di Roberta Fantozzi
su Liberazione del 17/07/2010
Giovanni, Antonio e Marco, i tre lavoratori licenziati dalla Fiat a Melfi, sono scesi dalla Torre Venosina durante la manifestazione, tra gli applausi dei compagni di lavoro e della piazza, dopo tre giorni di caldo asfissiante trascorsi in cima alle mura. Sono scesi perché Marco si è sentito male, ma anche perché l’obiettivo di bucare il silenzio, di obbligare i media a riportare un’altra versione del loro licenziamento rispetto ai comunicati Fiat, è stato in parte raggiunto. E perché la mobilitazione continua, sul versante legale, col ricorso per comportamento antisindacale che la Fiom agirà nei prossimi giorni, come su quello delle iniziative di lotta, a partire dalla riuscita piena e tutt’altro che scontata dello sciopero di oggi in tutto il gruppo Fiat. Con percentuali altissime alla stessa Sata di Melfi nonostante le oltre sessanta ore di sciopero già fatte. Indignazione e rivolta morale, comprensione lucida della posta in gioco, legami di solidarietà che si ritessono e si consolidano nelle lotte: c’era tutto questo ieri in piazza. E di tutto questo c’è bisogno, dell’inattesa resistenza e soggettività operaia, per provare a sconfiggere il disegno che Fiat, Confindustria e Governo Berlusconi stanno perseguendo.
C’è di tutto nella vera e propria aggressione alle condizioni di lavoro e di vita che la Fiat ha messo in campo negli ultimi giorni. C’è un nuovo taglio del salario con la messa in discussione del premio di risultato. C’è l’intensificazione dei ritmi disposta unilateralmente in una fabbrica come quella di Melfi dove la tempistica, il Tmc2, ha già prodotto i suoi effetti pesantissimi sulle condizioni di salute, mentre una parte di lavoratori è in cassa integrazione, con un’evidente truffa anche ai danni della collettività. Ma c’è di più, come è chiaro a chiunque abbia occhi per vedere. I cinque licenziamenti, tutti di iscritti alla Fiom che da Pomigliano a Mirafiori a Melfi la Fiat ha voluto intimare dopo lo schiaffo di Pomigliano, sono la rappresentazione più evidente di una strategia che ha un obiettivo chiaro: annientare chiunque si opponga al potere unilaterale dell’azienda, distruggere ogni potere di contrattazione sulle condizioni di vita e di lavoro, annichilire il sindacato in quanto tale. La Fiat ha tradotto, prima con il diktat di Pomigliano, poi con la rappresaglia e l’aggressione di questi giorni, l’obiettivo strategico che il governo e Confindustria si sono dati nella crisi, attraverso l’accordo separato sulla contrattazione e con il cosiddetto collegato lavoro.
Tasselli di un mosaico che punta a dissolvere la stessa possibilità di coalizione e contrattazione dei lavoratori, a polverizzare il mondo del lavoro fino alla riedizione del contratto individuale, a ridurre il lavoro a pura merce. Un mosaico il cui obiettivo è la riscrittura delle relazioni industriali come del modello sociale di questo Paese, la liquidazione definitiva dei diritti del lavoro come della Costituzione.
Tutto questo domanda un salto di qualità nell’iniziativa di tutti noi. Le tante lotte di fabbrica che si sono sviluppate in questi mesi, il più delle volte difensive e spesso confinate in ogni singola azienda, hanno tuttavia sedimentato nuova soggettività. L’iniziativa che soprattutto la Fiom ha messo in campo, ha impedito che quel disegno si compisse. Nella peggiore crisi economica e sociale, con il peggior governo in carica e con i rapporti di forza più sfavorevoli sul terreno politico, una resistenza si è prodotta. Abbiamo proposto più volte in questi giorni la necessità che con lo schieramento più ampio possibile si costruisse una mobilitazione generale della sinistra sociale e politica, una strategia che modifichi l’agenda politica, ponendo al centro la risposta all’attacco al lavoro e alla democrazia. E’ un obiettivo urgente e davvero non più rinunciabile.
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