IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

giovedì 21 ottobre 2010

Fiat, il modello Pomigliano a Melfi

Fonte: www.rassegna



Come vive oggi un operaio della Fiat Sata di Melfi? Cosa succede nell'ex fabbrica modello del gruppo amministrato da Marchionne a due mesi dal reintegro dei tre operai ingiustamente licenziati e poi reintegrati dal giudice del lavoro? Come si sta a quasi quattro mesi dal referendum di Pomigliano e dalla firma separata dell'accordo in Confindustria tra Fiat, Fim, Uilm, Fismic e Ugl, senza la Fiom?

"Succede che il clima di lavoro è peggiorato e che le intimidazioni nei confronti di noi operai da parte dei capi, se scioperiamo contro i ritmi di lavoro massacranti o per il medico durante l'orario notturno, hanno raggiunto livelli tali da non essere più velate allusioni, ma veri e propri ricatti: scioperi, e noi ti cambiamo turno. Scioperi, e noi non ti diamo le ferie, oppure, come nel nostro caso, possiamo addirittura arrivare a cacciarti.

A parlare è Giovanni Barozzino, uno dei tre licenziati dello stabilimento in provincia di Potenza, delegato Fiom, in Fiat da 15 anni. "L'accordo di Pomigliano lo stanno applicando a Melfi e al riguardo possiamo portare tantissimi esempi", gli fa eco Antonio Lamorte, l'altro lavoratore ingiustamente licenziato (tra l'altro alla vigilia del matrimonio) e riassunto ad agosto, anche lui delegato Fiom. "Non ti puoi lamentare o ti schiacciano, come hanno provato a fare con me, che se non avessi avuto il sostegno di tutti i miei colleghi sarei crollato", sottolinea Marco Pignatelli, il più giovane dei tre, "semplice" iscritto Fiom, che ogni mattina per andare al lavoro impiega un'ora di macchina e 10 euro di benzina.

La verità che esce fuori al cambio turno è semplice e rigorosa, scandita dal lavoro dei 5.600 operai che ogni giorno si alternano di fronte ai cancelli della Sata: "Viviamo continuamente sotto ricatto, sotto la minaccia del cambio di turno e poi te la vedi tu per arrivare al lavoro da solo, senza i colleghi con cui dividerti la macchina e la benzina, o per accompagnare i figli a scuola la mattina come hai sempre fatto. Questo ci rispondono se gli diciamo che la mansione che ci hanno aggiunto nel cartellino non è prevista e non possiamo farcela a fare tutto nei tempi che ci sono richiesti, senza peggiorare il nostro lavoro o senza rischiare di farci male", dice una "tuta blu" davanti al cancello B, cambio turno pomeridiano, ore 14.


"Ad aprile è morto uno di noi, un collega, aveva famiglia, moglie, figli. Un infarto. In tutta la fabbrica non c'era un defibrillatore. Quello che abbiamo chiesto con gli scioperi di un'ora ogni turno a luglio, scioperi che tra l'altro proseguivano da giorni e senza impedire il lavoro di nessuno, era che non ci aumentassero i ritmi di lavoro in maniera disumana e che dessero un medico di notte anche a noi, come a Torino. Nessuno può dirlo, ma se ci fosse stato un dottore, magari il nostro collega si salvava. Non lo sappiamo, certo, e si tratta di una disgrazia, ma quanti incidenti ho visto succedere nei 10 anni che lavoro qui, magari con un pronto intervento i danni sarebbero stati meno gravi. Dopo Pomigliano, una cosa del genere non la puoi più nemmeno accennare o minacciano di licenziarti", racconta un operaio di 40 anni, mentre aspetta il bus che lo riporta a casa, dopo una giornata di mancato lavoro.

Sì, perché alla Sata di Melfi succede anche questo: vai al lavoro, ma a causa di un pezzo difettoso o che non è arrivato in tempo, ti rispediscono via. "Questo è possibile grazie all'accordo di Pomigliano, che l'azienda ha addirittura applicato retroattivamente. Era successo che a maggio del 2009 non erano arrivati dei pezzi, perché aveva scioperato la Tiberina, una delle sue fabbriche del Melfitano. Secondo l'accordo di Pomigliano, se il lavoro si blocca a causa di scioperi o problemi derivanti dalle fabbriche dell'indotto, la Fiat può far prendere le ferie agli operai od ordinare loro il recupero, senza usare la cassa integrazione", spiega ancora Barozzino, che ricorda anche come tra i problemi più seri della Fiat di Melfi ci siano il calo delle commesse, che lascia centinaia di auto invendute negli spiazzi, e la mancata innovazione dell'azienda, che non punta sulla sostenibilità ambientale e sulle auto di nuova generazione, ma tende solo a comprimere i turni degli operai.
"Senza contare che erano più di dieci mesi che chiedevamo un'assemblea sindacale e che ci veniva negata dall'azienda, sebbene sia un diritto insindacabile. E solo poche settimane fa siamo riusciti a farla", aggiunge il delegato Fiom. "Vi posso assicurare che da quando sono entrato qui, all'apertura della Sata, a oggi le cose sono cambiate in peggio", racconta un altro operaio. "Vogliono farci fare le pause a scorrimento per impedirci di parlare tra di noi e di unirci. Ci minacciano sempre di licenziarci e questo per molte madri e padri di famiglia equivale a un ricatto. Siamo nel Sud Italia e c'è la crisi, il lavoro è un problema. Non abbiamo più 20 anni e molti di noi hanno contratto patologie anche gravi, come me che ho il tunnel carpale, a causa di un lavoro duro e ripetitivo alla catena di montaggio. Chi mi assumerebbe?". Sono anni che questi lavoratori lamentano le condizioni di insicurezza dei pali trasportatori, fino a che non è successo pochi mesi fa un incidente che ha reso invalido per sempre un loro collega, quando un motore gli è caduto addosso da diversi metri di altezza.
"Alla fine – spiega un manutentore specializzato di 40 anni – abbiamo scioperato e il risultato è che io sono stato spostato di unità". Storie di ordinaria "mala amministrazione" alla Sata di Melfi, che a raccontarle mettono i brividi e ad ascoltarle incutono solo rabbia e paura per il futuro di uno degli stabilimenti più produttivi del Mezzogiorno. Almeno fino a oggi. "Siamo preoccupati, perché noi qui ci lavoriamo ogni giorno da anni e lo capiamo che non c'è un vero piano per il rilancio dell'azienda e che tutto è lasciato a se stesso", conclude un'operaia di 35 anni, invalida del lavoro, dopo 10 anni in Fiat. "Ogni tanto – aggiunge – tra di noi ci diciamo che se ne vogliono andare in Serbia, dove il lavoro costa meno, o in America, dove c'è la Crysler e lo Stato aiuta di più. Dopo Pomigliano la paura di perdere il lavoro è tanta, ma non si possono fare congetture, si devono guardare i dati di fatto: se per rilanciare le produzioni vogliono spremere noi lavoratori, togliendoci i diritti, e buttarci via quando siamo troppo malati o inutili, non c'è futuro possibile. Dai nostri diritti passa il futuro della Fiat".

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