IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

giovedì 28 ottobre 2010

L'ITALIA MIGLIORE E' L'ITALIA CHE NON SI PIEGA

di Alfio Nicotra

RITORNA LA SINISTRA
Nel fine settimana si è concluso il congresso di Sinistra, Ecologia e Libertà. Un congresso che ha avuto giustamente un forte risalto mediatico e ha alimentato una sacrosanta speranza di riscatto. La Federazione della Sinistra terrà il suo il 19, 20 e 21 novembre. La sinistra torna dunque a riaffacciarsi sulla scena politica dopo l’esclusione dai parlamenti nazionale ed europeo. Che ci sia bisogno di sinistra e che essa debba battere le strade dell’unità, lo dimostra la forza dirompente della piazza del 16 ottobre. La manifestazione della Fiom è stata un successo da ogni punto di vista ed ha scosso e dato un senso alla stessa sinistra. Torna ad essere una necessità per gli oppressi e un bisogno per chiunque non voglia rassegnarsi ad accettare lo stato delle cose esistenti. La politica non è- come ha giustamente detto nelle sue conclusioni Vendola -un affare immobiliare tra Montecarlo e Antigua. La politica è in primo luogo la lotta. Grazie agli operai Innse saliti sulla gru nell’estate 2009, per passare ai tetti dell’Ispra, alla lotta di Eutelia, all’isola dei cassintegrati, alle mobilitazione dei precari della scuola e della ricerca, alla risposta della dignità operaia di Pomigliano e Melfi, possiamo oggi permetterci di unire i due slogan scelti dalla Fds e da Sel in un unicum : ” L’Italia migliore è l’Italia che non si piega”.
Quelle bandiere rosse del 16 Ottobre, tantissime con la falce e martello, non sono piovute dal cielo, ma sono il frutto di una scelta che ha rimesso il lavoro e la questione sociale al centro di una nuova politica. C’è dunque una possibilità nuova che le lotte aprono alla sinistra tutta : quella di cambiare il vento della nostra società. Se poi alziamo gli occhi fuori dai nostri confini vediamo che in Francia, Grecia , Spagna e ora anche Gran Bretagna, questo vento già fa muovere le cose e che non siamo soli in questa impresa.

BASTA CON LA SINDROME TAFAZZI , L’OPPOSIZIONE HA BISOGNO DI UNA SINISTRA CON LA SCHIENA DRITTA
Per essere all’altezza di questa sfida dovremo riuscire a bandire tra di noi gli sbalzi umorali, le varie sindrome Tafazzi che troppo volte caratterizzano le nostre discussioni, evitare le reazioni rancorose ed isteriche ogni volta che si parla di Vendola e dell’unità a sinistra o al contrario evitare dichiarazioni con il “cappello in mano” verso il Presidente della Regione Puglia. Sono atteggiamenti, entrambi, che disorientano, che nel migliore dei casi dimostrano una incapacità dei gruppi dirigenti di aver compreso quale sia la vera posta in gioco. Non è vero che, per esempio, la Federazione della Sinistra non abbia una linea chiara e, a mio modesto parere, anche comprensibile ad una vasta fetta della popolazione italiana. E’ un percorso più difficile, meno televisivo di altri, ovviamente in salita, che richiede la costruzione di un collettivo e di un linguaggio condiviso. La piazza del 16 ottobre lo dimostra. La nostra immersione nella società non può che rimanere la bussola su cui orientarsi tanto più oggi che il pendolo dell’attenzione si è spostato dal Palazzo alle questioni sociali. Dobbiamo essere coscienti dei nostri limiti ma al tempo stesso non frustrare le nostre potenzialità. Davanti a noi abbiamo la priorità di dare linfa vitale e gambe ai contenuti del 16 di ottobre, prepararsi alla sfida referendaria per l’acqua pubblica, costruire dal basso per le prossime amministrative (12 milioni di cittadini al voto) liste della sinistra che rifuggano dall’idea di sommare semplicemente i gruppi dirigenti locali di Fds e Sel ma che siano in grado di aggregare e parlare alle lotte e alla sinistra diffusa. Sul piano nazionale inoltre dobbiamo essere in grado di mettere in campo un fronte largo contro la manomissione dello Statuto dei Lavoratori clamorosamente attuata attraverso il cosiddetto “collegato lavoro”. Perché non avanzare per esempio alle forze che hanno promosso il 16 di ottobre la costituzione di un comitato per arrivare a promuovere un referendum teso a cancellare le parti più odiose di quel collegato? Sarebbe uno straordinario strumento per dare continuità a quella piazza ed attrezzarla a radicarsi sul territorio già a partire dal gennaio 2011.
In più , ma non per ultime, le mobilitazioni ambientaliste contro la scellerata politica dei rifiuti del governo e del ritorno al nucleare ci devono vedere protagonisti nel rafforzare la rete di solidarietà alle comunità in lotta. Non dobbiamo farci dettare l’agenda dal Palazzo. Se agiamo con questo spirito anche lo scioglimento anticipato delle Camere non ci troverà impreparati

IL LAVORO COME BENE COMUNE
C’è una pista di elaborazione che la Fiom ci ha indicato scegliendo la parola d’ordine del “lavoro come bene comune”.Quello di un cambio di paradigma nella concezione stessa del modello di sviluppo, non più o solo affidato alla crescita ma al contrario basato su una riconversione ecologica e di pace dell’economia. Se il modello Marchionne, che punta a modificare al cuore la Costituzione materiale del Paese, trova ostacoli inaspettati è perché chi è stato artefice della crisi non è in grado di prospettarne alcuna possibilità di uscita. Dalla Banca Centrale Europea all’Ad della Fiat l’unica ricetta che si vuole imporre ai popoli è il primato del mercato, l’ assistenza degli Stati alla speculazione e ai profitti, l’inseguimento del più basso costo del lavoro nel mondo. L’innovazione di prodotto e tanto meno la ricerca di un nuovo paradigma non trova cittadinanza nelle stanze del potere. Per questo l’alternativa sociale e politica rappresentata dalle lotte e dai movimenti oggi può avere più tela da tessere che il pensiero dominante. A dieci anni da Porto Alegre e dal G8 di Genova, l’altro mondo possibile appare più forte e più indispensabile di ieri.

DIFENDERE LA COSTITUZIONE, RIPRISTINARE IL CARATTERE PARLAMENTARE DELLA REPUBBLICA
Abbiamo avanzato la proposta di una Alleanza Costituzionale. Non solo per battere Berlusconi ma anche per ripristinare una Repubblica parlamentare che in questi 20 anni è stata violentemente ferita dall’introduzione del bipolarismo coatto, del maggioritario, della devastante opera della personalizzazione della politica e del presidenzialismo. Questa estate tutta l’opposizione, parlamentare e non, è insorta davanti alla lettura che Berlusconi e soci davano in merito ad una Costituzione materiale che avrebbe, nei fatti, soppiantato la Costituzione formale. Questa insurrezione è stata molto positiva perché, dopo anni di sbornia presidenzialista, ha riscoperto il carattere parlamentare della Repubblica e che i Presidenti del Consiglio non sono eletti dal popolo ma indicati dal Capo dello Stato. Queste argomentazioni per essere credibili e coerenti, richiedono una presa di distanza da una subalternità politica e culturale che ha portato gran parte del centrosinistra ad accettare una competizione tra candidati a premier contrapposti. E’ stata questa concezione, sanzionata anche dal nome del leader sulla scheda, ad aprire la strada all’attentato ai poteri e alle prerogative che la Costituzione attribuisce in forma esclusiva all’inquilino del Quirinale.
Ripristinare il carattere parlamentare della Repubblica, ovvero tornare alla Costituzione votata dai costituenti, significa per esempio nella legge elettorale chiedere la cancellazione del nome del candidato a premier dalla scheda di voto. Per la Costituzione l’elezioni in Italia si fanno per eleggere 630 deputati e 315 senatori, ovvero la rappresentanza democratica depositaria della sovranità popolare. Se questa sovranità si sposta sul premier diventa legittimo ogni progetto golpista, compreso quello di esautorare completamente il parlamento magari facendo votare i soli capigruppo.

LA COSTITUZIONE E LE PRIMARIE
Discende da qui una posizione diversa da quella espressa dai compagni di Sel in merito alle primarie. L’indicazione di una candidato a premier scelto dal popolo è infatti incompatibile con i caratteri basilari della nostra Costituzione. Non si tratta infatti di eleggere un sindaco, o un presidente di provincia e di regione la cui elezione comunque non mette in discussione l’impalcatura costituzionale., Trasformare l’elezioni parlamentari in uno scontro tra due candidati a premier invece, come abbiamo visto in questi anni, le scuote dalle fondamenta. La nostra critica alle primarie è una critica costituzionale ma anche di concezione della politica. E’ su questa scia della personalizzazione che l’intero sistema dei partiti si è andato trasformandosi in formazioni a conduzione personale e/o familiare, svuotandone la vita interna e mutandoli, nel migliore dei casi, in instabili comitati elettorali o di tifoserie del leader.
Ai compagni e compagne che mi hanno chiesto cosa avremmo fatto in caso di primarie, ho risposto che prima di tutto ci saremo battuti contro questo stravolgimento della Costituzione e ritengo questa battaglia caratterizzante il profilo di una sinistra moderna. Non si tratta di una battaglia di retroguardia. Tutt’altro. La facciamo non per fare dispetto a Nichi Vendola ma per far rispettare la Costituzione. Ovviamente in caso di promulgazione delle primarie non saremo indifferenti rispetto ai profili politici e programmatici dei vari candidati. Non mi sfugge che in una situazione “imballata”, con gruppi dirigenti conservatori e prigionieri di cordate ed interessi dei poteri forti, il ricorso alle primarie può avere un suo fascino ed essere anche utile. Ma non è – è bene saperlo – la via per rifondare la politica. Ho ascoltato con grande attenzione e condiviso in larga parte, l’intervento che Fabio Mussi ha fatto al congresso di Sel. Su un punto invece divergo completamente. Quando l’ex leader del correntone dei Ds ha invocato una legge elettorale che salvaguardasse “le coalizioni e la leadership”. Mi pare un limite e una rinuncia. Un limite perché se si lega la propria esistenza all’obbligo per legge di coalizzarsi è come ammettere di voler vivere di luce riflessa. Una rinuncia perché chiedere il mantenimento della leadership sulla scheda significa non difendere il cuore della nostra Costituzione che vuole che l’Italia sia una Repubblica parlamentare e non , invece, presidenziale. Questo significa che non esiste il tema dell’unità della sinistra e dell’opposizione? Tutt’altro, esso è – insieme e non separato dalle lotte sociali- il tema principe che abbiamo davanti. Ma non abbiamo bisogno di camice di forza dettate dalla legge elettorale .Almeno che non si pensi di costruire un partito unico con il PD, la sinistra deve avere la sua autonomia e un suo profilo “altro” per tornare a contare.
SEL e FDS hanno, è vero, progetti diversi – lo dimostrano anche gli interlocutori europei scelti, la Sdp per i primi, la Linke e il Front de Gauche per i secondi- ma parlano allo stesso popolo.
Moltiplicare le occasioni di unità significa fare il bene di una causa comune ed aiutare l’Italia che non si piega a costruire una Italia migliore.

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