IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

lunedì 25 ottobre 2010

In Italia vite di serie A e vite di serie B

da www.controlacrisi.org

 

Un giudice civile a Torino decide che la vita di un operaio morto sul lavoro vale meno perché albanese. Assecondando così una mentalità razzista sempre più presente tra gli italiani

di Vittorio Bonanni

Ricordiamo tutti le reazioni che ci sono state in seguito alla morte di Maricica Hahaianu, la giovane rumena uccisa da Alessio Burtone, il ragazzo di vent’anni che, dopo una banale discussione su una fila non rispettata per acquistare un biglietto alla fermata Anagnina della metro di Roma, l’ha colpita con un pugno provocandone la caduta e la morte dopo alcuni giorni di agonia. Al momento della sua incarcerazione i suoi amici lo hanno applaudito e ci sono state scene di protesta contro la decisione del magistrato. Per strada tantissime sono state le affermazioni di chi non ha esitato a difendere il giovane violento. Immaginiamo che cosa sarebbe successo se fosse avvenuto il contrario, cioè se uno straniero si fosse macchiato di un crimine così grave? E ancora. Recentemente, il 28 settembre scorso, una giovane, italiana o forse no non ha importanza o meglio non dovrebbe averla, è morta in un incidente stradale a Roma, lungo la via Aurelia. Era sul suo scooter e l’impatto con u n’auto proveniente dall’altra corsia le è stato fatale. Sul luogo della tragedia presto sono stati deposti dei fiori e tanti, tantissimi ricordi, tutti scritti in italiano corretto che fanno presumere che la giovane fosse di nazionalità italiana. Ma sono bastati i suoi tratti somatici, vagamente asiatici o sudamericani, per far dire a qualcuno che sì, è morta una persona, ma comunque meglio lei che un’italiana. Questa mentalità razzista, da apartheid vero e proprio, nata ed allevata in questi ultimi sedici tragici anni di predominio della destra e della Lega, si sta lentamente insinuando anche in altri contesti dove la legge, tanto per cominciare, dovrebbe essere uguale per tutti. E qui arriviamo al dunque. Oggi il giudice civile Ombretta Salvetti del Tribunale di Torino si è espressa sul caso di un risarcimento ai familiari di un operaio albanese deceduto sul lavoro. Una delle tante morti bianche che insanguinano il nostro Belpaese. E ha deciso che ai suoi genitori sarebbe andata una cifra dieci volte inferiore in quanto viventi in un’area depressa, appunto come l’Albania. Altrimenti saremmo di fronte, si giustifica la dottoressa Salvetti, ad un caso di arricchimento ingiustificato. E questo nonostante la “tutela dei diritti dei lavoratori va assicurata senza alcuna disparità di trattamento a tutte le persone indipendentemente dalla cittadinanza italiana, comunitaria o extracomunitaria”, come ha affermato la Cassazione lo scorso anno. All’operaio deceduto è stato anche addebitato inoltre un 20% per concorso di colpa con il risultato che a casa i due poveri genitori hanno portato solo 32mila euro contro i 150-300mila euro normalmente stanziati in questi casi. Una vera e propria “gabbia salariale della morte”, come l’ha ben definita Alberto Custodero su “Repubblica”. Sappiamo già, e ci auguriamo soprattutto, che i legali che seguono i genitori del povero lavoratore scomparso, facendo riferimento proprio alla Suprema Corte, cercheranno di ribalta re questa sentenza, cercando di far avere il giusto risarcimento ammesso che il costo di una vita umana possa essere quantificato. Resta comunque il gravissimo precedente di una sentenza che decide quanto possa valere quella vita a seconda della nazionalità. E che asseconda una mentalità ormai acquisita da molti italiani secondo la quale la vita di un proprio connazionale vale di più di quella di un rumeno, di un albanese o di un senegalese. Magari, tanto per non farci mancare niente, con una gerarchia anche tra le stesse diverse etnie, perché, chissà, chi ha la pelle scura può forse valere meno di chi in fondo un po’ ci assomiglia non credete?

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