IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

lunedì 17 gennaio 2011

Mario Tronti: Le orecchie d’asino del cavallo

Relazione di Mario Tronti all’Assemblea annuale del Centro Riforma dello Stato del 28 ottobre 2010.

Un’avvertenza. Nella contingenza presente, diventa necessario accorciare il tiro del
discorso, mirare un obiettivo ravvicinato. C’è un blocco di sistema politico, che si manifesta in primo luogo come un logoramento senza prospettive di quadro politico. Il riverbero di degrado sul sociale, sul civile, sul costume, sul dibattito pubblico, è in piena drammatica evidenza. Un centro come il nostro non può esimersi da una pratica di intervento. Il terreno è quello proprio della cultura politica. Ma la cultura politica, nelle fasi di urgenza dei problemi, deve farsi carico della responsabilità intellettuale di orientare la politica. Una delle espressioni contemporanee dell’antipolitica è l’indifferenza, o peggio, la supponenza nei confronti di qualsiasi tipo di manovra politica. Negarsi questa nelle fasi di emergenza equivale a tagliarsi fuori da ogni possibilità di cambiamento.
Allora. Più di un anno fa, intitolammo la precedente assemblea del Crs “Dopo la
seconda Repubblica. Per un’alternativa di sistema politico”. Abbiamo messo il numero 2 a
questo stesso titolo, per dire: continuiamo il discorso, e l’impegno. Il principio di
responsabilità ci chiede di dare una mano. Tutti noi siamo refrattari a parlare di prima e seconda Repubblica, ma l’uso corrente delle parole ci permette di non sottrarci al linguaggio comune, dicendo con esso magari cose diverse. L’assillo è sempre quello di ricostruire un passaggio che ormai segna un altro ventennio di storia italiana. Dai primi anni Novanta ad oggi ci sono in realtà dei caratteri comuni che definiscono. non certo un’epoca, ma sicuramente una fase. La fase si può definire, ed è stata definita, in tanti modi. Un modo che a me parrebbe culturalmente produttivo è parlare di un passaggio di destrutturazione senza progetto, capace di spiegare il perché di una transizione senza approdo. Un compito intellettuale che ritengo molto attuale è una critica della ragione decostruzionista. E non mi riferisco alle pur nobili elaborazioni di un Derrida. Metto in gioco un processo più di fondo.
All’origine e come causazione di molte vicende susseguenti ci sono quelle che si possono
definire, ma ci capiamo, le culture del ’68, cioè quelle modalità di comportamento che
sapevano bene che cosa abbattere, ma niente sapevano di che cosa costruire. Chi viene dalla tradizione del movimento operaio sa perfettamente che questi due tempi, la critica di ciò che è e l’idea di ciò che dovrà essere, non si possono separare. Separarli è stata
un‘operazione che infatti è andata a cadere in negativo proprio su quella storia.
Dico le culture del ’68, non gli anni Sessanta. Questi contenevano in sé una
modernizzazione di sistema, che avrebbe portato, in positivo per le classi dominanti, a una nuova forma di capitalismo. Quelle culture, alternative, nulla sapevano di questo. E
all’interno di quel processo hanno proposto, e imposto, per l’altra parte, una
modernizzazione anarchizzante. Tutto era meglio di ciò che c’era prima. Un modulo che ha
avuto molta fortuna, fino ai nostri splendidi giorni. Poi, qualcosa ha resistito nei due
decenni seguenti, finché ha retto lo Stato dei partiti, scritto in Costituzione e realizzato nella società e finché è sopravvissuta la confrontation di sistema tra due blocchi di potenza a livello mondo. Quando sono cadute contemporaneamente queste due condizioni, il vuoto che si è spalancato è stato abissale. “Siate realisti, chiedete l’impossibile”: l’impossibile è diventato reale. E “l’immaginazione al potere” ce la siamo ritrovata nei festini di casa Berlusconi. Semplifico, e poi dirò perché.
Ecco. La domanda che ci costringe a ravvicinare il discorso recita: come uscire dal
berlusconismo? Su questo apparato fenomenico ci sono diverse letture e differenti
interpretazioni, anche tra noi. Io dico che il berlusconismo si è introdotto, fino ad occuparlo per intero, in quel vuoto provocato dalla crisi destituente della Repubblica nata dalla Costituzione. E credo che, per i caratteri che ha finito per assumere la fase, occorra predisporre una doppia uscita, politica e culturale. Partiti e istituzioni, società civile e costumi individuali e di massa, vanno sottoposti a un processo di rigenerazione, a una cura medicamentale. Malata è la testa del premier perché malato è il corpo del paese. Non poteva che essere così dopo un’epidemia ventennale di peste antipolitica. Da dove cominciare? Questa è la domanda ulteriore. Bisogna cominciare dal dire alto e forte che il programma di passare dalla Repubblica dei partiti alla Repubblica dei cittadini è fallito, è naufragato. Dire alto e forte che l’ideologia del cittadino sovrano che, da solo, direttamente, senza più la mediazione della politica organizzata, decide il destino di tutti, è la pratica più subalterna al potere di chi già comanda. Spiegare e rispiegare, perché i molti capiscano, che questo è la stessa identica cosa del sogno padronale di avere di fronte a sé il lavoratore singolo che, senza contratto collettivo, è autorizzato a decidere i destini dell’azienda. E’davanti a noi, visibile ad occhio nudo, la condizione a cui queste pratiche hanno portato.
Un paese più debole, più insicuro, più disuguale, più povero per le classi medio-basse, con una questione sociale fuori controllo, una questione lavoro sotto ricatto.
Oggi il sociale e il politico sono più strettamente intrecciati che per il passato. Non mi convince la tesi che, di fronte all’attuale attenzione, anche nostra, ai temi politicoistituzionali, sostiene la necessità di rivendicare il primato del problema sociale. Per la contingenza presente, non è così. La recente crisi economico-finanziaria, globale, ha aggravato le difficili condizioni, materiali, dei lavoratori, ma, socialmente, non è, essa ad averle provocate. Le radici stanno nel trentennale ciclo neoliberista, che nel momento del suo massimo trionfo mondiale, dai primi Novanta in poi, è venuto a coincidere qui da noi con la fase che si dice di seconda Repubblica. Il cambio di sistema politico, e quell’innovazione restauratrice che ha toccato la raccolta del consenso attraverso la manomissione delle leggi elettorali, mi sento di sostenere che è intervenuta pesantemente sulla dialettica del sociale, penalizzando il mondo del lavoro, deviandone la naturale conflittualità verso esiti di spoliticizzazione e quindi di neutralizzazione. Cadevano nel contesto le difese partitiche e sindacali man mano che avanzava il rovesciamento di egemonia non dal comunismo alla socialdemocrazia, ma dalla socialdemocrazia alla liberaldemocrazia. Questo è stato. Oggi sbloccare il sistema politico è un passaggio essenziale per rimettere sui piedi il conflitto sociale. Di centralità politica del lavoro si potrà tornare a parlare, realisticamente, solo mettendo in campo un’alternativa di sistema politico, che potrà solo essere un nuovo sistema di partiti politici.
Posizione discutibile, lo so, ma, appunto, discutiamone. Rimanda, essa, al dibattito
sul berlusconismo. Non ci sarebbe stato, questo, senza la stagione referendaria, senza la
pulsione giustizialista, senza il libero campo lasciato politicamente sul territorio del nord all’insediamento sociale leghista. Non ci sarebbe stata la discesa in campo del personaggio - del personaggio, non della personalità - se il campo non fosse gia stato prima sgombrato e svuotato dall’antipolitica di destra, padronale, degli anni Ottanta e dall’antipolitica di sinistra, progressista, del dopo Ottantanove. E’ su questo terreno che va posto il quesito: il berlusconismo, causa soggettiva o conseguenza oggettiva. Come sopra, il fenomeno ha aggravato la deriva drammatica attuale, ma la sua origine sta a monte, affonda le sue radici in un medio periodo di storia italiana. A me è capitato di usare una formula che, a pensarla, mi sembrava felice: il problema non è il Cavaliere, il problema è il Cavallo. Se ne sono accorti, per loro libera sensibilità, solo i Wu Ming, che l’hanno fatta girare in rete. Si può opportunamente fare analisi biopolitica di Berlusconi, coma fa con brillanti risultati, Ida Dominijanni. Dopo di che, resta inevaso il tema di come rompere lo schermo in cui si specchia, non solo passivamente, anche attivamente, nel senso di un autoriconoscimento, una così grande parte di paese. E’ lì che la politica deve andare a mordere: riconquistando la capacità di convincere, di orientare, di spostare, di guidare, abbandonando questa triste veste che si è cucita addosso, dell’intendenza che seguirà. Ci vogliono allora obiettivi mirati, aderenza alle situazioni date, vicinanza alle persone in carne ed ossa, giusta gerarchia degli interessi e dei bisogni, e dunque possesso politico della contingenza. Il tutto detto con parole semplici, che i semplici possano capire.
E qui voglio dire una cosa, perché c’è un’altra tesi che non mi convince: questo elogio
di sinistra della complessità. Ora, io credo che l’autonomia del politico dal teorico, consista in questo: è compito della teoria leggere la complessità, compito della politica è di semplificarla. Non ridurla, semplificarla. Perché solo così la realtà diventa maneggevole come un’arma. E tu devi scagliare il criterio della realtà effettuale contro la potenza delle immagini, oggi soprattutto comunicative, che la nascondono, la travisano, comunque la fanno apparire diversa da come è. Compito pratico della politica presente non è costruire un immaginario alternativo, ma tradurre l’immaginario dominante nel reale esistente. Le teorie sistemiche della complessità servono per capire, non per agire. E questi due piani non coincidono mai, tranne che nello stato d’eccezione. Per il resto, cioè per l’oggi, certo che la realtà, sociale, economica, politica, psicologica, antropologica, è complessa, ma se vuoi combatterla, e se vuoi mobilitare le forze per combatterla, devi “farla vedere” semplice. Non si sconfigge il populismo con l’intellettualismo. Non si sconfigge nemmeno con un altro
populismo. Allora devi trovare la misura di un discorso di intelligente agitazione popolare.
C’erano una volta gli agit-prop, figure ormai mitiche come gli dei dell’antica Grecia. Come questi, non ritorneranno. Ma se ci fossero in giro, per i militanti, meno primarie e più agitazione e propaganda non sarebbe niente male.
Occorre inaugurare una stagione destituente/costituente. Destrutturare, decostruire,
l’attuale assetto, più che di sistema politico, di quadro politico. E contemporaneamente
mettere in campo una proposta di rimessa in forma delle istituzioni repubblicane.
Preliminare è il superamento del presente contrasto tra costituzione formale e costituzione materiale. Non so se effettivamente ci sia oggi abuso di quest’ultima formula mortatiana, nata in tutt’altri contesti. Come per “seconda Repubblica” anch’essa è entrata in un uso forse improprio. Sta di fatto che è forte la contraddizione in atto tra un dettato costituzionale realmente parlamentare e una prassi invalsa di governo potenzialmente presidenziale. E’ di proporzioni enormi il guasto che il susseguirsi disordinato di leggi elettorali ha portato in questo paese al rapporto tra politica e società, o se volete, al rapporto tra forma-Stato e cittadinanza. Il punto della legge elettorale deve funzionare oggi in modo strategicamente opposto a come ha funzionato nei primi anni Novanta. Allora era giusto dire: prima una proposta di sistema politico, poi una legge elettorale ad hoc. Adesso ci vuole una legge elettorale ad hoc per sbloccare il sistema politico. Solo che bisogna decidere per “una” soluzione, con tutte le alleanze politiche necessarie. Come Crs, sentiamo il dovere di contribuire attivamente. La ben articolata proposta di Massimo Luciani è la nostra opzione che presentiamo alla discussione in corso.
Sbloccare il sistema politico attraverso un sommovimento del quadro politico pone
alcune domande, semplici, appunto, anch’esse. Ma è proprio vero che non si può rimettere
in discussione questa caricatura della democrazia diretta che si esprime come direttismo
democratico? Questo sgangherato assetto bipolare è irriformabile, come il socialismo di
Breznev? La leadership personale è un destino ineluttabile a cui dobbiamo ciecamente
ubbidire? Vorrei chiederlo a Mauro Calise, che sul partito personale continua a riflettere. O si può passare a correggere, a trattenere, a riscrivere, a riformare? Si, è chiaro che c’è un’assuefazione del corpo elettorale ai riti della scelta cosiddetta diretta. Ma questa ha dato buona prova di sé? La risposta è no. E allora, non ci hanno insegnato i nostri genitori che le cattive abitudini vanno cambiate? Sarebbe un ritorno indietro? Ecco, questa è una bella domanda. Fino a qualche tempo fa mi sarei difeso dicendo: ma no, è un passo avanti.
Adesso basta. Hanno fatto, nel ventennio, più danni gli innovatori che i conservatori. E
dunque dico: sì, bisogna tornare indietro. Restaurare/riformare la prima Repubblica.
Consiglio alla sinistra un salutare passaggio di provvisoria rivoluzione conservatrice. E’ la via che può permettere di riannodare il rapporto con il suo popolo, che è quello che manca ed è quello che serve.
Un passo indietro, due passi avanti, per adattare il detto di uno dei padri della
(nostra) Chiesa. Un ritorno di repubblica neoparlamentare, che riapra il gioco politico
irrigidito in una gabbia di un ben poco credibile bipolarismo maggioritario. Un gioco che si svolga nei luoghi costituzionalmente deputati a questo: per rimettere in forma una
Repubblica che si è deformata. Solo da lì il salto in avanti verso un assetto di stampo
continentale, come superamento definitivo dell’anomalia italiana, che dovrà vedere
finalmente in campo l’offerta politica, non più di un centro-destra e di un centro-sinistra all’italiana, bensì di una destra europea e di una sinistra europea. Non credete a chi dice superate queste denominazioni, destra e sinistra. Chi lo dice, vi sta dicendo che non ci sono più differenze tra mercato e Stato, tra economia e politica, tra imprenditore e lavoratore e che capitale e lavoro sono due vecchi amici che, dopo qualche baruffa, finalmente si sono ritrovati a viaggiare felici nella stessa barca. Possedere la contingenza significa saper attraversarla con in testa un progetto strategico. Non c’è dubbio che adesso intanto siamo a decidere su un tempo breve.
Allora, di nuovo da dove cominciare? Più ci penso più mi convinco che le due uscite,
politica e culturale, dall’attuale assetto bloccato dal macigno del berlusconismo, possano convergere in una uscita sola, di sicurezza. Questo impatto perverso di personalizzazione e mediatizzazione, di leaderismo e populismo, esprime la forma presente del male radicale in politica. Su questo obiettivo andrebbe concentrato tutto intero il fuoco di sbarramento. Una campagna civile di rieducazione di massa ai fondamentali della vita pubblica. Io non ho nulla contro la personalità carismatica. Ne fanno fede i miei abituali riferimenti teorici. Ma quando vedo questo quasi quotidiano emergere di personaggi, che assolutamente privi della grazia del carisma, pretendono per sé, inspiegabilmente, la funzione della leadership, mi viene una rabbia che solo un fortunato carattere mite riesce a contenere. Si mettano in fila, come servitori, insieme ad altri, di una causa, diano una mano a un’impresa collettiva, operando per la loro parte, senza farsi vedere. Questi eccessi di individualismo e di narcisismo, questa ossessione del sé, questa pulsione dell’apparire, non è vero che sono la
conseguenza naturale della dittatura della comunicazione. In politica, no, sono la
conseguenza storica di quel combinato di direttismo e personalismo innescato dagli
sciagurati referendum elettorali dei primi anni Novanta. Si disse allora che questo avrebbe avvicinato i cittadini alle istituzioni. Si vuole riconoscere che anche questo progetto è fallito e naufragato? Non c’è mai stata così profonda crisi della politica, e dunque così degradante basso livello di ceto politico e così impressionante selezione dei peggiori e infine così abissale distanza tra società e politica, da quando in mezzo, tra i cittadini e le istituzioni, non ci sono più i partiti. E’ dal riassetto, dalla riforma, meglio, dalla rivoluzione dei partiti che bisogna semmai ripartire. Ecco un compito, che vale la pena di intraprendere. Sono convinto di una cosa: la forza politica che avrà il coraggio, la determinazione, la volontà e la cultura di prendere su di sé questo compito, sarà quella destinata a diventare la nuova forza centrale del sistema.
C’è da fare un lavoro di pulizia del cosiddetto Palazzo. Con mosse semplici, con
semplicissime parole d’ordine. Togliere il nome del candidato premier dalla scheda. Prima
ancora, togliere il nome del leader dai simboli dei partiti. Togliere le facce dai manifesti.
Saremo tutti più liberi quando potremo tornare nella cabina elettorale per mettere la croce sul simbolo di una credibile forza politica invece che sul nome di un improbabile
personaggio. E ci sono altri accorgimenti da mettere in campo. Un partito ha tanti difetti, ma può essere immune dal difetto oggi più pericoloso: ha in sé, in una gestione collegiale, gli anticorpi per difendersi dal virus del populismo. Il personaggio, nella competizione con altri personaggi, ne è fatalmente vittima. E’ il rapporto diretto tra capo e popolo che inevitabilmente scatena questa malattia endemica delle democrazie contemporanee. La politica personalizzata diventa necessariamente una politica gridata. Non ha interesse a far ragionare, ha il compito di far credere. Di qui, questa modalità, oggi al massimo della sua fortuna: l’offerta di un discorso emozionale, sentimentale, buonista o cattivista fa lo stesso, si possono suscitare buoni propositi o cattive paure, essenziale è la raccolta immediata, anche qui per via direttisssima, del consenso. Con la scusa che oggi quello che conta è l’immaginario, quella modalità si fa narratologica. A una narrazione se ne deve contrapporre una alternativa. E non si vede che così non ci si distingue, ma ci si confonde, non c’è più differenza ma omologazione rispetto al modo oggi dominante di concepire il rapporto tra l’alto e il basso della società. Quando la destra si rivolge alla pancia, la sinistra è portata a rivolgersi al cuore. Non sarebbe il caso di interpellare la testa delle persone? Qui veramente irrompe l’urgenza di una battaglia culturale dentro la politica. E forse sta tutto qui, nella contingenza, il senso di un rimarcato impegno intellettuale, di ognuno nel suo lavoro di ricerca e collettivamente in questi isolatissimi e disperatissimi centri di studio, di
elaborazione, di discussione.
La richiesta, anche questa è semplice. Occorre tornare a una politica della serietà,
della sobrietà, della professionalità, dell’autorevolezza, tanto lontana dalle pulsioni di massa, quanto vicina alle ragioni delle persone. Un programma di riabilitazione della
politica, portato all’altezza delle persone che stanno in basso, è preliminare al tutto. Non è un refuso: alle persone che stanno in basso va riconosciuta un’altezza di vita che non esiste in altro luogo del sociale. E’ lì che va riportata la politica, perché si rigeneri e riguadagni la sua dignità e nobiltà. I ceti medi riflessivi, la gente acculturata, seguano, se ne sono capaci.
Dopo la seconda Repubblica che, qui da noi, è stata nient’altro che l’espressione politica della fase neoliberista, neomercatista, neocompetitiva, e quindi neoindividualistica, la vera novità sarebbe quella di presentare al paese un progetto di lavoro collegiale, collegialmente gestito: una squadra, non un leader, una squadra di uomini e donne competenti nei vari comparti della cosa pubblica e non un uomo solo al comando, un governo e non un premier, un partito e non un capo. Per dire e dimostrare che veramente noi siamo altro da ciò che c’è.
Si, lo so che queste ricette hanno un sapore antico, come la torta di mele della nonna.
Ma, scusate, non è comunque meglio una fetta di torta che una gomma americana? Credo
che stiamo gravemente sottovalutando la carica dirompente che può avere oggi il semplice
criterio di verità. La verità oggi non è rivoluzionaria, solo perché, purtroppo, non è tempo di rivoluzione. Forse anche la verità è diventata riformista. Contentiamoci. Cito a memoria un passo di Brecht, che recitava: “si, lo so, gli uomini dicono che un asino è un cavallo quando devono venderlo e che un cavallo è un asino quando devono comprarlo. Ma guardate, quando arriva sulla piazza qualcuno a dire che un asino è un asino: tutte le donne vorrebbero dormire con lui”. Ecco: se solo riuscissimo a mettere bene in vista le orecchie d’asino del cavallo di questo ventennio, avremmo fatto un’operazione di rottura, capace, a mio parere, di largo consenso.

Fonte: www.centroriformastato.org

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