Ripartire dagli ultimi, questa è l’unica chance. Non è una predica, né una morale, solo una constatazione, dopo la resa dei quattro migranti asserragliati sulla gru del cantiere della metropolitana a Brescia dal 31 di ottobre. Un’occupazione peraltro cominciata in sei, e abbandonata da due di loro già nei giorni scorsi. Resa, perché sono scesi senza aver ottenuto quello che chiedevano, e non si può neanche dire senza disgusto per questo Stato che li sfrutta: il permesso di soggiorno, e dopo aver pagato 500 euro, e dalle 5 alle 8mila euro a truffatori spacciatisi per mediatori. Tutto inutile, perché la mobilitazione, pure grande e sempre presente sotto la gru in tutti questi giorni, che si è subita le cariche delle forze dell’ordine, gli spintoni, i maltrattamenti, è stata una mobilitazione principalmente “individuale”, da parte di quei cittadini che non si arrendono a uno Stato razzista, di polizia e talmente incivile da non riconoscere il diritto alla cittadinanza a chi lavora, arricchendo le casse e l’economia di questo stesso Stato.
Non basta. Questa mobilitazione non basta più. Il 16 ottobre ci dà un lascito preciso, che va persino oltre la Fiom e oltre le organizzazioni, pur coinvolgendole. Ed è che le lotte non possono che essere connesse, oggi più che mai, e che devono partire dai lavoratori, dagli studenti, dai precari, da tutte quelle categorie in grado di organizzarsi in prima persona, capaci di riconoscere e rifiutare uno Stato autoritario e affamatore, capace togliere la dignità a chi lavora, di qualunque nazionalità sia. Solo lo sciopero, che fosse spontaneo dei lavoratori o organizzato dalle categorie sindacali, solo lo sciopero, degli studenti, insieme ai docenti e ai precari, solo lo sciopero, capace di indicare il minimo comune denominatore delle lotte in corso, sarebbe stato in grado di permettere una via d’uscita vincente per i migranti di Brescia, e insieme a loro, per tutti quelli che pur non salendo su una gru si trovano a subire le medesime condizioni. E sono tanti.
I migranti di Brescia non sono stati lasciati soli, ma tutto si è fermato alla testimonianza. Chiuso ancora nel guscio delle organizzazioni, nell’involucro dei limiti istituzionali. E questo è il segnale dello stato dell’arte di tutte le mobilitazioni. Non illudiamoci che lasciati al margine i problemi dei migranti sarà più facile risolvere quelli che ci sembra ci riguardano più da vicino. La mole di lavoratori in cig, i precari, i tagli al welfare. Non illudiamoci che il doppio sfruttamento dei migranti sia un problema a sé, perché è esattamente lo specchio delle politica economica di questo governo, a cui fa da riscontro l’impoverimento dei due terzi di questo paese.
Questa è la lezione dei migranti di Brescia. Se non siamo insieme, non siamo niente, e non saremo in grado di vincere. E essere insieme, essere con loro, significa fermare il paese, trascinando la mobilitazione delle organizzazioni. La vera, maggiore rappresentanza, è quella di tutti i lavoratori, i cittadini, gli studenti, che lottano per difendere “lavoro, diritti e dignità” e giustizia. Solo se saremo in grado di fermare il paese per questo, avremo tutti insieme raccolto la lezione di Brescia, che è racchiusa in un’unica parola: democrazia.
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