IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

sabato 9 ottobre 2010

IL CONTESTO DEL FALLITO ATTENTATO DELL’ADDAURA



La mafia
Cosa nostra
I misteri di Palermo
Il fallito attentato dell’Addaura


di Carlo Palermo

I recenti articoli di Attilio Bolzoni su Repubblica e di Alfio
Caruso sul Corriere della Sera relativi all’attentato all’Addaura
contro Giovanni Falcone del giugno del 1989 offrono spunti di
riflessione sullo stato delle indagini attualmente svolte, in
particolare da taluni magistrati in Sicilia, che tentano oggi di
decifrare e comprendere alcuni episodi che solo apparentemente
riguardano “affari” di Sicilia, ma che forse costituiscono chiavi di
lettura di attività più complesse, trovanti origine e motivazione in
centri di potere più complessi.
Esponendosi gli esiti delle nuove attività investigative, si evidenzia
oggi che l’episodio dell’Addaura può essere considerato come punto
di inizio e chiave di lettura delle stragi del ’92, rilevandosi così che
siamo in ritardo di 20 anni con le indagini in conseguenza degli
occultamenti e dei depistaggi intenzionali che avrebbero oscurato
così a lungo la ricostruzione della verità.
In merito non posso che concordare con tale attuale impostazione
dei magistrati, anche se ritengo che il connubio tra poteri occulti,
mafia e terrorismo risalga a molto tempo prima, e come tale vada
esaminato nella sua globalità storica per essere poi individuato e
decifrato in ogni singolo episodio che ne ha costituito espressione.
Per comprendere a fondo la genesi e le più complesse
responsabilità delle stragi del ’92 è forse opportuno ricordare che
poco dopo i due attentati di Capaci e di via d’Amelio, a Milano,
vennero sequestrati armi e plastico per attentati: dietro
l’organizzazione sembra esservi stato il clan mafioso della famiglia
Fidanzati, operante da un ventennio sull’asse Palermo - Milano, in
connessione con le organizzazioni della mafia turca e con i terroristi
libanesi.
In questo ricorrente asse - forse poco approfondito nel comune
convincimento che la mafia operi solo in Sicilia - possono rinvenirsi
indizi che riconducono a fatti vecchi e nuovi (al caso Calvi, alla P2,
al sistema delle corruzioni politiche, ecc.), tutti ruotanti attorno a
rilevanti operazioni bancarie e finanziarie, che - come noto -
costituisce il necessario sistematico legante di tutte le attività
illecite.
La riflessione ci riporta (come ho da tanti anni ricordato in miei
scritti) a vicende in qualche modo collegate a due conti bancari
“famosi” per Giovanni Falcone, come anche per i magistrati di
Milano: il “Conto Protezione, rif. Martelli per conto Craxi”, sulla
banca Ubs di Lugano (che risaliva ai lontani anni 1979-80), e il
meno noto Conto “rif. Roberto”, sul Banco di Roma, sede di Lugano.
Su questi nomi e su questi conti si incentrarono e poi si bloccarono
le ricerche di Giovanni Falcone quando era giudice istruttore a
Palermo.
Sul Conto Protezione per tanto tempo (e sino al ’93) si bloccarono a
Milano le indagini della magistratura sul Banco Ambrosiano.
Sul Conto rif. Roberto si fermarono Falcone e Borsellino nelle loro
inchieste di mafia.
Su entrambi i conti, in Svizzera iniziò a indagare, su richiesta di
Falcone, il magistrato elvetico Carla Del Ponte, che si trovava a
Palermo all’Addaura insieme a Falcone nel giorno dell’attentato del
1989.
Io incontrai Carla Del Ponte il giorno prima che costei partisse per
la Sicilia, per vedersi con Falcone a Palermo.
Sui conti elvetici poi, dopo l’eliminazione di Falcone e Borsellino, si
sono nuovamente imbattuti, dal ’92 i magistrati di Milano e
inquirenti siciliani (di Palermo, Caltanisetta e Catania) in varie
inchieste sulla corruzione e sui fondi occulti all’estero.
Per Falcone e Borsellino, quei conti rimasero però un mistero.
Per dipanare la matassa, andiamo ancora più indietro e spostiamo
l’attenzione su personaggi a lungo trascurati, Florio Fiorini e
Giancarlo Parretti, recentemente al centro di scandali finanziari
internazionali; in passato, legati alle vecchie storie del Banco
Ambrosiano, della P2, delle forniture di petrolio Eni-Petromin: si
potranno notare le strette connessioni di questi fatti (tipicamente
“economici” e bancari) con altri più propriamente “mafiosi”.
Agli inizi degli anni Settanta, Parretti arrivò a Siracusa e il suo
cammino si incrociò con quello di un uomo politico che contava
nella Sicilia dell’epoca, il senatore democristiano Graziano
Verzotto. Nativo del nord, Verzotto, ancora nel 1953, aveva svolto
in Sicilia il doppio ruolo di funzionario dell’Agip (antenata dell’Eni) e
di commissario provinciale della Dc. Divenne rapidamente padrone
incontestato di Siracusa, poi di tutta l’isola, anche se i suoi rapporti
con il leggendario presidente dell’Agip-Eni, Enrico Mattei, presto si
raffreddarono. Verzotto fu l’ultimo a salutare Mattei quando, la sera
del 27 ottobre 1962, questi prese a Catania l’aereo privato che si
sarebbe schiantato poco dopo a Bescape, a qualche decina di
chilometri dall’aeroporto di Milano-Linate: fu forse il primo episodio
terroristico in cui si mescolarono insieme gli emergenti interessi di
Stato, legati ai commerci internazionali di petrolio, e la mafia.
Lo stesso Verzotto nel 1967 divenne segretario generale della Dc
siciliana e poi presidente dell’Ente minerario siciliano (Ems),
organismo che raggruppava diciotto società, con disponibilità sugli
enormi fondi del Mezzogiorno.
I suoi intrecci con la mafia furono molteplici: fu amico di Frank
Coppola e di Giuseppe De Cristina, uno dei principali protagonisti
della seconda guerra di mafia. La posta principale, in quel
momento, era il controllo del mercato immobiliare dell’isola
attraverso il triumvirato Stefano Bontade, Gaetano
Badalamenti, Salvatore Riina, uomo di fiducia di Luciano
Liggio, allora capo dei corleonesi.
De Cristina venne assassinato a Palermo il 30 maggio 1978.
L’omicidio scatenò quella che poi venne chiamata la «mattanza»:
una strage totale che raggiunse il culmine negli anni 1981-82.
Frattanto, Fiorini - alleato di Parretti - come direttore finanziario
dell’Eni (diresse l’ente dal 1975 al 1982, data della sua forzata
separazione dall’Eni, conseguente agli scandali dell’epoca), guidava
allora le finanze della compagnia petrolifera in collegamento con i
socialisti di Craxi, piduisti e il leader libico Gheddafi.
In quel periodo si infittirono gli investimenti e le partecipazioni
internazionali: Parretti (socio di Verzotto) e Fiorini, attraverso il
gruppo finanziario spagnolo Melia International, acquisirono il
controllo sulla società belga Bebel, che possedeva a sua volta oltre
il 7% della Banque Bruxelles Lambert. Questa banca – negli ultimi
anni Settanta – comparve nelle trattative tra Fiorini e Antony
Gabriel Tannoury, braccio destro di Gheddafi, nella cessione delle
azioni delle Assicurazioni Generali in relazione ai tentativi del leader
libico di acquisire tecnologie nucleari. E, sempre alla stessa banca,
si ricollegarono altri commerci di armi (come ad esempio quelli
relativi alle forniture al Belgio degli elicotteri Agusta) in connessione
con altri personaggi operanti nel settore finanziario internazionale al
massimo livello.
Nel 1978 venne anche aperto, a Lugano, presso l’Union Banques
Suisses, il Conto Protezione intestato a Silvano Larini: “I dirigenti
dell’Ubs erano degli amici”, disse Fiorini, con riferimento ai
rapporti tra la banca svizzera e l’Ambrosiano. Sui conti dell’istituto
elvetico – che custodì i segreti di Craxi per una quindicina di anni –
a più riprese si svolsero operazioni finanziarie del più vario genere:
versamenti di tangenti connesse a transazioni petrolifere (Eni-
Petromin), pagamenti di partite di droga (in particolare per il clan
mafioso dei Cuntrera-Caruana), finanziamenti illeciti dei partiti,
creazioni di fondi occulti, operazioni di riciclaggio.
L’Ubs, inoltre, tramite banche controllate – in particolare la Banque
de Commerce et de Placements (la Bcp) – fu in stretti rapporti con
il pachistano Abedi e la Bcci.
Sempre nel 1978, il 17 aprile, iniziò un’importante ispezione della
Banca d’Italia sul Banco Ambrosiano in conseguenza della
gravissima situazione debitoria in cui questa versava per le
spericolate operazioni del suo presidente Roberto Calvi.
Nel novembre, il dossier passò al giudice di Milano, Emilio
Alessandrini, che conduceva le indagini su Calvi. Dopo circa tre
anni, il 29 gennaio 1979, egli fu ucciso da un commando di Prima
linea.
Dopo il sequestro Moro e lo scandalo Lockheed, gli anni 1979-80
trascorsero tra i tentativi trasversali di occupazione di potere
incentrati nelle operazioni Rizzoli-Corriere della Sera, commesse
petrolifere Eni-Petromin, finanziamenti al Psi di Craxi, nonché tra i
misteri legati alla strage di Bologna e a quella di Ustica: tutti questi
episodi evidenziarono depistaggi, connessioni occulte con il
terrorismo, collegamenti tra i servizi segreti italiani e quelli
americani, in una situazione politica condizionata dalla guerra
fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e tra gli Stati Uniti e
l’Iran rivoluzionario di Khomeyni con un equivoco ruolo svolto dal
leader libico Gheddafi.
Alla fine di quell’anno (1980), mentre a Trento iniziava l’inchiesta
sulle connessioni tra mafia siciliana e mafia turca, e sui rapporti tra
Trento e Trapani, il turco Ali Agka ebbe, verso il 20 dicembre,
misteriosi contatti attorno a Palermo, forse proprio a Trapani.
All’inizio del 1981 (il 17 marzo) venne scoperto dagli inquirenti
l’elenco degli appartenenti alla loggia P2. Il successivo 8 maggio, a
Trapani, venne creata la loggia coperta C.
Qualche giorno dopo (il 13 maggio), Ali Agka tentò, in piazza San
Pietro, di uccidere il Papa: sulla base di connessioni bancarie, il
killer turco apparve in qualche modo collegato con il massone di rito
scozzese Thurn und Taxis e con sette integraliste ispirate al culto
di Fatima.
Esattamente un anno dopo (il 13 maggio 1982) e sempre con
connessioni massoniche, un secondo attentato al Papa veniva
consumato a Fatima, in Portogallo, mentre infuriava la guerra tra
l’Argentina e l’Inghilterra per le isole Falkland.
Un mese dopo, a Londra, Calvi si “suicidava”.
Nella lista degli iscritti alla P2 stranamente non comparvero i nomi
dei partner di Licio Gelli presenti nel governo di Washington.
Numerosissimi, invece – quasi seguendo un piano prestabilito –
furono quelli di generali e militari argentini compresi nell’elenco.
In Argentina, a Buenos Aires, in via Cerrito 1136, il capo della P2 –
si ricorderà – disponeva di un appartamento, al nono piano: vi si
trovavano gli uffici di una ditta, Las Acacias. In quello stesso edificio
aveva avuto sede il Banco Ambrosiano.
La società Acacias (panamense e con sede a Lugano) risultò al
centro di operazioni di riciclaggio di denaro proveniente da traffici di
stupefacenti, tra il Brasile, gli Usa, l’Italia e la Svizzera. Fondata da
Vito Palazzolo, venne utilizzata per il trasferimento di milioni di
dollari manovrati dal clan Bonanno tra gli Usa e la Svizzera.
Questi fatti riguardavano le connessioni “argentine” del clan
Fidanzati, sulle quali indagò, negli anni Ottanta, Giovanni Falcone.
Per una strana ricorrenza, solo un anno prima di essere ucciso a
Capaci, lo stesso Falcone si recò a Buenos Aires per una rogatoria:
in un burrascoso incontro con il boss Gaetano Fidanzati –
arrestato in quel paese – quest’ultimo minacciò di farlo saltare in
aria.
Ritornando al 1982, nella settimana di Pasqua – e cioè poco prima
della uccisione di Calvi, avvenuta il 17 giugno – davanti agli uffici di
una società collegata alla Acacias (la Traex), avvennero incontri tra
importanti operatori finanziari internazionali, il fornitore turco di
droga Yasar Musullulu e, con ogni probabilità, Pippo Calò.
Yasar Musullulu, capo della mafia turca, era probabilmente il
fornitore della morfina base della raffineria di Alcamo, scoperta
nell’aprile del 1985, trenta giorni dopo l’attentato di Pizzolungo, non
molto lontano dai luoghi ove era stato ucciso, due anni prima, il
sostituto procuratore Giacomo Ciaccio Montalto.
Negli stessi giorni erano state eseguite indagini sui rapporti di mafia
esistenti tra Trapani e Trento.
In America, il principale destinatario delle forniture di droga dalla
Sicilia era allora il clan mafioso agrigentino dei Cuntrera e Caruana.
Uno dei loro soci più importanti, Francesco Di Carlo, venne in
seguito indicato come uno dei killer di Roberto Calvi. Probabilmente
la somma per pagare i killer venne ricavata dal tesoro segreto della
P2, occultato in una banca sconosciuta e forse transitato sull’istituto
Rothschild.
Mentre magistrati e investigatori siciliani indagavano sui Cuntrera,
sul Musullulu e sulle operazioni bancarie che li collegavano in
Svizzera, alla fine del mese di luglio del 1985, venne ucciso il
commissario Giuseppe Montana, della squadra della Questura di
Palermo, preposta alla cattura dei latitanti.
Frattanto Francesco di Carlo veniva arrestato in Inghilterra, dove lo
raggiungeva immediatamente il vice questore Ninni Cassarà.
Pochi giorni dopo, il 6 di agosto, al suo ritorno a Palermo, Cassarà
venne ucciso.
Minacce di morte costringevano Falcone e Borsellino a nascondersi
in un’isoletta per scrivere l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo
maxiprocesso di mafia.
Nell’aprile del 1986, veniva intanto scoperto a Trapani il Centro
studi Scontrino, le sue logge massoniche, i legami filoarabi con
Gheddafi.
Nel 1987, nel corso di indagini svolte a Palermo da Giovanni
Falcone, a seguito di accertamenti in Svizzera sui rapporti presso
istituti elvetici, emersero tracce di versamenti di centinaia di
migliaia di dollari su un conto chiamato “Rif. Roberto” del Banco di
Roma, sede di Lugano, i cui beneficiari non vennero mai individuati
con certezza.
Quel denaro – come risultò in seguito – costituiva un diretto
provento di forniture di stupefacenti effettuate al clan Cuntrera-
Caruana. Il Banco di Roma di Lugano, ovvero la Svirobank, era di
proprietà al 51% dello Ior, la banca del Vaticano, di cui era
presidente Paul Marcinkus, che era stato in stretto rapporto con
Roberto Calvi .
A Trapani, nel settembre dello stesso anno 1987, in apparente
controtendenza rispetto alla chiusura delle strutture di Gladio,
veniva creato il Centro Scorpione, dalla VII divisione del Sismi:
avrebbe dovuto essere una propaggine di Stay Behind. Doveva
probabilmente servire per ingrandire e potenziare alcune unità
clandestine operanti sul territorio: le Rac e le Udg (Rete agenti
coperti e Unità di guerriglia). Questo centro era dotato di un aereo
di piccole dimensioni.
La mafia, in quella zona (Castellammare del Golfo), si servì proprio
di un velivolo di quelle caratteristiche, per un enorme trasferimento
di droga (565 kg di eroina) eseguito con una nave, la Big John.
Sempre in quell’anno, a fronte di aiuti a paesi sottosviluppati, il
Perù ricevette dall’Italia mezzi sofisticatissimi: ponti radio, sensori a
raggi infrarossi, giubbotti antiproiettile e una quantità imprecisata
di pistole Beretta imbarcati su un aereo partito da Roma, coperto
dal segreto militare. Si trattò dell’operazione “Lima”, un piano di
aiuti, deciso nel 1987, a sostegno del governo peruviano del
presidente García, allora impegnatissimo nella caccia al professor
Guzmán, il leader di Sendero luminoso, già condannato
all’ergastolo.
L’ammiraglio Fulvio Martini, direttore dei nostri servizi segreti,
raccontò ai magistrati che l’operazione era stata organizzata
dall’allora presidente del Consiglio Craxi. Era previsto
l’addestramento della guardia peruviana con personale della VII
divisione del Sismi, la stessa che aveva creato a Trapani, sempre
nel 1987, il Centro Scorpione.
L’anno seguente, il 1988, dopo aver forse assistito nelle campagne
di Trapani a un trasbordo di armi dirette alla Somalia su un aereo
militare operante per conto dei nostri servizi segreti, veniva ucciso,
in prossimità della comunità di Saman, Mauro Rostagno, sulle
tracce delle piste massoniche della Loggia “C”, delle sacerdotesse
sufi “Arcobaleno” e forse di alcuni traffici... anche più vicini a lui.
Era sui fatti finanziari sopraindicati che indagava il giudice Falcone
nel giugno del 1989, mentre inutilmente cercava di capire cosa
fosse il Centro Scorpione di Trapani. In quei giorni, sugli scogli
vicini alla sua abitazione vennero rinvenuti due sacchi di esplosivo:
un segno minaccioso cui subito non parvero estranee presenze di
cellule deviate dei servizi segreti. Lo stesso Giovanni Falcone,
parlando di questi fatti, non esternò sospetti sulla mafia, ma su
“menti raffinatissime”. Vennero trovati i candelotti sugli scogli
della sua villa all’Addaura, mentre si occupava delle connessioni
bancarie svizzere dei narcotrafficanti siculo-americani.
Lo stesso magistrato, nel 1991, prima di lasciare Palermo per i suoi
incarichi ministeriali a Roma, svolse indagini su un ultimo processo
riguardante rapporti tra mafiosi, società svizzere (in particolare di
Chiasso) e istituti bancari elvetici, nodi di smistamento di
narcodollari. Il processo, noto come Big John, prendeva il nome
della nave sulla quale era stato sequestrato l’enorme carico di
eroina vicino Trapani nel 1987.
Nel giugno 1992, anche l’ultimo fascicolo passato per le mani di
Giovanni Falcone al ministero, per una rogatoria all’estero, era
siglato “Big John”.
Dopo la morte di Falcone, un imputato di quel processo, legato al
ruolo centrale del riciclaggio del denaro sporco, fu in contatto dalla
Svizzera con il giudice Borsellino, poco prima che questi saltasse in
aria a Palermo: forse intendeva “parlare”... Poi non parlò piú!
Dopo il 1992 apparirono cessate le stragi mafiose, forse per le
reazioni investigative della magistratura che, per la prima volta,
riuscì a identificare esecutori e mandanti mafiosi, forse per le
concomitanti indagini di Mani pulite che, scavando nelle corruzioni
degli appalti e dei finanziamenti illeciti ai partiti, travolgevano
personaggi politici di primo piano, ma non “toccavano” gli aspetti
occulti.
Poi vi furono gli attentati del ’93-‘94 (accomunati ai precedenti dalla
identica tipica tipologia - di provenienza militare - degli esplosivi
utilizzati), i quali, tramite “utili” indicazioni di collaboratori di
giustizia mafiosi, vennero definite e qualificate anch’esse, pur se
avvenute fuori dalla Sicilia, “di matrice mafiosa”.
Ecco, è in questo contesto storico, che ritengo vadano ricomposte …
le giuste luci.
Dal passato al presente.
Passando per l’Addaura: “tra” le ombre… LUCI.

Tratto da www.misteriditalia.it

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