IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

domenica 24 ottobre 2010

L'auto «socialista»

Tommaso Di Francesco - il manifesto

Parla lo storico Luciano Antonetti su lavoro e saperi nel socialismo reale. Al centro la vicenda della fabbrica automobilistica della Skoda, raccontata in un saggio scritto sulla base degli archivi cecoslovacchi
Sul tema dell'auto nel meccanismo produttivo ed economico del capitalismo in crisi, abbiamo rivolto a Luciano Antonetti, storico dell'est europeo, alcune domande. L'occasione è l'uscita del libro «Storia di una fabbrica socialista. saperi, lavoro, tecnologia e potere alla Skoda auto (1918-1968).
Cosa ha rappresentato l'automobile Skoda nel socialismo reale? Si diceva: la Skoda non è la Trabant. Ma c'è anche il nodo dell'industria pesante e degli armamenti a fronte dell'irrisorio spazio per i beni di consumo, testimoniato dalla divisione interna delle ex fabbriche Skoda.
Per lunghi anni possedere un'auto Skoda era segno di distinzione di non poco conto. Dalle fabbriche di Mlada Boleslav ne uscivano poche e il loro prezzo non era davvero alla portata delle famiglie comuni. Ciò si doveva al sistema economico che, copiato meccanicamente da quello sovietico, privilegiava l'industria pesante, a scapito di quella dei beni di consumo. Le cose cominciano a cambiare a partire dal 1960, quando si avvertono i segni della crisi del modello di crescita estensivo. Sono necessari anni, tuttavia, prima che l'elaborazione della riforma assuma contorni definiti e se ne tenti la realizzazione. Avviene nel 1966, la riforma è nota con il nome di Ota Sik, suo ideatore e propugnatore.
Com'era il consumo dell'auto nel socialismo reale? Dagli archivi ora emergono le proteste e i consigli dei «consumatori» su alcuni modelli di auto. C'erano anche la pubblicità e le'esportazioni?
Non meraviglia che i possessori di auto Skoda abbiano «consigliato» migliorie da apportare al prodotto che finiva nelle loro mani. Ma consigli e richieste finivano nel nulla: il «piano» promulgato centralmente stabiliva la quantità di acciaio da impiegare nella fabbricazione di un'automobile, colore e tipo di vernice ecc. ecc. Parlare di esportazione mi sembra esagerato. Un piccolo numero di auto veniva esportato nei «paesi fratelli», e finiva in mano alla «nomenclatura» (per i dirigenti vi erano modelli piú di «lusso», come le Tatra 603 e poi 613. Quindi era inutile una pubblicità diffusa. È con il mutare della situazione internazionale, con la distensione che cominciano le esportazioni verso occidente, ma si «vende» in perdita, per cercare - a fatica - di tenere il passo con la concorrenza.
Ora emerge che prima della guerra l'Accademia Masarik e durante il governo democratico di Benes ci fu un ricorso al modello taylorista ma dentro un quadro ideologico «umanista», per coinvolgere i lavoratori, dagli ingegneri agli operai...
Nei mesi che seguono la liberazione del paese, cioè quelli della presidenza di Edvard Benes, dal maggio 1945, a metà circa del 1948, si tenta di realizzare un sistema economico che deve reggersi su tre gambe: impresa privata individuale, impresa pubblica e impresa cooperativa. L'aspirazione viene vanificata dallo scoppio della guerra fredda, che separa nettamente gli stati e le economie dell'est e dell'ovest. ma non è certo un «socialismo dal volto umano» ante litteram, seppure per alcuni storici l'abbandono di quella politica fu una jattura, e non soltanto per la Cecoslovacchia.
La Primavera di Praga nel 1968 avvia una democrazia dal basso a partire dai luoghi di lavoro. Nacquero centinaia di consigli di fabbrica che discutevano apertamente e criticamente le riforme del socialista liberale Ota Sik. Quale fu il contributo dei lavoratori della Skoda?
Dopo l'approvazione del Programma d'azione del Partito comunista di Cecoslovacchia (aprile 1968), nel momento in cui si decide, per far avanzare la riforma economica, di elaborare un progetto di legge per «l'impresa socialista», in molte aziende vengono eletti «Consigli dei lavoratori», che comprendono rappresentanti degli operai, degli impiegati e della direzione. I loro compiti in attesa di un'apposita legge vengono fissati dai componenti degli stessi e vanno dal controllo sulla produzione, sulle condizioni di lavoro, sugli accordi interaziendali, fino in rari casi come per esempio negli stabilimenti Skoda di Plzen (meccanica pesante, armi), all'elezione del presidente dell'impresa. Parecchi di essi funzionano a pieno regime e rappresentano un incentivo alla costituzione di un numero crescente di Consigli. L'iniziativa ha un successo imponente. Finalmente la classe operaia fa sentire la sua voce, decide, è la constatazione generale. Nei mesi che seguono l'intervento armato dei sovietici (agosto 1968), quando ha inizio il «consolidamento» che deve precedere nei disegni degli occupanti la «normalizzazione», nei luoghi di lavoro cresce la pressione affinché si elabori e approvi la legge sull'impresa socialista e sui Consigli dei lavoratori. La testimonianza l'abbiamo con il convegno che si tiene a Plzen, a metà gennaio 1969, cui partecipano i delegati di decine di Consigli già istituiti e funzionanti sul territorio della repubblica. I sovietici e i politici da loro insediati al potere a Praga devono attendere mesi e mesi per gettare la maschera e rivelarsi per quello che sono: rappresentanti di un potere antipopolare e antioperaio e solamente con le epurazioni avviate nel 1970 e i processi politici che riprendono nel 1972 soffocano le voci di coloro che si erano battuti per la democratizzazione del sistema economico e di quello politico.
Che fine ha fatto il dibattito sulla «people's car socialista»? Approfittando del dibattito corrente sulla Fiat, è possibile un nuovo modello di macchina privata e/ o d'uso (secondo Paul Mattik)?
Beni di consumo che salvaguardino l'ambiente e le risorse energetiche deperite e deperibili; prodotte democraticamente con il controllo di tutti i lavoratori e saperi, che corrisponda ad una nuova domanda ecosostenibile, e con uno Stato impegnato non a riprodurre come ora, con denaro pubblico, la figura del capitalista privato, come accade per la Fiat e per l'ad. Marchionne... mbè, detto così, la risposta non può che essere «la macchina socialista è un'utopia». In un mondo dalle economie interdipendenti, con pochi magnati che fissano le regole e costituiscono i poteri (governi, magistrature, polizie) incaricati di farle rispettare, ha tutta l'aria di essere un sogno irrealizzabile. Tuttavia riesce difficile pensare che davvero stiamo vivendo la «fine della storia», di cui ha parlato Francis Fukuyama. Volendo parafrasare le obiezioni a quella tesi di un importante filosofo cecoslovacco Karel Kosik e uno scritto di Claudio Magris, possiamo affermare che vi è anche un «realismo» dei sogni. Certo c'è bisogno per questo di una volontà diffusa e perseverante, ma è l'unica strada che ci resta per non finire nella disperazione.


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Crisi dell'auto e attualità della «Storia» della Skoda
t. d. f.
Il libro «Storia di una fabbrica socialista. Saperi, lavoro, tecnologia e potere alla Skoda auto 1918-1968), ed. Guerini Associati (pp. 276, 25 euro) è stato scritto da Valentina Fava sulla base di fonti d'archivio in lingua ceca. L'analisi, tassello mancante nella storia della Cecoslovacchia e dell'est europeo, attraversa il XX secolo, passando dal regime di democrazia progressista tra le due guerre, dalla fase dell'occupazione nazista, da quella intermedia 1945-1948, fino all'avvento al potere dei comunisti e poi alla Primavera '68. Ora, dopo l'89, la Skoda è stata acquistata dalla Volkswagen e definitivamente privatizzata e parte ormai del circuito internazionale del mercato dell'auto e della sua crisi. Ma negli anni affrontati dal bel libro di Valentina Fava, la Skoda fu un laboratorio di esperienze, politiche e produttive. Negli stabilimenti si avviano contaminazioni produttive, con il taylorismo americano ma tentando un approccio cecoslovacco «umanizzato», sul fordismo ma anche sul «fattore umano». Tanto che, prima della Guerra fredda, intorno alla produzione di macchine per il consumo, «people's car», s'impernia la «people's democracy», con prove di democrazia socialisteggiante. E alla fine arriva il Piano quinquennale modello sovietico, dove l'aspirazione a una motorizzazione socialista capace di sfidare l'occidente rimase tale. Solo il Nuovo corso della Primavera di Praga puntò, fallendo, con i consigli operai a stravolgere dal basso quel modello centralistico che l'economista Ota Sik voleva solo liberalizzare.

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