Per una volta scrivo in prima persona. Il congresso di Sinistra Ecologia e Libertà - e la conseguente naturale investitura di Niki Vendola a leader in pectore della sinistra - mi impongono alcune riflessioni.
L'impianto sostenuto da Vendola mi piace e, in gran parte, mi convince. I miei compagni di partito mi hanno più volte sentito affrontare questi temi. Ho sempre sostenuto che uno degli errori (tra i tanti) della Bolognina fu la cancellazione - direi d'ufficio e senza possibilità d'appello - dell'idea di trasformazione e, perchè no, del sogno, dell'utopia che il concetto stesso di cambiamento alimenta.
Il trasformare tutto in una dimensione politicista - in cui solo i rapporti tra i partiti hanno valore, ma al tempo stesso il partito è svuotato di ogni possibilità di discussione e di democrazia interna - della realtà, ha poi portato alle brutte esperienze di questi anni.
La politica non può essere svuotata dalla sua dimensione ideale. Non può essere cancellata l'idea - almeno per noi popolo di sinistra - che è possibile un mondo diverso.
La politica è anche emozione. E' il piacere di stare con i tuoi simili, di discutere. La politica è narrazione, perchè ha in se una concezione del mondo, un idea di mondo, un modello di crescita e sviluppo opposto a quello attuale. Non è solo il racconto del mondo, è il mondo.
Quello che mi è stato espropriato ieri, oggi Vendola me lo restituisce. O almeno ci prova.
E qui cominciano i problemi. La politica, per essere efficace e non mera testimonianza, ha bisogno di strumenti organizzativi. Forse ho concepito sempre il Partito (quello con la P maiuscola) più come la coperta di Linus, che non per quello che dovrebbe essere. E l'idea di comunità mi convince poco. O meglio, mi piace il pensare ad un grande contenitore in cui le varie e diverse anime della sinistra possano coesistere. Faccio più fatica a vederlo nei suoi effetti reali, pur essendomi convinto che questa è l'unica via percorribile per ritrovare un'identità e una forma organizzativa.
Ammetto di non avere ricette. La stessa idea di Federazione (Pdci, Rifondazione e altri) mi sembra più un matrimonio di sopravvivenza che non una vera proposta politico-organizzativa. Ma, al di la di questi aspetti, c'è una cosa che mi preoccupa molto di più. Dietro Vendola vedo ancora tanta, troppa, vecchia e brutta politica. Se Vendola - e credo/spero - gran parte del gruppo dirigente nazionale si è messo in gioco (e anche in discussione), mettendoci - come si dice - la faccia, nelle varie diramazioni locali ho l'impressione che le cose vadano diversamente. Vedo ancora gruppi chiusi e molto autoreferenziali, in cui la corsa alla poltroncina, allo strapuntino, è prominente rispetto alla costruzione di un percorso in grado di unire i vari spezzoni della sinistra, di essere elemento veramente nuovo e diverso. Di essere elemento unificante (come luogo/ambito, idea) e non di correre per farsi bello agli occhi del partito grande e potente: il Pd. Questa è l'idea che mi sono fatto guardando all'esperienza di Sel a Bologna (ma parlando con i compagni mi sembra che di Bologna in giro per l'Italia ce ne siano altre). E' vero, una rondine non fa primavera e un gruppo dirigente locale che si disinteressa di costruire percorsi unitari, non rende settario e chiuso tutto il partito. Ma è comunque il segnale di una situazione che il carisma di Vendola, da solo, non può risolvere.
Vedremo se le aperture - ma soprattutto le prospettive - unitarie rilanciate da Vendola a Firenze diventeranno pratica comune, oppure resteranno frasi ci circostanza che in un'occasione ecumenica come il congresso, vanno comunque dette.
E' questa probabilmente la vera motivazione che non mi convince ancora a condividere il percorso, almeno per ora, di Sel. Perchè mai dovrei lasciare un partito in cui sto conducendo da tempo la battaglia perchè si riaffermino i valori del concetto di trasformazione e l'utopia del sogno di una società ugualitaria e libertaria (e comunista), per ritrovarmi a fare, in altro luogo e ambito, la stessa battaglia contro gli scivolamenti politicisti, la politica ridotta solo a questione di liste, ruoli, incarichi, funzioni e in cui il cicaleggio pettegolo sovrasta troppo spesso il confronto e la capacità di costruire un giudizio autonomo? perchè, purtroppo, da questi mali oggi nessuno è esente.
Tanto vale che resti dove sono. Il rischio è di trovarmi tra quelli che bussano - come ha detto Vendola nella relazione - e trovano la porta chiusa. E, allora, forse è meglio - almeno per ora - continuare la lotta la dove si è. Se Niki vincerà la battaglia anche contro il conformismo e le zone d'ombra che permangono in Sel e io, nel mio piccolo piccolo e quasi insignifante ruolo, contribuisco all'ottenimento dello stesso risultato nel mio parito/testimonianza (Pdci), sarà naturale ritrovarsi nello stesso contenitore e percorrere davvero la stessa strada per trasfomare sogno e utopia in realtà. Non la sommatoria, quindi, di piccoli autoreferenziali partitini, ma la costruzione di un percorso unitario vero, a partire da ciò che unisce e non da ciò che ancora divide.
E' un processo lungo e difficile. Ritrovare oggi le risposte, anche sul piano organizzativo, che delineino un organizzazione diversa - non più rinchiudibile solo nell'angusto spazio del partito intellettuale collettivo e sintesi di tutto ciò che avviene nei rapporti reali - luogo di confronto, sintesi e organizzazione.
Dobbiamo saper cogliere la ricchezza che viene, in primo luogo, oggi dalla Cgil e dalla Fiom in particolare. Ma anche dai tanti movimenti, piccoli e grandi, che nel conformismo dell'informazione e nel disinteresse della politica (quell paludata) comunque si muovono, lottano, pensano propongono. E ancora, l'irrompere delle nuove generazioni nella battaglia contro la criminalità organizzata o la nascita di tanti comitati in difesa della Costituzione o nelle lotte dei ricercatori, dei precari e di migliaia e migliaia di studenti ed insegnanti che si oppongono alle proposte (non voglio sprecare la parola riforma) del ministro Gelmini. E a tutto questo si deve accompagnare riflessione e proposta sui cosiddetti temi sensibili: etica, morte, vita. Fino alle declinazioni più particolari, ma non per questo meno importanti: i diritti civili.
Siamo ad un punto di svolta e non coglierlo sarebbe esiziale. La vera novità che vedo nel percorso intrapreso da Sel sta nel cercare di risolvere il vero nodo irrisolto di questi anni: alla crisi che sta attraversando il capitalismo, si accompagna la crisi del riformismo così come storicamente lo abbiamo conosciuto. La grande sfida sta nel trovare gli elementi costituvi del riformismo degi anni 2000, sapendoli coniugare con il processo di trasformazione della società capitalistica.
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