IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

sabato 20 novembre 2010

Luoghi comuni e parole operaie


Loris Campetti - il manifesto 19 novembre 2010
Come fare fronte alla «sovracapacità produttiva? Il Lingotto vuole un modello di produzione rigidissimo che chiede il massimo a chi lavora. Format Pomigliano, dove la newco da minaccia si è fatta realtà. Il no dei delegati Fiom, che chiedono una mobilitazione nazionale STORIE I figli, la catena e il film di Totò
La distanza dei lavoratori normali dalla «politica» che si riscopre il giorno dopo ogni elezione e poi si dimentica, perché c'è altro di cui occuparsi per il bene del paese, forse dipende dal fatto che la «politica» non si occupa delle persone normali e dei loro problemi. Anche quando si parla di lavoro, unità, flessibilità, spesso lo si fa a vanvera. Ieri il salone dei Frentani a Roma era pieno di operai normali con problemi normali. I delegati Fiat della Fiom parlavano una lingua comprensibile a tutti.
«Uniti si vince, va ricostruita l'unità sindacale». Ovvio. Ma una volta affermato il principio bisogna fare i conti con la realtà. Quella raccontata da Antonio di Pomigliano, per spiegare come anche i suoi colleghi della Fim e della Uilm che firmano l'infirmabile prendono schiaffi in faccia dal padrone: «Sembra un film di Totò, quann' pigliava 'e paccheri rideva e diceva "e che so' Pasquale?"».
La crisi, la globalizzazione, la concorrenza internazionale, bisogna essere flessibili, rivedere turni, ritmi, pause, la mensa. Ecco come la interpreta Rina di Termoli: «Ieri mio figlio mi ha detto "sei brutta e cattiva, vai sempre via e non stai con me". Marchionne se ne fotte dei figli, dei problemi creati dai turni, anzi ora a Termoli è stata abolita la mensa per le operaie in allattamento». Anche al suo collega delegato di Foggia il figlio dice "brutto e cattivo". Rina ha organizzato una riunione con tutte le ragazze della fabbrica, «anche quelle di Fim, Fismic e Ugl»: nella difesa delle donne e dei diritti sanciti dalla legislazione, riuscirà a costruire un pezzetto di unità?
Restando all'unità sindacale da tutti invocata, Roberto di Termini Imerese domanda al palco che ospita la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso: «Dobbiamo essere unitari? Peccato che neanche di fronte alla chiusura dello stabilimento si riesca ad avere con noi quelli degli altri sindacati». Giovanni e Antonio di Melfi vorrebbero essere unitari, sperano che contro la pretesa di Marchionne di ridurre le pause di 10 minuti si possa cantare in coro. Persino con i delegati delle altre organizzazioni che hanno firmato un documento unitario «dove si raccontano con onestà i fatti di quella notte in fabbrica durante uno sciopero unitario, usato dalla Fiat per licenziarci, ma poi sono andati dal giudice a testimoniare l'opposto, cioè la tesi Fiat del sabotaggio».
Si dice: La Fiat non chiede niente all'Italia. Però succede che «impone agli operai di un turno il 20% di macchine in più e la settimana dopo li mette in cassa integrazione, che grava sulla comunità». Così a Melfi, mentre «a Pomigliano chiede la cassa in deroga che alla Fiat non costa niente perché la paga tutta lo stato, e in più è l'anticamera dei licenziamenti».
Parole semplici, che smontano i luoghi comuni della politica e di tanto sindacato, di chi continua a prendere sul serio Marchionne che «non vende auto perché non ha modelli e si prepara a vendere gli stabilimenti con lo spin-off e le newco». «Prova tu a farci un patto sociale con uno così. I signor no sono i padroni - brontola un operaio di Mirafiori - non noi della Fiom».
Parlano di tunnel carpali e epicondiliti, malattie da catena di montaggio. A Mirafiori gli Rcl (lavoratori con ridotta capacità lavorativa) sono 1.500; a Melfi, la fabbrica modello nata nel '93, sono 2.200, quasi la metà degli operai. Rcl, bruciati dalla fatica e pronti per essere scaricati da Marchionne sulla società. Ma Marchionne non chiede soldi all'Italia.

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