Proviamo a mettere in fila le riflessioni che la straordinaria giornata di sabato 16 ottobre ci consegna.
1. La prima riguarda il ruolo svolto dalla Fiom. L’immensa piazza di sabato ha dimostrato che avere una linea e perseguirla con coerenza, non solo non isola, ma è capace di riportare all’impegno e alla partecipazione consapevole la parte migliore della società italiana. Denunciare con egual forza il governo e Confindustria, denunciare con nettezza le scelte di Cisl e Uil e il modello autoritario e neocorporativo iscritto in quelle scelte, rivendicare l’unità del mondo del lavoro non come mediazione tra sigle sindacali, ma come riappropriazione democratica da parte delle lavoratrici e dei lavoratori, non ha isolato la Fiom. All’opposto ha fatto sì che, soggetti sociali diversi, soggetti associativi impegnati su temi apparentemente distanti abbiano riconosciuto come da tempo non avveniva, la centralità del conflitto di lavoro, il valore di solidarietà e democrazia iscritto nell’organizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori e nella contrattazione collettiva.
2. La resistenza operaia, il rifiuto spontaneo di essere carne da macello nella crisi, con condizioni di lavoro sempre più dure e nella totale spoliazione di ogni diritto, ha trovato in quella linea una possibilità di rialzare la testa e sta producendo una nuova narrazione nel mondo del lavoro. Non capitava da tempo di sentir rivendicare l’orgoglio di appartenza da parte di giovani lavoratori e lavoratrici, come è capitato il 16 e nel percorso che l’ha preparato. Nell’egemonia di destra che è passata, nella rottura del legame sociale e nell’identificazione con la società immaginaria dei reality, non è cosa da poco che si costruiscano nuovi processi di identificazione e che la rivendicazione “semplice” della dignità e dei diritti del lavoro, si presenti come nuovo possibile collante. Non è cosa da poco che lavoratrici e lavoratori, spesso giovani ragazzi, si percepiscano nei luoghi di lavoro e nella società come presidi di organizzazione, lotta, democrazia quotidiana.
3. La capacità di quella lotta di essere il coagulo di mille altre, il legame con il movimento per la scuola e l’università pubbliche, con il movimento per l’acqua bene comune, con associazioni come Emergency, Libera, l’Arci, l’Anpi, i centri sociali, hanno la loro base nella consapevolezza del nesso tra diritti del lavoro e democrazia, ed ancora di più nel fatto che la crisi della globalizzazione liberista pone all’ordine del giorno la necessità di un cambiamento radicale, in assenza del quale ogni diritto è posto in discussione. Riprendere il cammino interrotto del movimento di Genova è oggi più che dieci anni fa una necessità, un vincolo stringente “radicato nella sofferenza sociale” come scriveva ieri Cremaschi, intrecciato cioè con l’urgenza di essere parte attiva e quotidiana delle lotte contro i processi di ristrutturazione che stanno andando avanti nella crisi.
4. Tutto questo richiede alla piazza del 16 ottobre di durare. Di lavorare per connettersi alle lotte che stanno segnando tutta l’Europa, un continente che avrebbe le risorse per affermare un modello di sviluppo alternativo e sta perseguendo invece una strada drammaticamente opposta. Di durare nel nostro paese, per battere il disegno di Berlusconi e Marchionne, costruendo un movimento politico di massa all’altezza dello scontro in atto. E’ una domanda posta al sindacato: lo sciopero generale per riconquistare il contratto nazionale e la democrazia nei luoghi di lavoro, per unificare e dare continuità alle lotte in corso. E’ una domanda posta alla sinistra di questo paese, quella che il 16 ottobre era in piazza.
5. Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra, sono state una parte importante della piazza del 16 ottobre. Lo sono state nel modo giusto, con un lavoro vero nei territori, un radicamento reale anche se non ancora generalizzato nei luoghi di lavoro, facendosi tramite in molte realtà della discussione e della partecipazione di associazioni e movimenti. Non erano bandiere di pura rivendicazione d’identità, separata dalla concretezza dei processi sociali, quelle in piazza il 16. Erano il frutto di un percorso e di un intreccio con le tante lotte in corso e in questo sta il loro valore.
6. La proposta di costruire ovunque comitati 16 ottobre si colloca per noi in questo quadro. Comitati aperti, a partire da tutte i soggetti sociali, associativi e politici che hanno sostenuto la manifestazione del 16. Comitati che sedimentino le relazioni che si sono ricostruite per l’appuntamento del 16 e siano capaci di avanzare una proposta e una piattaforma per un’ alternativa, con cui attraversare le prossime scadenze di mobilitazione, a partire dalla manifestazione indetta dalla Cgil per il 27 settembre. Abbiamo fatto l’esempio dei Forum Sociali che si costituirono dopo Genova. E’ un esempio utile con l’avvertenza di fare i conti con i problemi che allora come oggi spesso si registrano quando si mettono insieme forze diverse, per missione e per articolazione di posizione politica. Non servono intergruppi in cui ogni soggetto cerchi di mettere la propria bandiera. Serve la costruzione di nuovo spazio pubblico, luoghi con una missione nel fare e nel progettare. Serve che si rompa in ogni territorio, la solitudine di chi lotta contro le ristrutturazioni in corso, per la difesa dei posti di lavoro. Serve la costruzione concreta e quotidiana di solidarietà. Serve quella capacità di progettare dal basso un diverso modello di sviluppo, di cui ha scritto qualche tempo fa Guido Viale, che declini in ogni territorio la necessità di riqualificare e riconvertire modelli di produzione e consumo. Cantieri di unità, di resistenza e di alternativa.
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