di Alessandro Braga
su il manifesto del 17/07/2010
La decisione del Tar di verificare il risultato delle elezioni in Piemonte apre la strada al ritorno del Pd. Ma se la Lega perde la poltrona del governatore, le conseguenze peggiori saranno per l'esecutivo a Roma. Bossi ha chiarito: il Cavaliere sta in piedi grazie a noi. Le contromosse del Pdl sono in campo. A cominciare dall'attacco ai giudici
La serenità ostentata di buon mattino dal governatore piemontese Roberto Cota, «Io ho già vinto le elezioni, l'esito delle urne è chiaro» aveva dichiarato prima delle otto, si appanna a poco a poco nell'afosa giornata padana di ieri. Tanto che, quando nel primo pomeriggio l'esponente leghista arriva alla conferenza stampa da lui stesso indetta, non riesce più a nascondere il nervosismo: «Evidentemente per qualcuno non dovevo governare, Lega e Popolo della Libertà non dovevano governare, la nostra azione di governo determinata e convinta non sta bene a qualcuno che continua a ignorare il voto che democraticamente e regolarmente i piemontesi hanno espresso». Supportato in questa linea dallo stesso Berlusconi, che ieri sera ha esternato a modo suo sulla vicenda: «Sono indignato, è un provvedimento ingiustificato, a qualcuno va di traverso la sua vittoria». Alfierissimi del governo di Roma, i padani si scagliano contro le toghe che senz'altro debbono essere rosse: «Non vedo in questa sentenza una serenità di giudizio - dice il ministro per la semplificazione Roberto Calderoli - forse può essere stata condizionata da stress di natura non giudiziaria». Nel dubbio, propone un cambiamento costituzionale: «A questo punto cambiamo l'articolo uno della Costituzione, che recita che la sovranità appartiene al popolo e non ai Tar, come viceversa si dovrebbe dedurre dopo la sentenza del Tribunale amministrativo del Piemonte».
Al di là delle boutade estive, la sentenza del Tar piemontese ha agitato, e non poco, la Lega. I padani avevano investito tutto, la scorsa primavera, sulle elezioni regionali. Dopo un lungo tira e molla con gli alleati del Pdl erano riusciti a strappare le candidature per due dei loro uomini di punta in due regioni fondamentali a nord del Po, Veneto e, appunto, Piemonte. I risultati elettorali avevano dato loro ragione. Ma se la vittoria di Luca Zaia a est era scontata - e l'unica lotta era interna al centrodestra, con la Lega che voleva a tutti i costi mettere la freccia nei confronti del Pdl - in Piemonte i giochi erano più difficili: una regione ostica, un capoluogo, Torino, roccaforte rossa. Ecco perché la vittoria, seppur risicata, di Cota era stata importante.
Ora il Tar rischia di rimettere in discussione tutto. Cosa ha deciso il tribunale amministrativo? In pratica ha accolto due ricorsi presentati contro alcune liste che nell'ultima tornata elettorale avevano sostenuto Cota, "Forza consumatori" e "Al centro con Scanderebech". Bocciato invece il ricorso che riguardava un'altra lista, i "Verdi Verdi", lista civetta per portar via voti agli ambientalisti doc che appoggiavano Mercedes Bresso, un pacchetto di circa 32mila voti. Rimandata la decisione sulla lista "Pensionati per Cota". Il ricorso è stato considerato ammissibile, ma manca la querela per falso. Ora ci sono 60 giorni per presentarla, poi si vedrà. I giudici intanto, la scorsa notte, hanno in pratica deciso che le schede con i voti ottenuti dalle due liste contro cui il ricorso è stato ammesso, per un totale di circa 16mila, dovranno essere spulciate una per una dall'ufficio elettorale per decidere quali riportano un'esplicita indicazione di voto anche per il presidente e quali no. Le prime, verranno considerate valide; le seconde, cancellate. Con la possibilità che il voto primaverile si ribalti, visto che Cota aveva vinto con uno scarto di circa novemila voti. Lui, il governatore padano, ha già annunciato il ricorso al Consiglio di Stato. «In via cautelativa», chiederà «un provvedimento che sospenda il riconteggio dei voti delle due liste». Cerca di tirarla per le lunghe.
Ma la vicenda piemontese rischia di avere ripercussioni, pesanti, anche a livello nazionale. Un macigno così grosso che casca in testa alla Lega proprio in un momento di difficoltà di tutta la maggioranza, potrebbe trasformarsi davvero nella classica goccia che fa traboccare il vaso. Due sere fa Umberto Bossi, all'indirizzo di quelli che architettavano larghe intese provando a coinvolgere un pezzo della maggioranza ha ringhiato che «il governo non cade», e che «ci siamo solo io e Berlusconi». Ma facendo intendere appunto che le sorti dell'esecutivo traballante sono in mano padana. Ora, di fronte alla possibilità di perdere il Piemonte, vorrà che tutti gli alleati si mettano in gioco in difesa di Cota. Ieri, dal versante Pdl, è stato un fiorire di dichiarazioni pro Cota, quasi che nel centrodestra avessero paura che ogni parola sbagliata o mancante potesse avere conseguenze inimmaginabili. Un'escalation culminata con le dichiarazioni di Berlusconi. Che in questo momento, più che mai, deve tenersi buoni gli alleati padani. Uno dei pochi a non parlare, il governatore lombardo Roberto Formigoni. Che si trova schiacciato tra le due regioni a trazione verde, i cui governatori nella lotta delle regioni contro la manovra si sono schierati con il ministro Tremonti. Al momento, probabilmente, anche Formigoni si limiterà a tacere. In attesa di capire cosa succederà. In Piemonte e a Roma.
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