi ( nella logica della prima cooperazione e del primo mutualismo operai).
I Gap possono diventare cioè lo strumento per l’affermazione di processi produttivi sostenibili, a difesa dei diritti del lavoro e per l’ecologia politica come passaggio di trasformazione sociale (vedi Congresso di Cianciano), a partire dal territorio come ambito di ricomposizione di classe, sempre più difficoltosa nella globalizzazione.
In altre parole: la sfida globale è sul modo di produzione.
In agricoltura occorre deglobalizzare la produzione con innovazione e ricerca verso la sostenibilità ambientale, sociale e conseguentemente economica, contando su una domanda organizzata e orientata (anche da parte del Pubblico) al valore d’uso, senza sprechi e sovrapproduzione e a partire dai diritti sociali. E le prime esperienze italiane e sudamericane ci dicono che ciò è possibile.
La sovranità alimentare è frutto sia di politiche pubbliche coerenti, che di modelli relazionali, produttivi e di consumo che si basino sull’autorganizzazione sociale, sul mutualismo, su nuovi stili di vita e su pratiche di economia solidale (DEMERCIFICAZIONE DELLE RELAZIONI SOCIALI).
Può questo percorso essere considerato paradigmatico per i settori produttivi industriali per l’uscita dal capitalismo in crisi?
Questo può essere l’orizzonte dei Gap. Altro che Caritas rossa, come le parti più impermeabili e dogmatiche dello stesso partito li hanno interpretati!
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Giunta di Roma, perfino il Papa mette fretta ad Alemanno
di Mariagrazia GerinaIntanto, in attesa dei responsi capitolini, un nuovo popolo s’avanza. Addirittura «il popolo della verità». Così si firma l’anonimo collettivo che ieri mattina ha tappezzato Roma di manifesti. Messaggio: «Nuova giunta Alemanno: gli eletti del popolo non si toccano». Neanche fossimo alla vigilia delle elezioni. Eventualità che Alemanno, in effetti, non si sente di escludere. «Bisogna essere sempre pronti», recita la sua regola, in queste ore. I maligni dicono che dietro quella sigla si celi una delle teste che il sindaco vuole tagliare. Il volto azzurro di parentopoli, Fabio De Lillo: un fratello senatore, un altro piazzato nello staff del sindaco e una cognata (moglie del senatore) assunta all’Atac. Eletto con 6.246 preferenze e dunque - secondo la regola del sedicente Pdv, alias temporaneo del Pdl - intoccabile. Suo fratello senatore, l’altro giorno ha invocato l’intervento del premier. Che puntuale è arrivato. Con tanto di convocazione del sindaco di Roma a palazzo Chigi, al termine di una giornata convulsa di consultazioni.
Sul tavolo, la questione romana. Ovvero, da una parte, i nomi della nuova giunta e dall’altra i soldi per mandare avanti la baracca. Senza quelli, dietro l’angolo, nuova giunta o no, c’è il default finanziario. La situazione è già drammatica nella capitale. Non ci sono più soldi per i nidi, per i servizi sociali, per le case famiglia. Una nuova iniezione di fondi nel milleproroghe. Questa è la richiesta raccolta dal premier. E la vera dichiarazione di fallimento da parte del sindaco di Roma, che, dopoil «salvataggio» del 2008, nel giro di due anni, mentre le aziende del Comune hanno continuato a imbarcare personale e appalti, si è ritrovato di fronte a un nuovo possibile crac. Ma il rischio è anche un altro. Che salti l’unica cosa che fin qui Alemanno può rivendicare. Ovvero il provvedimento su Roma capitale. La delega al governo per varare i decreti attuativi scade a maggio e se non viene prorogata salta tutto. Alemanno sa di sedere su una polveriera. Equesto, insieme alla difficoltà di venire a capo delle mille divisioni interne alla maggioranza capitolina, lo avrebbe spinto a drammatizzare ilmomento.Erano stati invocati grandi cambiamenti e figure di spessore. Siamo a Fabio Rampelli che scende in campo per difendere, Laura Marsilio, sorella del deputato Marco e assessore alla scuola. Mentre a sostituire i due campioni di parentopoli (De Lillo e Marchi) si scaldano Marco Visconti e Antonello Aurigemma, due nomi non proprio di calibro nazionale. Mentre l’unico outsider, il presidente delle Acli, smentisce. E le consultazioni con le categorie sociali si sono trasformate in un cahier de doleances.
Altro che cambiamento. «Questa città in tempi rapidi può tornare al passato di tangentopoli», osserva la scena l’ex avversario sconfitto Francesco Rutelli. Senza troppa fretta di mandare a casa il sindaco. «È lui che se ne vorrebbe andare, io invece lo lascerei lì a consumarsi». D’altra parte, anche per l’ex campione del bipolarismo la questione romana si presenta di non facile soluzione. Diciotto anni, il testa a testa con Fini dava inizio al bipolarismo. Ora, prende tempo: «Zingaretti candidato? È prematuro». E persino davanti al disastro della giunta Alemanno, si trova a dover fare dei distinguo: «Croppi ha fatto bene, il suo è stato un lavoro dignitoso», spiega, gettando una ciambella all’alleato. Umberto Croppi, assessore alla Cultura, in attesa di riconferma. Nonché unico esponente di Futuro e Libertà in Campidoglio. Fuori dal governo e dentro alla giunta capitolina. «Nessuna contraddizione », assicura Croppi, che ieri ha ricevuto anche il via libera di Fini. «Roma - assicura - è ancora un laboratorio importante per tutto il centrodestra». E ripensa a quei sessantamila voti disgiunti che incoranarono Alemanno sindaco. Elettori a cui ora il Fli guarda con interesse.
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Angelo d'Orsi: Non sono soli gli operai e le operaie di Torino
Così Antonio Gramsci commentava l'esito (fallimentare) dello sciopero delle lancette dell'aprile 1920, alla Fiat. Si trattò di uno sciopero che aveva un modesto significato pratico (il non volersi alzare al mattino un'ora prima, rispetto all'orologio biologico…), ma fortissimo sul piano simbolico: era una lotta sul potere in fabbrica. Spostare le lancette degli orologi dello stabilimento Fiat indietro di un'ora da parte dei membri delle Commissioni interne, significava dire: in fabbrica, per ciò che concerne l'organizzazione del lavoro, contiamo noi. E non possiamo accettare che le nostre condizioni lavorative vengano decise, e peggiorate, da altri: siamo noi maestranze a dover decidere. E aggiungeva Gramsci: «La classe operaia è stata sconfitta e non poteva che essere sconfitta. La classe operaia è stata trascinata nella lotta».
Anche oggi, ci rendiamo conto che è così. È il signor Marchionne, con il suo ostentato maglioncino blu, con il suo finto, esagerato ed esasperante understatement di "uomo concreto", a-ideologico, di cosmopolita del capitale, a imporre la guerra sociale. E come può la classe lavoratrice sottrarsi allo scontro? E come possono non sentirsi parte della battaglia tutti i proletari e le tante, innumerevoli figure sociali che entrano oggi nella grande categoria (ancora gramsciana!) dei subalterni - dai sottoccupati ai cassintegrati, dai precari della ricerca ai pensionati cui si fa l'onta della social card, dagli insegnanti ingiuriati e vessati fino ai migranti, nuovi schiavi alla luce del sole…? Anche oggi, alla vigilia dell'appuntamento di Mirafiori, che segue e peggiora l'appuntamento di Pomigliano, ci rendiamo conto che la classe operaia è costretta ad accettare lo scontro. Il terreno, i tempi, le forme le impone il padrone, mentre i suoi tanti corifei, sulla carta stampata o sugli schermi o dai microfoni, anche quando smettono di cantarne le lodi, sottolineano l'inevitabilità, la necessità, di "andare incontro alle esigenze della produzione": come se il sindacato - tutti i sindacati - non avesse fatto altro finora. Il che dimostra la disonestà dei Marchionne e dei suoi portavoce.
Una concentrazione di fuoco mediatico politico e mediatico si è determinata contro i lavoratori Fiat, più ancora di quanto non fosse avvenuto a Pomigliano d'Arco, solo poche settimane fa. Là si era alla periferia dell'Impero, qui, a Mirafiori, nel suo cuore: un cuore a dire il vero non più tanto pulsante come in un passato anche recente, ma pur sempre il centro simbolico dello scontro di classe in Italia, la "fabbrica" per antonomasia: produzione, organizzazione, fatica, lotta.
Già, perché in questa campagna propagandistica si è trascurato, deliberatamente, di dare il dovuto spazio, alla fatica, la fatica fisica; si è fatto finta di dimenticare che gli operai sono «uomini (e donne) in carne ed ossa» (sempre Gramsci). E che i famosi dieci minuti di sosta che Marchionne - il quale naturalmente, come Fassino o Renzi, tanto per citare alcuni dei suoi supporters in seno al Pd, ormai avviato verso un totale abbandono delle sue rappresentanze sociali - quei dieci minuti "per andare al cesso", su cui si accentra l'irrisione sciocca di qualche commentatore, sono soste vitali, sono ossigeno che ricarica, sono membra che per un attimo si distendono, prima di contrarsi di nuovo nella fatica. Sì, si è dimenticato che il lavoro operaio è fatica, è sudore appiccicoso, è grasso che imbratta, è schiene spezzate, è pipì trattenuta fino a sentirsi male per la vescica che si gonfia, è tagli alle mani, è muscoli irritati, è occhi che lacrimano, è dolore, e alla fine sensazione di totale estraniamento rispetto al lavoro, anche, eventualmente, al pezzo (questo lo insegnava Marx a metà Ottocento) che tu Frank, tu Fabrizio, tu Doriano, tu "Pautasso" stai producendo, o al camion che stai portando alla discarica, o al pavimento del capannone che stai spazzando…
Non sappiamo come finirà questa battaglia, che non esito a definire epocale. Ma noi dobbiamo rendere grazie a Marchionne e ai suoi sodali (complici, forse dovrei dire), per aver "reso palese a tutti, se pur ce ne fosse ancora stato bisogno, quali sono i termini del rapporto di forze" (cito ancora Gramsci). Sappiamo che la sconfitta del 1920, rispetto a cui Gramsci scrisse parole amarissime («gli operai di Torino furono lasciati soli»…), fu salutata con entusiasmo da qualcuno. Cito un commento giornalistico dell'epoca: «Dico, ripeto e dimostro, che gli industriali […] hanno reso, col loro contegno, un prezioso servizio agli interessi generali della nazione e a quelli specifici del proletariato piemontese e italiano. […] questi industriali "moderni" non hanno resistito alle maestranze per un capriccio o, peggio, per annullare la conquista delle otto ore, o, peggio ancora, per diminuire i salari: hanno resistito per ristabilire il necessario imperio della disciplina durante il lavoro e hanno fatto benissimo».
Bene, al di là del fatto che oggi gli adepti del marchionnismo, volto finanziario ed industriale del berlusconismo, mirano precisamente anche a annullare conquiste storiche del movimento operaio, ottenute con sudore e sangue, e persino a comprimere salari già tra i più basi del nostro mondo, ebbene, l'autore di quel peana agli industriali torinesi si chiamava Benito Mussolini.
Anche per questa ragione storica, noi siamo sulla barricata opposta. E, al di là dell'esito del voto a Mirafiori, dobbiamo essere coscienti che la partita che si gioca ha un valore storico, sia sul piano effettuale, sia su quello simbolico, sulla quale si può comunque costruire il futuro: anche se si dovesse perdere la battaglia, la guerra è appena al suo inizio. La mobilitazione intorno a Mirafiori, per non far sentire soli quei lavoratori e quelle lavoratrici, è un segno incoraggiante. E io sono fiducioso che si possa vincerla.
FONTE: Liberazione, 13/01/2011
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Wikileaks accusa l'Italia: «La politica non combatte la mafia»
"Come ci ha ricordato Roberto Saviano, il tema (della lotta alla criminalità organizzata, ndr) è stato virtualmente assente dalla campagna elettorale di marzo-aprile" 2008: il diplomatico suggerisce a Washington di "lavorare per fare presente al nuovo governo che la lotta al crimine organizzato è una seria priorità del governo Usa, e che i drammatici costi economici della criminalità sono un argomento convincente per una azione immediata".
«POLITICI ITALIANI NON COMBATTONO LA MAFIA»
Nel cablogramma classificato confidenziale (numero 12958) redatto il 6 giugno 2008 dal Console statunitense di Napoli, J. Patrick Thrun, disponibile sul sito Wikileaks, si leggge che «malgrado l'impegno delle forze dell'ordine, delle associazioni imprenditoriali, i gruppi di cittadini e la Chiesa,in alcune zone del Paese, stanno dimostrando promettente impegno nella lotta alla criminalità organizzata, lo stesso non si può dire dei politici italiani, in particolare a livello nazionale». Tra le fonti citate da Thrun nello stesso cablo lo scrittore Roberto Saviano: «Come ci ha ricordato» l'autore di Gomorra «il tema (della lotta alla criminalità organizzata, ndr) è stato virtualmente assente dalla campagna elettorale di marzo-aprile» del 13 e 14 aprile 2008. Il console suggerisce che Washington dovrebbe «comunicare al nuovo governo italiano che la lotta al crimine organizzato è una seria priorità del governo Usa, e che i drammatici costi economici della criminalità sono un argomento convincente per una azione immediata».
USA: PONTE STRETTO SERVE A POCO SENZA STRADE
Il ponte sullo Stretto "servirà a poco senza massicci investimenti in strade e infrastrutture in Sicilia e Calabria": lo scrive J. Patick Truhn, console generale Usa a Napoli in un dispaccio del giugno 2009 pubblicato da Wikileaks in cui si analizza la situazione in Sicilia, dopo lo scontro politico tra Raffaele Lombardo e "il partito del premier Silvio Berlusconi". Il "grandstanding" (teatrino) politico ha "bloccato una operazione di trivellazione per gas lo scorso anno e minaccia di rinviare un importante sistema di comunicazione satellitare della Marina statunitense", si legge nel dispaccio. "La maggiore sfida allo sviluppo economico (in Sicilia, ndr) rimane la mafia, che potrebbe ben essere il principale beneficiario se il ponte sullo Stretto di Messina, di cui si parla da secoli, venisse eventualmente costruito".
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"Camorra importa cibi con batteri e veleni"
La nuova rivelazione in un file Usa del 2008
A scriverlo è il console generale Usa a Napoli, J. Patrick Truhn in un dispaccio del giugno di tre anni fa pubblicato dal sito di Assange. Il diplomatico cita le affermazioni di un "comandante dei carabinieri"
Nel paragrafo in cui affronta l'impatto economico e ambientale degli interessi della camorra in Campania, il diplomatico scrive che circa "due terzi" dei panifici della regione sono in mano alla criminalità, e che cucinano il pane con materiali tossici. E che a Caserta "le fabbriche illegali che fanno mozzarella usano latte in polvere boliviano". Nel dispaccio, il diplomatico cita Roberto Saviano: "Ci ha detto che le industrie risparmiano l'80%" affidando la gestione dei rifiuti tossici alla camorra. La gran parte di queste industrie è al nord, ci ha detto".
Nellostesso file il console traccia anche un quadro della Calabria defininendola una regione "debole" oltre che
un "salasso per l'economia italiana" con una popolazione "che manca di ottimismo e che vede i politici locali come inefficaci o corrotti". Un territorio "in mano agli estorsori e ai trafficanti di droga". In quell'anno il console J. Patrick Truhn si fermò circa quattro giorni nella regione durante un viaggio lungo tutta le penisola: "La Calabria continuerà a essere una zavorra per il Paese finché il governo nazionale non dedicherà attenzione e risorse necessarie per risolvere spinosi problemi", disse al suo ritorno.
Per Trunh, infatti, oltre al "contributo (finora modesto) dei successi nell'applicazione della legge, occorre una rivoluzione nel modo in cui i calabresi stessi vedono il crimine organizzato, la corruzione e la società civile". Ci sono "pochi segnali positivi", radicati soprattutto "nei giovani". Ma più in generale, nel corso del viaggio, "abbiamo sentito sempre le stesse lamentele", si legge nel file del diplomatico.
A Vibo Valentia, ad esempio, è lo stesso prefetto della Provincia Ennio Sodano ad ammettere che "l'intera società calabrese è coinvolta nel perpetuare questa situazione. La società è indifferente". A Crotone, secondo "il presidente della Confindustria locale", "il presidente della Confindustria regionale, Umberto de Rose, non ha condotto un'opposizione forte contro i membri che pagano gli estorsori perché li considera vittime che hanno bisogno di aiuto".
Il turismo, si legge ancora nel dispaccio, "resta una delle speranze, nonostante le strutture inadeguate (la Salerno-Reggio Calabria è in costruzione da decadi e le connessioni ferroviarie, al di là della costa tirrenica, sono terribili), il degrado ambientale e il crimine organizzato". E l'anno prima, osserva Truhn, quando il console "suggerì al presidente della Provincia di Reggio Calabria di parlare con tour operator dell'industria crocieristica americana" per portare turisti "al di là dello Stretto di Messina, includendo un giorno a Reggio e forse una visita agli scavi di Locri", la risposta del presidente fu la seguente: "Cos'è un tour operator?".
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Lista Falciani, indagano 120 procure "È la fotografia dell'Italia che evade"
Un terzo dei titolari dei conti svizzeri ha aderito allo scudo fiscale. Altri nomi noti, da Claudio Panatta a Eduardo Montefusco, titolare di Rds
di CARLO BONINICerto, c'è qualcuno meno anonimo degli altri. E così nel florilegio di nomi di queste ore, si infoltisce la pattuglia dei "vip" documentati dalla lista. Della "Hsbc" di Ginevra è stata cliente la nobildonna Maria Cristina Saint Just di Teulada, classe 1937, e come lei Eduard Egon Furstenberg, figlio di Clara Agnelli (la sorella di Umberto e Gianni), stilista di alta moda, scomparso per malattia nel giugno del 2004. Ma un conto lo hanno avuto anche il conte Giovanni AulettaArmenise, barese di nascita, romano di residenza, classe 1931, Cavaliere del lavoro dal 1988, soprattutto patron della Banca Nazionale dell'Agricoltura (di cui è stato presidente fino al 1995) e Claudio Cavazza, 76 anni, Cavaliere del Lavoro come Armenise e presidente della Sigma-Tau, la seconda industria farmaceutica del Paese.
Non è tutto. Raccontavamo ieri di Cesare Pambianchi, presidente della Confcommercio di Roma ("Il conto risale agli inizi dell'anno 2000 - è stata la sua replica - quando, allo scopo di costruire un centro benessere di primo livello adiacente al "Grand hotel du Golf", nella nota località elvetica di Crans Montana, fu costituita una società di diritto svizzero, la "S&B International sa", controllata da una società italiana e governata da un Cda nel quale ricoprivo la carica di presidente"). Ma, ora, nella lista Falciani appare un secondo nome di peso della realtà produttiva della capitale. Il vicepresidente dell'Unione Industriali di Roma con delega all'expo di Milano 2015, Eduardo Montefusco, napoletano di nascita, 57 anni, editore e presidente di "Radio Dimensione suono spa", direttore della testata giornalistica "Rds news", vicepresidente dell'Associazione per la radiofonia Digitale in Italia ("Repubblica" ha provato a rintracciarlo nella giornata di ieri, senza avere risposta).
Va da sé che non poteva mancare qualche "sportivo". E il nome è quello del tennista romano Claudio Panatta, 50 anni, 8 volte in coppa Davis, fratello del più noto Adriano. E questo mentre dalla lista emergono nuovi dettagli sulle "posizioni" di alcuni dei correntisti di Hsbc di cui "Repubblica" ha dato conto ieri. Se infatti il professor Francesco Lefebvre D'Ovidio "nega di aver mai intrattenuto rapporti con Hsbc" e se la "Hausmann&co srl", la "Hausmann condotti srl" e la "Hausmann Trident srl" "smentiscono categoricamente di aver mai avuto rapporti finanziari con Hsbc e che il signor Pietro Hausmann sia legato in qualsiasi modo, diretto o indiretto con le attività di orologeria e gioielleria svolte a Roma", salta fuori che, nella filiale ginevrina della banca, oltre al conto intestato allo scomparso regista Sergio Leone, ne risulta un secondo di cui è titolare il figlio Andrea. Entrambi per un importo nominale di 3 milioni di euro ciascuno. Mentre la disponibilità del conto di Stefania Sandrelli sarebbe stata di circa 400 mila euro.
Naturalmente, il lavoro della Guardia di Finanza sulla "lista" (e di conseguenza quello delle 120 Procure che hanno aperto procedimenti per evasione fiscale nei confronti dei 5 mila correntisti) è tutt'altro che prossimo a una conclusione. Non fosse altro perché è appena cominciata l'analisi delle posizioni di tutti quei correntisti i cui saldi contabili al 31 dicembre del 2006 (data in cui il database è stato trafugato da Falciani) ammontavano a "0" e dunque per i quali la legge non prevede la "presunzione di evasione". Si tratta, verosimilmente, di conti "svuotati" nel tempo e di cui ora si cercheranno di ricostruire i flussi.
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Rifiuti a Napoli, la guerra dei sub-appalti dietro alla monezza per le strade
di Nello Trocchia
L'inchiesta della Digos ha portato in carcere sei persone. Tra queste Salvatore Fiorito presidente della cooperativa Davideco è accusao di aver orchestrato gli incendi agli autocompattatori
“ Mo subito ci dobbiamo dare una risposta. Mo che escono i camion avviate ad appicciarli (incendiarli, ndr)”. Parola di Salvatore Fiorito, tra i responsabili degli incendi agli auto-compattatori di Enerambiente, degli assalti al parco mezzi e alla sede della società che per conto del comune di Napoli si occupava della rimozione e trasporto dei rifiuti urbani (contratto poi rescisso). Fatti ed episodi che risalgono al periodo settembre-ottobre scorso e che hanno contribuito ai disservizi nella raccolta della spazzatura. Tentata estorsione, devastazione e incendi i reati contestati a vario titolo agli indagati. Per questo Fiorito, come presidente, e altri cinque soci della cooperativa Davideco sono sono stati raggiunti da ordinanza di custodia cautelare (tre in carcere), su ordine della Procura di Napoli, in una indagine coordinata dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo. Dietro i sacchetti in strada, la guerra dei sub-appalti. Quello che emerge, dall’inchiesta condotta dalla Digos, sono gli interessi di una cricca che, indisturbata, ha tenuto sotto controllo la gestione rifiuti a Napoli.Affari, talpe e devastazioni
La catena di subappalti è lunga e costellata di sprechi. L’Asia, società in house del comune di Napoli, dovrebbe gestire il servizio in proprio, invece, ne affida una parte ad Enerambiente che a sua volta si rivolge alla cooperativa Davideco, con la quale sottoscrive una convenzione, sciolta il 15 settembre 2010. Quest’ultima è un vero e proprio sub-appalto che viola le norme sui contratti pubblici, sottoscritto senza presentare certificazione antimafia, ed esorbitante rispetto alle necessità della stessa Enerambiente. La mancata proroga della convenzione ha fatto scattare la violenza. Fiorito più volte manifesta amicizie con clan di camorra e rapporti con i Sarno, egemoni a Ponticelli, ma per gli inquirenti appaiono vanterie, visto che non ci sono contestazioni in merito. Ma dalle intercettazioni emerge un dato inquietante. Un interlocutore, non identificato, mette in guardia Fiorito, lo avverte delle indagini in corso: ‘”C’è questa tarantella disse vieni sopra ti devo parlare aprì la schermata del computer…io Gaetano tutti con il telefono sotto controllo”. Gli inquirenti indagano per individuare l’eventuale talpa.
Torniamo agli accordi. La mancata proroga della convenzione è dovuta al cambio ai vertici della società Enerambiente che ha allontanato i manager responsabili della gestione ‘allegra’. Prima avveniva tutto di comune accordo tra ditta appaltatrice e la cooperativa di Fiorito. Oltre i soldi pattuiti dalla convenzione, tra l’alto con pagamenti forfettari, emergono compensi aggiuntivi che non risultavano giustificati da alcuna specifica documentazione a sostegno – scrive il Gip Isabella Iaselli – e tuttavia venivano liquidate da chi all’epoca era alla dirigenza della Enerambiente (Giovanni Faggianocoadiuvato da Corrado Cigliano)’. Cifre esorbitanti, pagamenti “fuori busta” con cadenza regolare fino a febbraio 2010 e poi decrescevano a dismisura 260 mila euro ad aprile, 230 mila euro a maggio e giugno e 330 mila euro a luglio ed agosto. Dalla ricostruzione degli inquirenti emerge la strategia perseguita dal Fiorito “usare i dipendenti per organizzare manifestazioni violente tese a creare danni alla Enereambiente e a cedere alle pretese”. L’obiettivo sono i soldi, ma anche restare nel settore della munnezza, creando nuove sigle e inserendosi nelle società vincenti, grazie anche alle coperture e “amicizie” che contano.
La Cigliano’s band
Tutto cambia quando Enerambiente, ai primi di settembre, rinnova i vertici. E il Fiorito è consapevole che la situazione “una volta cambiata la dirigenza di Enerambiente, non potrà essere portata avanti negli stessi termini proprio lui afferma che Corrado Cigliano e don Giovanni Faggianoerano altre persone…”. Dalla ricostruzione fatta da Enrico Prandin, responsabile dei controlli di Enerambiente, emerge il patto con Fiorito e il ruolo di Cigliano. “Inizialmente fu stipulata – si legge nell’ordinanza – una convenzione con le cooperative Nuove Frontiere e San Marco (poi raggiunta da interdittiva antimafia, ndr), ma poi quest’ultima fu sostituita, su indicazione di Cigliano Corrado, capo cantiere della Enerambinete, dalla cooperativa Davideco, il cui rappresentante, Salvatore Fiorito, era già stato collaboratore del legale rappresentante della coop San Marco”. Corrado Cigliano è il fratello di Dario Cigliano, consigliere provinciale del Pdl a Napoli, uomo vicino a Nicola Cosentino. I Cigliano, non indagati, sono figli del famoso assessore socialista Antonio, responsabile della privatizzazione della nettezza urbana a Napoli nei primi anni ’90 con seguito di arresto e bufera giudiziaria. Salvatore Fiorito anche in interviste pubbliche non ha mai nascosto l’amicizia con la famiglia Cigliano, in particolare con Corrado, e la rivendica anche nelle telefonate intercettate. In questa storia a pagare i cittadini senza servizi, i conti pubblici e i dipendenti senza lavoro ancora in attesa dello stipendio.
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Il bagno d'oro del prefetto 100mila euro per ristrutturarlo
Marmi, hammam e idromassaggio. "Cifra alta, ma non è una casa popolare".
I lavori dopo l'insediamento di Musolino a palazzo Spinola: "Ma non li ho chiesti io"
di MICHELA BOMPANIBagno turco con illuminazione per la cromoterapia, vasca idromassaggio, rivestimento in marmo verde e bianco, sanitari "serie lusso": la ristrutturazione della stanza da bagno nell'appartamento del prefetto di Genova, terminata qualche mese fa, è costata complessivamente 105.564,17 euro.
A pagare tutto questo è stato il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sul cui bilancio il direttore generale del Provveditorato interregionale delle opere pubbliche della Lombardia e della Liguria, Francesco Errichiello, ha impegnato la somma complessiva: capitolo 7341 per l'esercizio finanziario 2010, destinato alla "ristrutturazione locali igienici e demolizione pensilina nell'alloggio del signor Prefetto, presso la Prefettura di Genova".
"Chiederò spiegazioni al Provveditorato alle opere pubbliche: se avessi saputo che l'importo degli interventi si aggirava intorno ai centomila euro, avrei escluso l'esecuzione dei lavori, mi pare davvero esagerata - si stupisce il prefetto Francesco Musolino - I servizi igienici, è vero, andavano rifatti: da trent'anni nessuno li aveva mai ristrutturati e ho dato indicazioni perché questo avvenisse. Altri, però, si sono poi occupati di farli realizzare". I lavori, affidati dopo una gara e con un atto di cottimo all'impresa Enrico Bertoni srl, hanno fatto registrare diversi aumenti di spesa, dovuti proprio alla complessità delle soluzioni che l'impresa doveva eseguire secondo il progetto. E hanno implicato l'impegno ulteriore di operai specializzati, oppure sovrapprezzi per la fornitura dei sanitari o delle rubinetterie "per la particolarità dei pezzi scelti", dal 20 al 30% a pezzo, in alcuni casi.
"La cifra esatta di spesa è di 94.000 euro, non supera i centomila. E poi i lavori eseguiti non hanno coinvolto soltanto un bagno, ma diversi locali nell'appartamento del signor prefetto", mette in chiaro l'ingegner Alessandro Pettinalli, dirigente tecnico, in Liguria, del Provveditorato alle opere pubbliche.
È costato 9.538 euro il bagno turco che, come indica l'elenco dei prezzi, firmato dal responsabile del procedimento per il Provveditorato alle opere pubbliche, e "composto da porta attrezzata con pannello di controllo, diffusore e plafoniera di illuminazione per la cromoterapia, completo di generatore di vapore, kit di coibentazione e vetrata aggiuntiva, finitura cromata". Altri 5.519 euro sono serviti per il rivestimento del bagno turco-doccia. Per la "vasca idromassaggio asimmetrica di 170 centimetri per 90 per 59 circa, completa di rubinetteria, motori, pannello di comando, diffusori, ecc", sono stati impegnati 8.577 euro. Quasi 12mila euro si sono resi necessari, poi, per rivestire i muri del bagno con marmo verde e bianco. Il mobile del lavabo, "come da progetto", è costato oltre quattromila euro.
"Si tratta di un appartamento di rappresentanza, collocato in un edificio di grande pregio, non di un alloggio popolare - aggiunge il prefetto Musolino - ma ribadisco che la cifra mi pare esorbitante". Il palazzo della Prefettura di Genova è patrimonio dell'umanità dell'Unesco: l'edificio Doria Spinola, costruito a metà del Cinquecento, venne documentato dal grande pittore fiammingo Peter Paul Rubens quando realizzò la serie dei "Palazzi di Genova", ritraendo le più straordinarie dimore della Superba. L'appartamento di rappresentanza del Prefetto, però si trova all'ultimo piano, in una zona sopraelevata nel secolo scorso. "Mi avevano indicato altri lavori urgenti nell'appartamento, ma ho suggerito di dare una buona passata di aspirapolvere, per risparmiare, figuriamoci se posso concepire una spesa del genere per un bagno", conclude il prefetto.
A pagare tutto questo è stato il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sul cui bilancio il direttore generale del Provveditorato interregionale delle opere pubbliche della Lombardia e della Liguria, Francesco Errichiello, ha impegnato la somma complessiva: capitolo 7341 per l'esercizio finanziario 2010, destinato alla "ristrutturazione locali igienici e demolizione pensilina nell'alloggio del signor Prefetto, presso la Prefettura di Genova".
"Chiederò spiegazioni al Provveditorato alle opere pubbliche: se avessi saputo che l'importo degli interventi si aggirava intorno ai centomila euro, avrei escluso l'esecuzione dei lavori, mi pare davvero esagerata - si stupisce il prefetto Francesco Musolino - I servizi igienici, è vero, andavano rifatti: da trent'anni nessuno li aveva mai ristrutturati e ho dato indicazioni perché questo avvenisse. Altri, però, si sono poi occupati di farli realizzare". I lavori, affidati dopo una gara e con un atto di cottimo all'impresa Enrico Bertoni srl, hanno fatto registrare diversi aumenti di spesa, dovuti proprio alla complessità delle soluzioni che l'impresa doveva eseguire secondo il progetto. E hanno implicato l'impegno ulteriore di operai specializzati, oppure sovrapprezzi per la fornitura dei sanitari o delle rubinetterie "per la particolarità dei pezzi scelti", dal 20 al 30% a pezzo, in alcuni casi.
"La cifra esatta di spesa è di 94.000 euro, non supera i centomila. E poi i lavori eseguiti non hanno coinvolto soltanto un bagno, ma diversi locali nell'appartamento del signor prefetto", mette in chiaro l'ingegner Alessandro Pettinalli, dirigente tecnico, in Liguria, del Provveditorato alle opere pubbliche.
È costato 9.538 euro il bagno turco che, come indica l'elenco dei prezzi, firmato dal responsabile del procedimento per il Provveditorato alle opere pubbliche, e "composto da porta attrezzata con pannello di controllo, diffusore e plafoniera di illuminazione per la cromoterapia, completo di generatore di vapore, kit di coibentazione e vetrata aggiuntiva, finitura cromata". Altri 5.519 euro sono serviti per il rivestimento del bagno turco-doccia. Per la "vasca idromassaggio asimmetrica di 170 centimetri per 90 per 59 circa, completa di rubinetteria, motori, pannello di comando, diffusori, ecc", sono stati impegnati 8.577 euro. Quasi 12mila euro si sono resi necessari, poi, per rivestire i muri del bagno con marmo verde e bianco. Il mobile del lavabo, "come da progetto", è costato oltre quattromila euro.
"Si tratta di un appartamento di rappresentanza, collocato in un edificio di grande pregio, non di un alloggio popolare - aggiunge il prefetto Musolino - ma ribadisco che la cifra mi pare esorbitante". Il palazzo della Prefettura di Genova è patrimonio dell'umanità dell'Unesco: l'edificio Doria Spinola, costruito a metà del Cinquecento, venne documentato dal grande pittore fiammingo Peter Paul Rubens quando realizzò la serie dei "Palazzi di Genova", ritraendo le più straordinarie dimore della Superba. L'appartamento di rappresentanza del Prefetto, però si trova all'ultimo piano, in una zona sopraelevata nel secolo scorso. "Mi avevano indicato altri lavori urgenti nell'appartamento, ma ho suggerito di dare una buona passata di aspirapolvere, per risparmiare, figuriamoci se posso concepire una spesa del genere per un bagno", conclude il prefetto.
La Corte dei Conti condanna Maurizio Scelli
Secondo la sentenza di primo grado l'ex commissario della Croce Rossa dovrà risarcire 900mila euro all'ente
Maurizio Scelli, ex commissario straordinario della Croce rossa italiana, è stato condannato in primo grado dalla Corte dei conti a versare 900mila euro proprio all’ente che ha gestito per anni.Fra le motivazioni della sentenza si legge: «Totale disprezzo di qualsiasi canone di sana amministrazione, in totale noncuranza degli equilibri finanziari della Croce Rossa Italiana». La condanna riguarda non solo l’ex commissario ma anche altri due funzionari di Croce rossa, Aldo Smolizzae Virgilio Pandolfi: i tre, in tutto, secondo la sentenza di primo grado, dovrebbero versare 3 milioni di euro a beneficio di Cri per compensare i danni causati dalla loro gestione.
Nel 2004, Scelli, Smolizza e Pandolfi stipularono – attraverso lo strumento dell’ordinanza commissariale – alcuni contratti per servizi informatici, nonostante il Collegio dei revisori dei conti ne avesse rilevato la mancata copertura finanziaria. La corte ha definito qui contratti che Corte «del tutto incongrui rispetto alle possibilità finanziarie dell’Amministrazione di appartenenza». Il tutto, con piena consapevolezza della cosa da parte dei tre. Scelli ha contestato la sentenza: “In appello mi auguro che i magistrati facciano piena chiarezza sulla vicenda. Non vorrei cominciare a pensare a una sorta di accanimento semplicemente perché sto con Silvio Berlusconi.»
Che Scelli stia con Berlusconi è fuori di dubbio. Ma la sua carriera comincia ben prima. Da anni gravita nell’orbita del centrodestra e vicino ad ambienti cattolici. Già segretario dell’Unitalsi (Unione Nazionale Italiana Trasporto a Lourdes e Santuari Internazionali), ha partecipato al Giubileodel 2000 (come un altro pluricommissario straordinario, Guido Bertolaso) occupandosi del Giubileo degli Ammalati. Nel 2001 tenta una prima volta la carriera politica, candidandosi proprio per Forza Italia in Abruzzo. Non viene eletto, nonostante una campagna elettorale martellante. Mentre si avvicina la crisi irachena, Scelli sostituisce l’allora commissario di Croce rossa, Steffan De Mistura, uomo dell’ONU vicino a Kofi Annan. I maligni dicono che l’avvicendamento avvenga per volere di Gianni Letta, che già aveva provveduto alla scalata alla Protezione civile di Guido Bertolaso. Da lì, Scelli si impegna in una serie di missioni all’estero e, a suo dire, nel riordino dell’ente Croce rossa. Anche se, evidentemente, la Corte dei conti non è dello stesso avviso.
Qualcuno, durante il suo periodo da Commissario, sostiene che voglia ritagliarsi un ruolo politico. Scelli afferma: «Certe illazioni mi fanno ridere». Però, di ambizioni politiche Scelli ne ha eccome: fonda una specie movimento che si chiama “Italia di nuovo”, slogan, “Né con Prodi né con Berlusconi”. In realtà vorrebbe gestire “Onda azzurra”, movimento giovanile di Forza Italia. Al battesimo di “Italia di nuovo”, cui dovrebbe presenziare anche Silvio Berlusconi, Scelli invita anche gli ex Nar Mambro e Fioravanti, con grande imbarazzi di Palazzo Chigi. La parabola di Scelli sembra a quel punto al termine: nel 2005 in Croce rossa arrivano elezioni per un Presidente e non per un commissario. È di quel periodo l’ultima bufera: Scelli dichiara di avere avuto un ruolo decisivo nella rilascio di Simona Pari e Simona Torretta, rapite in Iraq e che la Croce rossa italiana aveva curato quattro terroristi per favorire il buon esito, tenendo all’oscuro l’intelligence americana, con il benestare di Gianni Letta. Si rischia il caso diplomatico. Letta, riferisce La Stampa, commenta: «Scelli è impazzito». Mica tanto, visto che poco dopo (2008) viene candidato come numero 3 in Abruzzo per il PdL, e conseguentemente eletto deputato. Oggi è anche membro della Commissione giustizia.
Non è la prima volta che Scelli è sotto accusa per le questioni che riguardano Cri. La prima sentenza della Corte dei Conti in merito, fu di assoluzione. Scelli era accusato di aver distratto per esigenze economiche interne alla Croce Rossa” fondi di 17 milioni di euro destinati alla missione “Antica Babilonia” a Nassiriya. Interessante, però, leggere la motivazione dell’assoluzione (sentenza n° 1924 del 13 luglio 2009) in cui effettivamente si ammette che 17.595.64515 euro furono sì utilizzati “a fini interni” ma ciò “non costituisce danno sotto il profilo contestato, perché il contributo permette alla Cri di svolgere i suoi compiti istituzionali”. Non solo: “Il Ministero della Difesa ha sempre approvato le spese rendicontate della C.R.I.” e sussiste la “mancanza di un’espressa disposizione di legge che sia stata violata”.
Oggi, mentre Scelli siede in Parlamento, la Croce rossa è nuovamente commissariata (il commissario è l’avvocato Francesco Rocca, altro uomo benvoluto da Gianni Letta). E nell’occhio del ciclone per i conti in rosso. E per almeno 54 eccezioni mosse da un’ispezione del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Insomma, la storia delle ambiguità di Croce rossa sembra destinata a non avere fine.
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Costringeva i pazienti a operazioni inutili
Arrestato primario dell'ospedale di Ragusa
Il medico è accusato di avere effettuato interventi chirurgici per patologie inesistenti, di avere redatto false diagnosi e di avere indotto alcuni ricoverati a scegliere di essere operati a pagamento.
di MASSIMO LORELLOA una paziente è stato asportato l'unico rene sano che possedeva. Ora quella donna è in dialisi. A una ragazza è stata tolta un'ovaia senza alcun motivo valido. Una terza donna è stata operata due volte nell'arco di pochi giorni: la prima volta per porre rimedio a una patologia della quale era affetta da tempo, la seconda per rimuovere una garza dimenticata nell'addome durante l'intervento precedente. E sarebbero anche stati asportati, per tumori inesistenti, parti di due stomaci.
È lunga e agghiacciante la lista di casi contenuti nell'inchiesta che ha portato all'arresto di Ignazio Massimo Civello, 62 anni, responsabile del Dipartimento chirurgico dell'Azienda sanitaria provinciale di Ragusa e primario di Chirurgia toracica dell'ospedale civile del capoluogo. Il professionista è stato arrestato dai carabinieri all'aeroporto Fontanarossa di Catania poco dopo mezzogiorno.
È accusato di avere eseguito interventi chirurgici per patologie inesistenti, di avere formulato false diagnosi e di avere indotto alcuni pazienti a scegliere di essere operati a pagamento. Sono indagati altri professionisti appartenenti allo stesso reparto ma anche ad altre unità operative ospedaliere. I carabinieri del Nas hanno effettuato numerose perquisizioni.
Nei confronti del medico ha emesso ordine di custodia cautelare domiciliare il Gip di Ragusa, Claudio Maggioni, su richiesta del procuratore Carmelo Petralia, che ha coordinato le indagini avviate nell'agosto 2008 e concluse nello scorso dicembre. Contestati al primario diversi casi di concussione ai danni degli ammalati ai quali offriva le sue prestazioni a pagamento con la falsa prospettiva, in caso contrario, di lunghissime liste d'attesa e della possibilità che non fosse lui a eseguire l'intervento chirurgico.
Il professionista avrebbe anche alterato le liste d'attesa per dare la precedenza ai pazienti che precedentemente erano stati visitati nei suoi studi privati. Sarebbero emerse anche falsificazione del registro di sala operatoria, nel quale veniva inserito artatamente il nome del primario, mentre in realtà in professionista si sarebbe trovato da tutt'altra parte. Il falso aveva l'obiettivo di fare lievitare il numero degli interventi cosiddetti "istituzionali" e cioè a totale carico del Servizio sanitario nazionale, aumentando così la casistica operatoria del dirigente medico. In alcune occasioni, il primario avrebbe anche operato senza il consenso informato dei pazienti.
"Siamo sconcertati per quello che è successo e per questo motivo ho già avviato un'ispezione per comprendere come sia potuto accadere e, soprattutto, per verificare se tutto ciò sia il risultato di un sistema di connivenze. Nel contempo ho chiesto anche una relazione dettagliata al direttore generale dell'Azienda sanitaria provinciale di Ragusa". Così l'assessore regionale alla Salute, Massimo Russo, interviene sull'arresto del primario.
"Voglio esprimere inoltre - continua Russo - un plauso ai carabinieri e alla magistratura per avere fatto venire alla luce una vicenda che mi auguro sia solo un caso isolato, anche se protrattosi nel tempo. In ogni caso, già domani, chiederò ufficialmente gli atti dell'inchiesta alla Procura di Ragusa".
È lunga e agghiacciante la lista di casi contenuti nell'inchiesta che ha portato all'arresto di Ignazio Massimo Civello, 62 anni, responsabile del Dipartimento chirurgico dell'Azienda sanitaria provinciale di Ragusa e primario di Chirurgia toracica dell'ospedale civile del capoluogo. Il professionista è stato arrestato dai carabinieri all'aeroporto Fontanarossa di Catania poco dopo mezzogiorno.
È accusato di avere eseguito interventi chirurgici per patologie inesistenti, di avere formulato false diagnosi e di avere indotto alcuni pazienti a scegliere di essere operati a pagamento. Sono indagati altri professionisti appartenenti allo stesso reparto ma anche ad altre unità operative ospedaliere. I carabinieri del Nas hanno effettuato numerose perquisizioni.
Nei confronti del medico ha emesso ordine di custodia cautelare domiciliare il Gip di Ragusa, Claudio Maggioni, su richiesta del procuratore Carmelo Petralia, che ha coordinato le indagini avviate nell'agosto 2008 e concluse nello scorso dicembre. Contestati al primario diversi casi di concussione ai danni degli ammalati ai quali offriva le sue prestazioni a pagamento con la falsa prospettiva, in caso contrario, di lunghissime liste d'attesa e della possibilità che non fosse lui a eseguire l'intervento chirurgico.
Il professionista avrebbe anche alterato le liste d'attesa per dare la precedenza ai pazienti che precedentemente erano stati visitati nei suoi studi privati. Sarebbero emerse anche falsificazione del registro di sala operatoria, nel quale veniva inserito artatamente il nome del primario, mentre in realtà in professionista si sarebbe trovato da tutt'altra parte. Il falso aveva l'obiettivo di fare lievitare il numero degli interventi cosiddetti "istituzionali" e cioè a totale carico del Servizio sanitario nazionale, aumentando così la casistica operatoria del dirigente medico. In alcune occasioni, il primario avrebbe anche operato senza il consenso informato dei pazienti.
"Siamo sconcertati per quello che è successo e per questo motivo ho già avviato un'ispezione per comprendere come sia potuto accadere e, soprattutto, per verificare se tutto ciò sia il risultato di un sistema di connivenze. Nel contempo ho chiesto anche una relazione dettagliata al direttore generale dell'Azienda sanitaria provinciale di Ragusa". Così l'assessore regionale alla Salute, Massimo Russo, interviene sull'arresto del primario.
"Voglio esprimere inoltre - continua Russo - un plauso ai carabinieri e alla magistratura per avere fatto venire alla luce una vicenda che mi auguro sia solo un caso isolato, anche se protrattosi nel tempo. In ogni caso, già domani, chiederò ufficialmente gli atti dell'inchiesta alla Procura di Ragusa".
Aggredì due giovani gay pena ridotta per "Svastichella"
In appello la condanna è scesa da 7 a 4 anni, per la concessione delle attenuanti generiche. Ma resta invariata la contestazione di tentato omicidio. Le parti civile si dichiarano soddisfatte, ma Alemanno esprime perplessità
Pena ridotta nel processo d'appello per Alessandro Sardelli, noto come "Svastichella", l'uomo accusato di aver aggredito due ragazzi omosessuali la notte tra il 21 e il 22 agosto del 2009 al Gay Village all'Eur. Lo hanno deciso i giudici della I Corte d'Appello, presieduta da Eugenio Mauro, che hanno ridotto la condanna a quattro anni dai sette inflitti con rito abbreviato il 13 gennaio scors. Il pg Elisabetta Ceniccola aveva chiesto invece la conferma di tale condanna.
La riduzione è motivata dalla concessione delle attenuanti generiche, ma lascia invariata la contestazione di tentato omicidio, porto d'arma bianca e lesioni gravi, per aver ferito al torace un ragazzo gay, Dino, e averne colpito un altro alla testa, Giuseppe. Soddisfatti per questa decisione le parti civili costituite, il Comune di Roma con l'avvocato Enrico Maggiore, l'Arcigay Roma e i due ragazzi aggrediti con l'avvocato Daniele Stoppello.
Ma è proprio il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, a esprimere perplessità per la riduzione di pena. "Pur rispettando l'autonoma decisione dei giudici della Corte d'Appello non possiamo non rimanere profondamente perplessi di fronte a questa sentenza perché riduce a 4 anni una condanna per tentato omicidio", ha dichiarato il primo cittadino. "Tutto questo non sarebbe successo se in Italia esistesse una norma che preveda un'aggravante per omofobia".
E anche da una delle vittime dell'aggressione arrivano parole dure: "Sono indignato di fronte a quei politici che dicono di voler combattere la violenza e poi non fanno nulla", dichiara Dino. "Cosa aspetta il Parlamento ad approvare una legge sul reato di omofobia. Dovrebbero vergognarsi"
La riduzione è motivata dalla concessione delle attenuanti generiche, ma lascia invariata la contestazione di tentato omicidio, porto d'arma bianca e lesioni gravi, per aver ferito al torace un ragazzo gay, Dino, e averne colpito un altro alla testa, Giuseppe. Soddisfatti per questa decisione le parti civili costituite, il Comune di Roma con l'avvocato Enrico Maggiore, l'Arcigay Roma e i due ragazzi aggrediti con l'avvocato Daniele Stoppello.
Ma è proprio il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, a esprimere perplessità per la riduzione di pena. "Pur rispettando l'autonoma decisione dei giudici della Corte d'Appello non possiamo non rimanere profondamente perplessi di fronte a questa sentenza perché riduce a 4 anni una condanna per tentato omicidio", ha dichiarato il primo cittadino. "Tutto questo non sarebbe successo se in Italia esistesse una norma che preveda un'aggravante per omofobia".
E anche da una delle vittime dell'aggressione arrivano parole dure: "Sono indignato di fronte a quei politici che dicono di voler combattere la violenza e poi non fanno nulla", dichiara Dino. "Cosa aspetta il Parlamento ad approvare una legge sul reato di omofobia. Dovrebbero vergognarsi"
Un altro decesso in carcere, il 6° del 2011
Aveva 23 anni ed è morto aspirando gas
Originario di Taranto, scontava un cumulo di pena per reati contro il patrimonio che lo avrebbe tenuto in cella fino al 2018. Non si sa ancora se si è tolto la vita, oppure se la bomboletta del fornello da campeggio l'ha aspirata solo per stordirsi. L'inspiegabile silenzio della questura di Perugia
di CARLO CIAVONIL'on. Bernardini aveva avvertito. E' il sesto decesso dietro le sbarre, dall'inizio dell'anno: se si arriverà ad accertare che M. M. si è tolto la vita, sarà il terzo suicidio dal 1° gennaio scorso. Nel carcere di Perugia sono attualmente rinchiuse 519 persone in uno spazio che potrebbe contenerne 350. L'onorevole Rita Bernardini, deputata del Partito Radicale, eletta nelle liste del Pd, due giorni fa aveva avanzato un'interrogazione parlamentare, a seguito di alcune segnalazioni di atti di autolesionismo che si erano verificati nel carcere di Perugia. La parlamentare aveva chiesto anche che fossero messi in atto i protocolli di sicurezza previsti dal ministero, per prevenire i suicidi. Intanto, la popolazione carceraria cresce di giorno in giorno: il 31 dicembrescorso risultavano in cella oltre 67.000 reclusi, in uno spazio complessivo utile per 45.022 persone.
"Vietare le bombolette". Era tarda sera, quando M. M. ha deciso di inalare il gas contenuto nella bomboletta, che ha prima immesso in un sacchetto di plastica e poi aspirato con forza. I suoi compagni di cella - stando a quanto è stato possibile apprendere finora - non si sarebbero accdorti di nulla. Il giovane è stato subito soccorso dal personale di sorveglianza, ma è morto poco dopo. In carcere è quindi intervenuto anche il medico-legale, che entro domani farà sapere l'esito dell'esame autoptico. Il Sappe, Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, in un comunicato parla di "ennesimo suicidio". Il segretario generale, Donato Capece ha quindi spiegato che tutti i detenuti "legittimamente" hanno le bombolette per cucinarsi e riscaldarsi cibi e bevande, "come prevede il regolamento penitenziario". A suo avviso è però necessario "rivedere la possibilità che continuino a mantenere questi oggetti nelle celle".
Ma i fornelletti servono". Di parere opposto sono invece le organizzazioni di volontariato che svolgono il lavoro di supporto e assistenza nelle carceri, o che - come Ristretti Orizzonti 1 - svolgono un costante ruolo di monitoraggio sulla condizione nelle carceri italiane, nell'ottica della difesa dei diritti. Sulla tabella degli stanziamenti, alla voce spese per il trattamento dei detenuti, i 160 mila euro nel capitolo dedicato al vitto sarebbero stati ridotti a 85 per il 2011. Ora, tenendo conto che per i tre pasti al giorno lo Stato spende 4 euro a detenuto, la prospettiva è che quella cifra si riduca ulteriormente. Ecco allora l'esigenza del fornelletto in cella, per permettere ai reclusi di prepararsi autonomamente qualcosa in più rispetto a quanto fornito dall'amministrazione penitenziaria.
Il bilancio. Dal 2000 al 2010 i morti in carcere sono stati 1736, di cui 626 suicidi. Nel corso dell'anno appena passato le persone che si sono tolte la vita sono state 66. L'anno precedente - il 2009 - è stato nel trascorso decennio quello con il numero maggiore di suicidi: 72.
Le bugie del governo. È stato prorogato lo "stato di emergenza sulle carceri", scaduto il 31 dicembre scorso. La decisione è stata presa l'altra sera dal Consiglio dei ministri. La misura, entrata in vigore il 13 gennaio 2010, era stata introdotta per affrontare le drammatiche condizioni di sovraffollamento delle carceri italiane. Una misura che per ora non ha dato i risultati promessi: dei 47 nuovi padiglioni promessi dal piano carceri non ne è stato costruito neanche uno. La loro costruzione avrebbe dovuto essere agevolata proprio dallo stato di emergenza. "Inoltre erano stati promessi 2mila nuovi agenti, ne sono stati assunti 56. Ma 800 sono andati in pensione" spiega Donato Capece, segretario del Sappe 2, Sindacato autonomo di polizia penitenziaria.
Lavora solo il 20% dei detenuti. Secondo Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone 3, "dovrebbero cambiare alcune leggi che producono un'eccessiva carcerazione e, sul lungo termine, lavorare sulla prevenzione, attraverso i temi dell'educazione, del lavoro, dell'immigrazione". A questo proposito, va ricordato che solo il 20% dei detenuti nella carceri italiane lavora, il restante 80% trascorre il suo tempo in un'angosciosa inattività, spesso all'origine dei suicidi, in spazi sempre più angusti dal momento che ormai
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De Corato: "Milano troppo africana in tre giorni tre cortei, come in Maghreb"
Il vicesindaco va all'attacco: "Mi chiedo se l'agenda dei problemi milanesi debba essere
costantemente sintonizzata con quello che accade sull'altra sponda del Mediterraneo"
A Milano gli immigrati africani organizzano troppe manifestazioni e sit-in sui problemi dei loro Paesi di provenienza. E sono in particolare gli extracomunitari arrivati dal Maghreb che dovrebbero scendere meno in piazza, anche perché è gente che incide "fortemente sulla sicurezza di Milano". Lo dice in una nota il vicesindaco del capoluogo lombardo (e assessore alla Sicurezza e al traffico), Riccardo De Corato, riferendosi ai tre cortei in tre giorni organizzati da associazioni di immigrati nordafricani.
"In tre giorni, da sabato 15 a lunedì 17 gennaio, a Milano si svolgeranno tre presidi che riguardano problematiche degli immigrati stranieri. E che dovranno necessariamente comportare l'impiego di pattuglie della polizia locale, interventi sulla viabilità, anche se non si prevedono oceaniche adunate. Va bene che Milano è una città multietnica - dice De Corato - va bene che a milano circa un straniero su quattro è africano (47mila su 212mila residenti). E che la componente afroasiatica (122.685 presenze) è cresciuta del 2.154 per cento negli ultimi trent'anni. Ma mi chiedo se l'agenda dei problemi milanesi debba essere costantemente sintonizzata con quello che accade sull'altra sponda del Mediterraneo, dalla questione tunisina alle rivendicazioni berbere sulla libia. Che avranno, per l'amor del cielo, un'indubbia dignità di attenzione. Ma che non so quanto possano interessare i milanesi".
A Milano il 15 gennaio dalle 10 alle 13 ci sarà un presidio in piazza Cinque giornate organizzato dall'Associazione tunisini contro la violazione dei diritti umani. Un secondo presidio, dalle 17 alle 22, si terrà alle Colonne di San Lorenzo ed è organizzato dall'Associazione immigrati autorganizzati. Infine il 17, dalla 9 alle 12, l'Associazione culturale berbera effettuerà un sit-in in piazza Diaz a favore della liberazione di connazionali arrestati in Libia. "Mi auguro - conclude De Corato - che Milano non debba farsi carico ora anche delle problematiche del Maghreb".
"L'ignoranza di De Corato offende Milano", replica il vicepresidente del Consiglio regionale, Filippo Penati (Pd). "In Tunisia negli scontri degli ultimi mesi ci sono stati oltre 60 morti, vittime della repressione di una rivolta di giovani che lottano per una più equa distribuzione delle ricchezze, per la democrazia e la libertà. La violazione dei diritti umani da parte del governo tunisino è stata condannata con fermezza dall'Unione europea. Si sta parlando di una tragedia, non del capriccio di pochi facinorosi".
"In tre giorni, da sabato 15 a lunedì 17 gennaio, a Milano si svolgeranno tre presidi che riguardano problematiche degli immigrati stranieri. E che dovranno necessariamente comportare l'impiego di pattuglie della polizia locale, interventi sulla viabilità, anche se non si prevedono oceaniche adunate. Va bene che Milano è una città multietnica - dice De Corato - va bene che a milano circa un straniero su quattro è africano (47mila su 212mila residenti). E che la componente afroasiatica (122.685 presenze) è cresciuta del 2.154 per cento negli ultimi trent'anni. Ma mi chiedo se l'agenda dei problemi milanesi debba essere costantemente sintonizzata con quello che accade sull'altra sponda del Mediterraneo, dalla questione tunisina alle rivendicazioni berbere sulla libia. Che avranno, per l'amor del cielo, un'indubbia dignità di attenzione. Ma che non so quanto possano interessare i milanesi".
A Milano il 15 gennaio dalle 10 alle 13 ci sarà un presidio in piazza Cinque giornate organizzato dall'Associazione tunisini contro la violazione dei diritti umani. Un secondo presidio, dalle 17 alle 22, si terrà alle Colonne di San Lorenzo ed è organizzato dall'Associazione immigrati autorganizzati. Infine il 17, dalla 9 alle 12, l'Associazione culturale berbera effettuerà un sit-in in piazza Diaz a favore della liberazione di connazionali arrestati in Libia. "Mi auguro - conclude De Corato - che Milano non debba farsi carico ora anche delle problematiche del Maghreb".
"L'ignoranza di De Corato offende Milano", replica il vicepresidente del Consiglio regionale, Filippo Penati (Pd). "In Tunisia negli scontri degli ultimi mesi ci sono stati oltre 60 morti, vittime della repressione di una rivolta di giovani che lottano per una più equa distribuzione delle ricchezze, per la democrazia e la libertà. La violazione dei diritti umani da parte del governo tunisino è stata condannata con fermezza dall'Unione europea. Si sta parlando di una tragedia, non del capriccio di pochi facinorosi".
Accuse di aggiotaggio, la procura di Milano chiede l’archiviazione
Il premier non commise reato quando, parlando a Santa Margherita Ligure nel 2009, invitò a non pagare inserzioni pubblicitarie ai giornali "che remano contro"
Il premier Silvio Berlusconi non commisse un aggiotaggio quando, parlando a Santa Margherita Ligure nel luglio 2009, invitò gli imprenditori a non pagare inserzioni pubblicitarie ai giornali “che remano contro”. Lo sostiene il procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, nell’istanza con cui chiede l’archiviazione della posizione del premier al gip Bruno Giordano.“La condotta dell’indagato – scrive Greco - non può essere qualificata nei termini di diffusione di notizia falsa poiché l’aver definito sui media parte della stampa come catastrofista per le posizioni che aveva assunto rispetto al tema della crisi economica costituisce una valutazione senz’altro opinabilissima, ma che proprio per questo non si presta a quella valutazione nei termini vero/falso necessaria a integrare l’elemento oggettivo della manipolazione informativa”.
Le dichiarazioni di Berlusconi portarono anche a una causa civile promossa dal gruppo ’L’Espresso. Secondo la ricostruzione di Greco, che circa un anno fa aveva chiesto l’archiviazione di cui oggi si conoscono le motivazioni, “l’esplicito invito agli imprenditori a non rivolgersi alla stampa catastrofista per acquistare spazi pubbliciari non essendo un’operazione sul mercato non può rientrare tra le operazioni simulate. L’ipotesi di aggiotaggio non è configurabile già sul piano dell’elemento oggettivo e, in ogni caso, non è ravvisabile nella condotta il profilo soggettivo della manipolazione del mercato”.
Greco spiega anche che “il fatto di favorire gruppi editoriali in danno di altri potrebbe integrare altre ipotesi di reato, tenuto conto anche delle modalità astrattamente diffamatorie che connotano la condotta ascrivibile all’indagato”. Ma, osserva, “si tratta di fattispecie di reato per le quali la competenza appartiene ad altra Procura della Repubblica”. In sostanza, secondo la Procura milanese si potrebbe ipotizzare l’abuso d’ufficio, diffamazione e illecita concorrenza con minaccia o violenza, ma spetterebbe ad altre Procure, non a quella di Milano, aprire un’inchiesta.
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Pci, quel «partitone rosso» che ci aiutò a sentirci una nazione
di Bruno GravagnuoloIl Pci nella storia d’Italia. Qualcuno vorrebbe espellere il primo dalla seconda. Ein primis la destra più dura che è andata al governo tre volte in questi venti anni. Poi la storiografia revisionista e neodefeliciana più intransigente, come nel caso del «terzista » Galli della Loggia che in materia di Pci non fa mostra di «terzietà»: una zavorra per l’Italia che bloccò la sua modernità. Punto.
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E invece, proprio nell’anniversario del Congresso di Livorno (tra il 15 e il 21 gennaio 1921) arriva adesso una grande mostra a Roma, costellata di altre iniziative in corso d’anno, che intende rimettere a posto i fondamentali della memoria. Per registrare il peso e l’incidenza di una vicenda collettiva, esaurita ufficialmente il 4 febbraio 1991(con la nascita del Pds a Rimini) ma inseparabile dall’identità civile stessa del nostro stato-nazione, di cui sempre quest’anno si celebrano i 150 anni. E allora vi raccontiamo in anteprima la mostra, a cura della Fondazione Istituto Gramsci e del Centro Studi di Politica Economica (Cespe) che aprirà i battenti il 14 all’Acquario Romano, Casa dell’Architettura Piazza Manfredo Fanti 47(conferenza stampa alle 11 del 12) e che si intitola appunto: «Avanti Popolo. Il Pci nella storia d’Italia»).
Intanto la mostra è un ipertesto, un percorso multimediale. Allestito in loco lungo sei stazioni cronologiche inclusive di sei periodi chiave dela storia Pci, intrecciata a quella italiana. Ciascuna stazione, unita alle altre da una pista in plexigas a immagini, si vale di un certo numero di bacheche( sei serie di teche). Con dentro materiale documentario originale, fatto di lettere autografe, volumi, giornali, e sempre riferito al periodo in questione. Poi, per ogni stazione, due schermi «touchscreen» consentiranno, valendosi di 36 parole chiave, di accedere al merito e ai dettagli della storia narrata, tra rimandi circolari e cortocircuiti audiovisivi.
A parte, novità assoluta, l’esposizione degli originali manoscritti dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci (31, a parte i due intonsi non in mostra), vero e proprio «Graal» teorico del Pci, anima pulsante di idee che ne fece quel che fu (benché la loro ricchezza sia ancora una miniera inesauribile e funzionante). Al piano superiore dell’«Acquario» ci sarà una sezione sulla satira, con le provocazioni di Altan e Staino, inseparabili dal vissuto del «partitone rosso», che sapeva ridere di sé stesso e scommetteva sulla satira (su di sé oltre che sull’avversario).
Altre cose in mostra. Il manoscritto gramsciano sulla Questione meridinale del 1926. Messaggi radiotrasmessi e autografi di Togliatti, lettere di Badoglio a Togliatti, lettera di Togliatti a Sraffa del 1937, con richiesta di istruzioni per la prima pubblicazione dei Quaderni. Una scelta delle edizioni e pubblicazioni gramsciane all’estero. Tutte le tessere Pc. d’I. e Pci dal1921 al 1991. Fotoromanzi degli anni 50per incitare al voto gli emigranti (precoce intuizione «mid-cult» del valore mediatico dell’immaginario di massa). Un Dvd con testimonianze e interviste a far da filo conduttore. Persino, si va in ordine sparso, un servizio da caffé del Migliore. Un ciclostile paracadutato dagli Alleati, per stampare l’Unità clandestina, matrice eroica di tante copie segrete dell’Unità ricopiate pazientemente a mano. Il tutto ovviamente è disposto non a caso e con rigore, dauncomitato scientifico di storici men giovani e più giovani(Giuseppe Vacca, Silvio Pons, Francesco Giasi, Ermanno Taviani, Luisa Righi, Emanuele Bernardi, Gian Luca Fiocchi). E da un architetto, Alessandro d’Onofrio che ha lavorato al Maxxi con la Zadid.
Vediamo alcuni dei concetti chiave che informano la mostra. Prima di tutto, visualmente per così dire, c’è l’intento di mettere in luce la capillarità di un radicamento dentro la società civile, a costruirla e orientarla. Facendo leva sul simbolico, sui media di allora, sul folklore, sulla cultura alta e bassa, e sulle istituzioni minute del quotidiano. Secondo l’indicazione gramsciana, volta a prefigurare già dentro la società civile la futura società autoregolata: non in chiave classista e chiusa, ma con un «blocco storico» di ceti progressivi attorno agli operai. Fu anche in virtù di ciò, oltre alle fondamentali innovazioni strategiche togliattiane, che il Pci «fece Italia», Costituzione democratica, cittadinanza. E pedagogia aperta all’internazionalizzazione della cultura (altro che zdanovismo in quell’Italia censoria e bacchettona!). Etuttavia la mostra nonè autocelebrativa.
Perché l’altro suo aspetto è la «dilemmaticità» del Pci partito «anfibio»: nazionale e transnazionale con riferimento all’Urss, fino e oltre il 1956. «Doppia lealtà», nella quale il Pci scavò, alla ricerca di una sua via, oltre la tenaglia dei blocchi contrapposti, e per schiudere un varconé leninista né socialdemocratico (con il torto di aver sottovalutato le possibilità dinamiche di quest’ultimo approdo). Come che sia, fu così che il Pci, scuola di massa per le classi subalterne, divenne l’erede del Risorgimento democratico. Come per altro verso la Dc. Ed è per questo che gli va reso onore, perchè senza quel Pci, oggi saremmo ancor meno una nazione.
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STORICO DELL'UNITA'
E invece, proprio nell’anniversario del Congresso di Livorno (tra il 15 e il 21 gennaio 1921) arriva adesso una grande mostra a Roma, costellata di altre iniziative in corso d’anno, che intende rimettere a posto i fondamentali della memoria. Per registrare il peso e l’incidenza di una vicenda collettiva, esaurita ufficialmente il 4 febbraio 1991(con la nascita del Pds a Rimini) ma inseparabile dall’identità civile stessa del nostro stato-nazione, di cui sempre quest’anno si celebrano i 150 anni. E allora vi raccontiamo in anteprima la mostra, a cura della Fondazione Istituto Gramsci e del Centro Studi di Politica Economica (Cespe) che aprirà i battenti il 14 all’Acquario Romano, Casa dell’Architettura Piazza Manfredo Fanti 47(conferenza stampa alle 11 del 12) e che si intitola appunto: «Avanti Popolo. Il Pci nella storia d’Italia»).
Intanto la mostra è un ipertesto, un percorso multimediale. Allestito in loco lungo sei stazioni cronologiche inclusive di sei periodi chiave dela storia Pci, intrecciata a quella italiana. Ciascuna stazione, unita alle altre da una pista in plexigas a immagini, si vale di un certo numero di bacheche( sei serie di teche). Con dentro materiale documentario originale, fatto di lettere autografe, volumi, giornali, e sempre riferito al periodo in questione. Poi, per ogni stazione, due schermi «touchscreen» consentiranno, valendosi di 36 parole chiave, di accedere al merito e ai dettagli della storia narrata, tra rimandi circolari e cortocircuiti audiovisivi.
A parte, novità assoluta, l’esposizione degli originali manoscritti dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci (31, a parte i due intonsi non in mostra), vero e proprio «Graal» teorico del Pci, anima pulsante di idee che ne fece quel che fu (benché la loro ricchezza sia ancora una miniera inesauribile e funzionante). Al piano superiore dell’«Acquario» ci sarà una sezione sulla satira, con le provocazioni di Altan e Staino, inseparabili dal vissuto del «partitone rosso», che sapeva ridere di sé stesso e scommetteva sulla satira (su di sé oltre che sull’avversario).
Vediamo alcuni dei concetti chiave che informano la mostra. Prima di tutto, visualmente per così dire, c’è l’intento di mettere in luce la capillarità di un radicamento dentro la società civile, a costruirla e orientarla. Facendo leva sul simbolico, sui media di allora, sul folklore, sulla cultura alta e bassa, e sulle istituzioni minute del quotidiano. Secondo l’indicazione gramsciana, volta a prefigurare già dentro la società civile la futura società autoregolata: non in chiave classista e chiusa, ma con un «blocco storico» di ceti progressivi attorno agli operai. Fu anche in virtù di ciò, oltre alle fondamentali innovazioni strategiche togliattiane, che il Pci «fece Italia», Costituzione democratica, cittadinanza. E pedagogia aperta all’internazionalizzazione della cultura (altro che zdanovismo in quell’Italia censoria e bacchettona!). Etuttavia la mostra nonè autocelebrativa.
Perché l’altro suo aspetto è la «dilemmaticità» del Pci partito «anfibio»: nazionale e transnazionale con riferimento all’Urss, fino e oltre il 1956. «Doppia lealtà», nella quale il Pci scavò, alla ricerca di una sua via, oltre la tenaglia dei blocchi contrapposti, e per schiudere un varconé leninista né socialdemocratico (con il torto di aver sottovalutato le possibilità dinamiche di quest’ultimo approdo). Come che sia, fu così che il Pci, scuola di massa per le classi subalterne, divenne l’erede del Risorgimento democratico. Come per altro verso la Dc. Ed è per questo che gli va reso onore, perchè senza quel Pci, oggi saremmo ancor meno una nazione.
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