IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

sabato 16 ottobre 2010

La strategia seduttiva del populismo

www.italianieuropei.it

 

di Michele Prospero 

Con la crisi dei partiti il populismo, da semplice devianza, è diventato il contrassegno di una democrazia fragile, che si affida alle ingannevoli narrazioni dei capi. Espressione della decomposizione dei partiti, il populismo diventa poi un sistema in cui la febbre della leadership ostacola la ricostruzione di valide mediazioni politiche e istituzionali.
Nel confuso ciclo politico che si è aperto in Italia nei primi anni Novanta si nota una drastica oscillazione tra lunghi momenti a spiccata dominanza populista e più contenute fasi di relativa normalizzazione del sistema istituzionale. In un caso l’aggressione alla funzione storica dei luoghi e dei soggetti della mediazione (partiti, rappresentanza) assume tonalità assai virulente. Nell’altro, il ritorno alla più civile convivenza con le forme della mediazione non si consolida come definitiva cura della decadenza populista, che impone legami misticheggianti tra il capo e la massa.
Queste pendolari alternanze tra due differenti tipologie di comportamento politico rinviano certo alla congiunturale presenza nel governo di forze di destra (che accentuano il profilo antipolitico dell’azione) o di sinistra (che, soprattutto nella legislatura del 1996, assumono compiti di grande responsabilità politica e mostrano una attenzione strategica alle esigenze di più lungo periodo del paese) ma non si esauriscono per intero nella polarità destra/sinistra. Non si può cioè asserire che la sinistra sia nel suo complesso estranea al codice dell’antipolitica mentre la destra è tutta ricompresa nello schematismo populista. La sinistra radicale ha incorporato il ribrezzo antipartito proprio del populismo nuovo e antico, e intende cavalcare l’onda del negativo che saluta nel carisma il ritrovato spirito dell’antagonismo che saluta il tempo della mediazione.
Una oscura linea di demarcazione opera sin dentro gli schieramenti odierni e li rende vulnerabili alle penetrazioni delle facili iperboli del capo populista ostile ai luoghi della rappresentanza. La fenomenologia del populismo ricomprende un ampio spettro di atteggiamenti negativi contro la politica mediata da organizzazioni, istituti, soggetti. L’ostilità alla realtà di partito, schernita come indesiderato soggetto storico della mediazione tra élite di governo e forze sociali, è il pilastro della grammatica del populismo. La retorica del populismo è non a caso infarcita di espressioni cruente contro la casta, il ceto dei politicanti, la nomenclatura, il palazzo. Un filo sotterraneo populista è operante in Italia sin dal 1992 (con la contrapposizione tra regime partitocratico e società civile) e appare provvisto di una forza di interdizione tale da ritardare ogni ricomposizione di un codice infranto del realismo politico.
Più ancora che sulla coppia destra/sinistra la battaglia decisiva per l’evoluzione del sistema politico sembra transitare oggi lungo la polarità  politica/antipolitica, che appare trasversale alle attuali forze in campo. Per il risanamento del sistema politico non è escluso che si realizzino occasionali convergenze tra porzioni di classe politica che condividono gli stessi paradigmi, anche se situate in ambiti molto diversi dello spettro politico. Oggi, sulle prospettive dello Stato esiste tra le classi dirigenti una più marcata sintonia tra politici che parlano lo stesso lessico minimo del realismo e condividono un senso delle istituzioni ma provengono da diverse tradizioni che non tra aggregazioni appartenenti allo stesso versante parlamentare.
Dal coacervo di forze che in origine componevano il blocco di centrodestra si sono sganciati dapprima Casini e poi Fini, proprio in nome di un ritorno ai  paradigmi della ragione politica da contrapporre alle nefaste conseguenze della politica dell’immagine e dell’emozione cavalcata da grandi imprenditori o da piccoli capi astuti e venduta quale alternativa alla fatica della politica che si nutre di analisi, strategie, alleanze. Nel PD, con la nuova maggioranza che sostiene Bersani, è stato arginato lo scivolamento verso il partito personale liquido assunto quale puntello del regime populista, ed è stato così immesso nel sistema un elemento di dinamismo e di tendenziale risanamento.
Nel 2007 il populismo è giunto ad un passo dal compiere la sua grande metamorfosi da escrescenza solo patologica di una malandata democrazia latina a dato sistemico generale, ormai metabolizzato e quindi senza più forti alternative. La presidenzializzazione del modello di partito, varata nel primo statuto del PD, infatti, modulava su una finzione (l’elezione diretta del premier) anche la forma di partito a vocazione maggioritaria. La stessa formula delle primarie aperte, riservava al popolo indistinto dei compiti dell’iscritto o del militante in una coerente ottica di democrazia intraorganizzativa. La dispersione della funzione propria dell’iscritto nel - le prerogative del popolo indifferenziato postulava il trionfo di un partito elettorale integrale. In esso il leader è sciolto dalla logica complessa dell’organizzazione e si rapporta ai media per attirare il gradimento di una opinione pubblica ondivaga.
Due sono oggi le varianti principali del partito a seduzione populista. Nella sua versione oligarchica si afferma il postulato che quello nato con l’annuncio del predellino non è un partito ma un popolo. Con ciò il capo si riveste di attribuzioni autocratiche. Nella declinazione iperdemocratica del primo PD si adotta una estroversa immagine del partito che perde l’autonomia politica legata alla compattezza di un’organizzazione per fondersi con i media quali ingredienti di un partito liquido, che preferisce i gazebo che presto scompaiono alle sezioni, ai circoli, alle fondazioni che restano. In entrambi i casi il populismo suppone una mentalità che determina la scomposizione dei partiti e si riproduce nel tempo ostacolando con la ricomparsa dei soggetti della mediazione.
Il paradosso del populismo è che anche chi osteggia la partitocrazia poi edifica un suo partito basato sul complesso aziendale-mediatico come prolungamento del corpo del capo. Anche chi dipinge i partiti come “ossi di seppia” o li ricopre di ingiurie in blasfeme adunate piazzaiole poi inventa un suo partito e magari gli dà il proprio nome. Dalla lista Di Pietro alle liste “con Vendola” o agli “amici di Grillo” la febbre dell’antipolitica conduce con una certa regolarità ad una pacchiana ipertrofia dell’io. Nel cuore di una società complessa e stratificata, aspiranti capi carismatici crescono e con tono altezzoso recuperano la fatidica espressione “il partito sono io”. Il delirio della personalizzazione smisurata arriva ad adottare come inno di partito il “meno male che Silvio c’è” o a proporre come luoghi di elaborazione programmatica le “fabbriche di Nichi”. La follia della personalizzazione della carica monocratica  incoraggia ogni sindaco o governatore a coltivare inopinati sogni di grandezza invocando primarie, rottamazioni di classi dirigenti.
In tutte le varianti del populismo odierno il capo, in virtù del suo trasporto carismatico vero o presunto, è anche il partito. È cosi con il magismo proprietario di Berlusconi ma anche con il cinismo recriminatorio di Vendola, che assume la maschera di un capo romantico e mistico e si presenta come la luce contro le tenebre dicendo a chi lo ascolta “io sono voi”. Per questo impasto tardo romantico di capo e popolo la mediazione tra il leader e la massa non ha più alcuna ragion d’essere. Il leader può risparmiarsi di passare nelle procedure codificate di un’organizzazione perché l’identificazione con il popolo avviene già in forme del tutto immediate nel corpo quasi mistico del capo. Nel grande partito personale-aziendale o nel micropartito del comico, del magistrato o del governatore le regole scompaiono dinanzi alla leggerezza del comando riservato al capo che si suppone sfiorato dalla grazia che illumina il prezioso dono carismatico di chi si sente un funzionario della narrazione.
Tutti gli indicatori del rendimento democratico precipitano allorché al governo progettante si sostituisce il governo della narrazione che costruisce la mera parvenza del fare. Nessuna società industriale avanzata può reggere l’urto della competizione economica e gestire i ritmi dell’innovazione tecnologica  poggiando sull’apporto di leader populisti che elevano a canone di governo proprio l’irresponsabilità dell’agire. I costi sociali del populismo sono elevati perché lo scambio major su cui esso poggia, quello tra consenso e fughe dal fisco, determina l’essiccamento dello spazio pubblico. Quale surrogato di politiche pubbliche, che la secessione fiscale rende senza più copertura finanziaria, nasce il populismo dei territori che si presentano come geocomunità coese attaccate ai beni pubblici e servizi residuali visti minacciati dai migranti.
Il governo populista si avvale dei media per creare l’allarme sociale come misuratore dei sentimenti indotti e lo assume come scadenzario dell’agenda legislativa deviante. Dal problema reale si passa al problema percepito in una permanente fabbrica del falso che fa della sicurezza il motivo cardine della esistenza civile. In tal senso il populismo si configura anche come una ideologia che allontana dal principio di realtà. Il populismo fugge dal governo dei problemi e ha il fisiologico bisogno di una inesauribile costruzione del nemico, del capro espiatorio (i lavavetri, le prostitute, i rom). La forza dell’apparenza ha poi bisogno di compiersi nell’apparenza della forza. Le ronde, la sicurezza, i respingimenti sono trovate svianti che catturano lo spazio del discorso pubblico e nascondono la crisi sociale.
Il populismo vince non solo perché agita fantasmi ma anche perché allestisce una coalizione sociale retta da una immagine del nemico che coincide con l’odiato statalismo criminogeno, con i diritti del lavoro garantito in grandi aziende, con il Sud parassitario, con i fannulloni del pubblico impiego, con gli immigrati portatori di crimini. Oltre l’immaginario da stuzzicare con dosi di emozioni, ardite metafore, aggettivazioni facili, il populista coltiva il rude territorio da stuzzicare con misure che attirano una certa neoborghesia con villetta, microazienda e fuoristrada (l’ampliamento delle case, i condoni fiscali ed edilizi, la semplificazione delle norme in materia ambientale). La logica della devianza si afferma come pratica di governo e i principali assetti della presenza pubblica deperiscono perché il consenso sociale del populismo coincide con la fuga del governo dal difficile mestiere della guida dell’innovazione.
Gli effetti di lungo periodo del ciclo populista sono però devastanti. Come pratica di governo il populismo adotta la forma leggera della narrazione per sfuggire ad ogni verificabilità delle proposte e delle realizzazioni. La rinsecchita logica del semplice conduce alla esaltazione del capo che decide senza discutere e alla scomparsa dei tempi, delle procedure proprie di ogni amministrazione complessa. Competenze, analisi, dimestichezza con la macchina dell’amministrazione scompaiono dinanzi alla favola di un capo che in nome della fulminea decisione accompagna il paese verso il declino per mancanza di effettiva capacità di decisione e implementazione delle scelte.
Con una qualche regolarità dal populismo si esce solo con una rivolta delle classi dirigenti più responsabili dinanzi alla cupa prospettiva del declino. I dati mostrano un’Italia in avanzata decadenza e in regressione negli indicatori di qualità sociale, di competitività, di produttività, di fedeltà fiscale. Secondo influenti giornali, quelli che più alimentano il tocco antipolitico del ceto medio riflessivo, dal populismo trionfante di Berlusconi si esce solo incoraggiando la formazione di un populismo di segno contrario. Al populismo aziendalista occorre contrapporre i codici della narrazione di un qualche governatore o sindaco da lanciare nel bagno di folla delle primarie.
Queste raccomandazioni dei giornali-partito sono del tutto interne alle degenerazioni del sistema politico vigente. Non si esce dalla crisi di sistema (e non di semplice formula di governo rimediabile con proposte di allargamento della maggioranza) con la carta esangue di una rinnovata sfida tra poli che indicano un capo e si contendono il premio di maggioranza. Quando si rompono gli equilibri di un sistema politico a causa di una non più ricomponibile frattura  dentro il ceto politico di comando un governo della transizione è la preoccupazione prioritaria di una élite responsabile e provvista di un senso storico.
Vent’anni fa il sistema politico italiano sognava Westminster con i suoi sobri cerimoniali del potere, ora si ritrova a un passo da Bucarest con micropartiti personali che operano nel deserto di robuste mediazioni istituzionali. Dinanzi alla crisi del populismo diventa centrale la ricostruzione di partiti. Per ritrovare l’autonomia della politica occorre però archiviare le primarie di coalizione, ultima roccaforte del germe populista. Le primarie obbediscono ad una forzata logica di presidenzializzazione che strapazza la costituzione formale, che vuole pur sempre governi investiti dalla fiducia parlamentare e non conosce alcuna elezione diretta di un capo.

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