IL SOL DELL'AVVENIRE

"Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta".

giovedì 15 luglio 2010


www.ilfattoquotidiano.it

Manovra, da Senato sì a fiducia: il decreto passa ora alla Camera
Sì dal Senato alla fiducia chiesta dal governo sul maxiemendamento alla manovra correttiva. I sì sono stati 170, i no 136. Il testo, che deve essere convertito in legge entro fine luglio, passa ora all’esame della Camera. Montecitorio avrà due settimane di tempo per la conversione definitiva in legge. Il testo scade il 30 luglio ed è probabile che sarà approvato senza alcune modifiche e con un altro voto di fiducia della maggioranza.

Le Regioni hanno deciso all’unanimità di non restituire le deleghe allo Stato e di confermare la fiducia nel dialogo con l’esecutivo per arrivare ad una soluzione. Lo ha deciso la conferenza delle Regioni stamani approvando un documento nel quale tutti i governatori sottolineano come “al fine di confermare l’unità piena della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome la decisione della riconsegna delle deleghe viene accantonata fiduciosi che il percorso delineato di confronto con il governo abbia un esito pienamente positivo”.




www.ansa.it

Manovra: il Senato approva maxiemendamento: 170 sì, 136 no

Manovra: ok Senato a fiducia, dl ora a Camera
ROMA - Si' dal Senato alla fiducia chiesta dal governo sul maxiemendamento alla manovra correttiva. I si' sono stati 170, i no 136. Il testo, che deve essere convertito in legge entro fine luglio, passa ora all'esame della Camera.
FINOCCHIARO(PD), E' INIQUA, DIMENTICA GIOVANI - Una manovra "fortemente iniqua e recessiva, che toglie al Paese prospettive di crescita e sviluppo" che non coniuga le parole austerità e rigore con giustizia per il fatto che "non pesa allo stesso modo e progressivamente, tra chi ha poco e chi invece ha ricchezze e rendite che non vengono toccate dalla manovra". E' il giudizio che il capogruppo del Pd Anna Finocchiaro ha espresso durante il dibattito sulla fiducia al Senato sottolineando soprattutto i temi che non sono affrontati dal provvedimenti, a partire dai giovani. "Non abbiamo messo mai in discussione né la necessità né la consistenza - ha affermato la Finocchiaro - Abbiamo invece insistito sul fatto che manovra sia fortemente iniqua e recessiva". La Finocchiaro ha quindi parlato dei giovani e della disoccupazione "una questione che non ricorre nel dibattito parlamentare e nelle parole della politica". "Non c'é una misura che riguarda i ragazzi e le ragazze di questo paese", ha detto la senatrice ricordando il livello di disoccupazione giovanile al 25,4% e il fatto che abbiamo il più alto tasso di giovani che sono proprio fuori dal mercato" La capogruppo del Pd ha quindi ricordato che non ci sono misure sul mezzogiorno, e mancano investimenti e sviluppo. Sul federalismo, poi, dopo aver ricordato che la riforma è stata costruita in modo bipartisan con spirito di "solidarietà e responsabilità: "quel federalismo è morto e sepolto - ha detto - Di nuovo la pistola è in mano alle regioni ricche e ai cittadini delle Regioni più povere toccherà una mattanza di diritti e cittadinanza". La senatrice ha quindi criticato la sospensione dell'aspetto della riforma della Pa che prevedeva merito e produttività.
DRAGHI: GIUSTO FARE PRESTO, VEDREMO RISULTATI - "Era inevitabile agire al più presto", dice il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, parlando all'assemblea dell'Abi della manovra economica. "Se la correzione possa effettivamente consentire di raggiungere gli obiettivi di indebitamento netto potrà essere valutato solo nei prossimi mesi, anche tenendo conto del quadro macroeconomico e delle sue retroazioni sul bilancio", ha poi aggiunto Draghi, indicando anche che "la stima degli effetti del contrasto all'evasione presenta incertezze". Draghi rileva che "era necessaria una decisa correzione di rotta rispetto alle tendenze dell'ultimo decennio".
"Il riordino dei conti pubblici e la crescita sono, insieme, condizioni essenziali per la stabilità finanziaria". Lo sottolinea il Governatore della banca d'Italia, Mario Draghi, parlando della manovra economica all'assemblea dell'Abi. "All'obiettivo della crescita va orientata - avverte - la necessaria ricomposizione dell'intero bilancio pubblico". E per Draghi "muovono in questa direzione le riforme già avviate nella pubblica amministrazione e quelle che innalzeranno l'età di pensionamento". Inoltre, dice Draghi, "il contenimento dell'evasione fiscale può essere un importante leva di sviluppo se correlato alla riduzione delle aliquote gravanti sui contribuenti onesti". Per Draghi bisogna poi evitare che "i debiti commerciali e quelli delle aziende di servizi pubblici controllate dalle amministrazioni non devono essere strumento di aggiramento dei vincoli di bilancio".


www.ilfattoquotidiano.it


Manovra, sì Senato a fiducia: dl alla Camera Marcegaglia: “Resta ancora qualche nodo”
Le Regioni chiedono al Governo l'immediato avvio del tavolo sul federalismo fiscale.
Tremonti soddisfatto: "Avanti così, testo davvero migliorato"
Sì dal Senato alla fiducia chiesta dal governo sul maxiemendamento alla manovra correttiva. I sì sono stati 170, i no 136. Il testo, che deve essere convertito in legge entro fine luglio, passa ora all’esame della Camera. Montecitorio avrà due settimane di tempo per la conversione definitiva in legge. Il testo scade il 30 luglio ed è probabile che sarà approvato senza alcune modifiche e con un altro voto di fiducia della maggioranza. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, mercoledì 21 luglio alle 9 illustrerà la manovra licenziata dal Senato in commissione Bilancio alla Camera.

Mentre il governatore della Banca D’Italia, Mario Draghi, sottolineava la necessità di “accellerare il rientro degli squilibri dei conti pubblici”, le correzzioni apportate alla manovra hanno registrato una timida condivisione degli industriali e delle Regioni che hanno espresso la volontà di non restituire le deleghe ma chiedono al Governo “di aprire immediatamente un tavolo per accelerare la piena attivazione del federalismo fiscale e riequilibrare la ricaduta dei tagli”. Ma Tremonti si dice soddisfatto: “Avanti così. E naturalmente fiducia, perché fiducia porta fiducia”.

La manovra economica, per il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ”ci soddisfa sui tre punti che abbiamo chiesto, accertamento, compensazioni e articolo 45″, ma il nostro giudizio rimane “non positivo sulla parte che riguarda l’industria farmaceutica e anche sul fatto che alle finestre accedano anche i lavoratori in mobilità con un tetto di 10mila dipendenti. Noi avevamo chiesto che il tetto fosse alzato”. Per l’accesso dei lavoratori in mobilità alle finestre per le pensioni Confindustria aveva chiesto che il tetto fosse alzato a 50mila. La leader degli industriali, parlando a margine dell’assemblea dell’Abi, ha quindi ribadito che resta “il giudizio complessivo di una manovra necessaria. Noi però – ha ribadito – chiaramente a settembre nella finanziaria chiederemo una serie di interventi per la crescita su ricerca, innovazione e detassazione del secondo livello di contratto, perché, come ha detto Draghi, il rigore è necessario e dobbiamo tornare a crescere”.

Mentre le Regioni hanno deciso all’unanimità di non restituire le deleghe allo Stato e di confermare la fiducia nel dialogo con l’esecutivo per arrivare ad una soluzione. Lo ha deciso la conferenza delle Regioni stamani approvando un documento nel quale tutti i governatori sottolineano come “al fine di confermare l’unità piena della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome la decisione della riconsegna delle deleghe viene accantonata fiduciosi che il percorso delineato di confronto con il governo abbia un esito pienamente positivo”.

Dal ministro Tremonti arrivano invece segnali di piena soddisfazione sull’operato del Governo. “Andiamo avanti così: le pensioni, la Fiat a Pomigliano, stabilità e naturalmente fiducia. Perché fiducia porta fiducia”. Alle critiche anche oggi arrivate da più parti, Tremonti risponde: “Dicono che la manovra non basta, io dico che nella manovra, ad esempio, ci sono le pensioni che stabilizzano il nostro sistema, il più sostenibile d’Europa”. Ed il fatto che si sia fatto “senza un giorno di sciopero è indicativo della coesione sociale”. L’intervento sulle pensioni, aggiunge, “da sicurezza alle famiglie”.

Tremonti è poi tornato parlare dell’investimento che Fiat ha previsto per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco: “Indica che questo Paese può non mandare lavoro fuori dall’Italia ma farlo entrare da fuori”. Ed è “la prima volta che il lavoro non esce dall’Italia ma entra”. Sono “tutte cose che girano intorno ad una buona manovra”.





www.repubblica.it

Povertà stabile nel 2009 la crisi ha colpito i giovani

In totale ci sono quasi 8 milioni di persone che toccano vivono con un reddito di 983 euro mensili. Il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto identico ma le loro condizioni medie sono peggiorate. Male il sud e le famiglie operaie

Povertà stabile nel  2009 la crisi ha colpito i giovani
ROMA - Nonostante la dura recessione economica la povertà in Italia non subisce un aumento nel corso del 2009. Ma ad essere colpiti sono i giovani, il Sud e le famiglie operaie. I dati diffusi dall'Istat indicano che l'esercito dei poveri è stabile a quasi 8 milioni di persone, pari al 13,1% dell'intera popolazione ma al mezzogiorno si conferma una situazione allarmante. Vive in condizioni di povertà (la soglia di poverta è pari ai 983 euro mensili, 17 euro in meno rispetto al 2008) oltre una famiglia su 5, il 22,7% con un aumento del valore dell'intensità della povertà assoluta (dal 17,3% al 18,8%) dovuto al fatto che il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto identico ma le loro condizioni medie sono peggiorate. Peggiorano, però, le condizioni delle famiglie assolutamente povere del sud e cresce la povertà assoluta (che misura i più poveri tra i poveri) di quelle operaie.

Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a 983 euro, vengono classificate come povere. Sempre nel 2009, 1 milione 162mila famiglie (il 4,7%) risultano in condizione di povertà assoluta per un totale di 3 milioni e 74 mila individui (il 5,2% della popolazione). Ambedue i fenomeni risultano stabili rispetto al 2008.

Sono due le ragioni per le quali il numero dei poveri non è nè aumentato nè diminuito. Nel periodo considerato, l'80% del calo dell'occupazione ha colpito i giovani, mentre due ammortizzatori sociali fondamentali
hanno mitigato gli effetti della crisi sulle famiglie: la famiglia, che ha protetto i giovani che avevano perso il lavoro, e la cassa integrazione che ha protetto i genitori dalla perdita dell'occupazione.

Il Sud conferma i livelli di incidenza della povertà raggiunti nel 2008 (22,7% per la relativa e 7,7% per l'assoluta) e mostra un aumento del valore dell'intensità della povertà assoluta (dal 17,3% al 18,8%) dovuto al fatto che il numero di famiglie assolutamente povere è rimasto pressochè identico, ma le loro condizioni medie sono peggiorate.

L'incidenza di povertà assoluta aumenta, tra il 2008 e il 2009, per le famiglie con persona di riferimento operaia (dal 5,9% al 6,9%), mentre l'incidenza di povertà relativa per queste famiglie aumenta solo nel centro (dal 7,9% all'11,3%). L'incidenza diminuisce invece a livello nazionale tra le famiglie con a capo un lavoratore in proprio (dall'11,2% all'8,7% per la povertà relativa, dal 4,5% al 3% per l'assoluta), più concentrate al nord rispetto al 2008.




www.repubblica.it

Bce: "Ripresa debole, urgente risanare i conti"

Anche Draghi insiste: "Accelerare il riequilibrio"

Disoccupazione al massimo dal '98 e mercati condizionati dalla paura: una situazione ancora problematica quella descritta nel Bollettino della banca centrale. Il governatore: "Le banche siano più vicine alle piccole imprese"

ROMA - Secondo il Consiglio direttivo della Bce "si prospetta un ritmo di incremento moderato e ancora discontinuo del Pil in termini reali nel corso del tempo e in tutte le economie e i settori di attività dell'area euro". Lo si legge nel Bollettino di luglio dell'Eurotower. La Bce si attende infatti "che la ripresa dell'attività sia frenata dal processo di aggiustamento dei bilanci in corso in diversi comparti e dalle prospettive per il mercato del lavoro".

"Spingere sul risanamento dei conti" - "Il risanamento dei conti pubblici dovrà essere notevolmente superiore all'aggiustamento strutturale dello 0,5% del Pil su base annua stabilito come requisito minimo nel Patto di stabilita e crescita", afferma la Bce, che sottolinea "l'importanza capitale di ripristinare gli equilibri di bilancio nel periodo successivo alla crisi".

Disoccupazione verso la stabilizzazione - ''In maggio il tasso di disoccupazione dell'area euro è stato pari al 10% e si attesta sul livello più elevato dall'agosto 1998. In prospettiva, gli indicatori sono migliorati dai loro minimi, suggerendo una stabilizzazione della disoccupazione nell'area nei prossimi mesi".

Paura sul mercato dei bond - "I mercati dei titoli di Stato dell'area euro hanno continuato a risentire pesantemente delle notizie sulle prospettive dei paesi dell'aerea che presentavano posizioni di bilancio problematiche. Sebbene i timori per il rischio sovrano siano sembrati attenuarsi leggermente a seguito dell'annuncio del meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria e del programma della Bce relativo ai mercati dei titoli, le preoccupazioni degli investitori hanno avuto il sopravvento", si osserva nel Bollettino.

Draghi: "Accelerare rientro da squilibri" - ''E' indispensabile un'accelerazione del rientro dagli squilibri dei conti pubblici''. Lo ha detto il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, nel suo intervento all'assemblea dell'Abi. ''L'effetto sulla ripresa - ha aggiunto Draghi - sarà positivo se il risanamento contribuirà a ridurre gli spread sui titoli sovrani che spesso costituiscono il benchmark per la determinazione del costo del credito da parte delle banche. Ma se la nube di incertezza - ha aggiunto Draghi - che permane nei bilanci bancari non verrà rimossa, le difficolta di provvista continueranno''.

Per quanto riguarda nel dettaglio la situazione italiana, Draghi si è soffermato sulla manovra economica approvata dal governo e ha sottolineato come ''nonostante i costi in termini di crescita che la manovra implica nel breve periodo, era inevitabile agire al più presto''. Tuttavia, ha aggiunto il governatore, se la correzione possa effettivamente consentire il raggiungimento degli obiettivi di indebitamento netto potrà essere valutato solo nei prossimi mesi. ''La stima degli effetti del contrasto all'evasione presenta incertezze - ha aggiunto Draghi - e per contenere la dinamica della spesa è necessaria una decisa correzione di rotta rispetto alle tendenze dell'ultimo decennio. Il riordino dei conti pubblici e la crescita sono insieme - ha aggiunto - condizioni essenziali per la stabilità finanziaria e questa è a sua volta il pilastro su cui poggia una crescita durevole".

"All'obiettivo della crescita va orientata - secondo Draghi - la necessaria ricomposizione dell'intero bilancio pubblico. Muovono in questa direzione le riforme già avviate nella pubblica amministrazione e quelle che innalzeranno l'età di pensionamento. Il contenimento dell'evasione fiscale - ha concluso Draghi - può essere un'importante leva di sviluppo se correlato alla riduzione delle aliquote gravanti sui contribuenti onesti''.

Redditi stagnanti, lavoro incerto - Anche se l'economia italiana beneficia della ritrovata vivacità degli scambi internazionali, afferma Draghi, con il volume delle esportazioni che cresce del 9% quest'anno e del 5 per cento il prossimo, consumi e investimenti restano deboli, perché i redditi ristagnano e le prospettive di occupazione sono incerte.

A livello mondiale, osserca il governatore, la ripresa ''è diseguale, dalla tenuta incerta, ma prosegue''. Il Fondo monetario Internazionale ''stima una crescita del prodotto globale intorno al 4,5% quest'anno ed il prossimo: l'8-10% in alcuni grandi paesi emergenti, l'1 o poco più nell'area euro''. Ma, insiste Draghi, ''la ripresa, trainata dalla crescita del commercio internazionale rimane esposta a rischi: la perdurante debolezza della domanda interna nei nostri paesi; turbolenze nei mercati finanziari che, ancora fragili, reagiscono in maniera eccessiva all'acuita percezione dei rischi sovrani; possibili tensioni inflazionistiche nei paesi emergenti, che indurrebbero a politiche più restrittive''.

Draghi alle banche: "Soddisfare domanda di credito delle PMI". Rivolgendosi poi in particolare alle banche, il governatore della banca d'Italia ha chiesto che "gli istituti bancari siano più vicini alle piccole e medie imprese, pur erogando il credito con prudenza e lungimiranza". La domanda di credito delle imprese, fa notare il governatore, "aumenta, ma si ha l'impressione che le imprese piccole dicano che questa domanda non viene soddisfatta".


La notte dell università: «I tagli ci tolgono il sonno»
di Roberto Ciccarelli
su il manifesto del 15/07/2010
«Non so se sia un'ideologia ma l'austerità certamente è una necessità e una responsabilità» guglielmo epifani (cgil) «È una manovra iniqua: pagano solo i lavoratori, a differenza di quanto avviene nel resto d'Europa»
Non guardare la statua della Minerva prima dell'esame e non passare sotto il doppio rettifilo delle pergole che dall'entrata della Sapienza porta alle scalinate del Rettorato. Riti apotropaici che solo una minoranza dei 250 studenti della facoltà di Lettere ha celebrato prima di rispondere all'appello notturno in protesta contro la legge Gelmini (in discussione al Senato dal 22 luglio) e i tagli della manovra finanziaria.
Normalmente all'università si protesta in ordine alternato. Prima gli studenti con l'Onda, oggi i docenti, e così via in una rincorsa che non sembra avere fine se non quella della constatazione della reciproca incomunicabilità. «Quello che è nuovo oggi - afferma Silvana Cirillo, docente di letteratura contemporanea - è che i docenti cercano di rimotivare gli studenti a mobilitarsi contro un governo che sanziona pesantemente l'università statale». Un rovesciamento dei ruoli in un ateneo che per tradizione è stato il palcoscenico del conflitto generazionale prima e poi di quello più politico definito da Alberto Asor Rosa lo «scontro tra due società».
Era il 1977, un altro mondo, la Sapienza occupata. C'era un movimento studentesco fortissimo che rappresentava le ragioni della «seconda società», quella dei non garantiti, nato dalla disoccupazione intellettuale di massa del post-68. Gli studenti contestavano la politica di austerità imposta a chi non lavorava e non consumava per anni, mentre la «prima società», quella dei garantiti, intendeva difendere una società dei produttori al cui centro stava la classe operaia organizzata. La collisione di questi mondi fu terribile, e non solo per la cacciata del segretario della Cgil Lama. Segnò l'inizio dell'esodo dalla sinistra e l'abbandono dell'università come luogo centrale della formazione dei saperi in una società fondata sulla produzione della conoscenza.
La solitudine delle mobilitazioni universitarie nascondono le proprie radici in questa crisi. È difficile riportare al centro una centralità smarrita che sconta il fallimento dei rimedi fino ad oggi adottati. Non lo crede lo studente trentunenne, sposato con un figlio in arrivo, che si è definito centrista e anti-berlusconiano con simpatie per Pezzotta «anche se adesso non so cosa fa». Già laureato in filosofia con i gesuiti, gestisce una casa famiglia per un'associazione religiosa dove lavora a progetto. «Sono fortunato perché mi pagano le ferie». Bisogna stare «dalla parte dei poveri» e lottare contro il lavoro precario e chi pretende di farci pagare l'Irap, vero flagello per i lavoratori autonomi.
Riconquistare un riconoscimento sociale. E trovare strumenti per reagire alla professionalizzazione della formazione e della ricerca con la quale da trent'anni i governi cercano di reagire inutilmente alla crisi dell'università di massa del dopoguerra. Poi c'è il fronte della difesa dell'autonomia. «L'università e la magistratura - dice Renzo Bragantini, docente di letteratura italiana - sono considerate dal governo categorie non assimilabili. Per questo ci attaccano».
L'autonomia, come intenderla? Non più nel senso auto-referenziale dell'accademia che con la politica locale si è impegnata a moltiplicare sedi e corsi di laurea a misura dei propri interessi. Né come la conquista di un posto al sole in un ceto medio impoverito e risentito. Tutti argomenti che offrono sponde alla retorica del merito che il rettore Luigi Frati ha distribuito a piene mani quando ha fatto irruzione nell'atrio di Lettere seguito da un codazzo di telecamere. «Ecco il gattopardo!» ha detto qualcuno davanti alla scena, e non si riferiva solo alla chiacchierata politica familiare di questo rettore. La battuta aveva un valore più generale: come può l'accademia pretendere di riformare questo sistema, visto che l'ha creato a sua immagine e somiglianza?
La pressione esercitata dal neonato coordinamento dei presidi delle facoltà mobilitate ha spinto Frati ad esprimere la solidarietà con la protesta dopo averla definita «folcloristica». Dietro un cartello con la scritta «I tagli ci tolgono il sonno» il rettore ha affermato che si prevede la riduzione del 15-20 per cento dei corsi di laurea. Il prossimo anno accademico non avrà vita facile alla Sapienza.




www.agenziami.it

Terremoto, 7 luglio: la verità degli aquilani

16.000 persone hanno perso il lavoro, 30.000 persone sono ancora senza casa e la ricostruzione tarda


I cittadini aquilani sono tornati a Roma, questa volta dentro il Parlamento e non più davanti circondati e malmenati dalla Polizia. I comitati cittadini, che fin dal 6 aprile, giorno del terremoto che ha sconvolto l'Abruzzo, si sono costituiti per gestire l'emergenza accanto al lavoro ufficiale della Protezione civile, hanno infatti tenuto una conferenza stampa nella sala del Mappamondo a Montecitorio per spiegare la loro verità su come si sono effettivamente svolti i fatti della manifestazione dello scorso 7 luglio.

Articoli Collegati
I cittadini aquilani sono tornati a Roma, questa volta dentro il Parlamento e non più davanti circondati e malmenati dalla Polizia. I comitati cittadini, che fin dal 6 aprile, giorno del terremoto che ha sconvolto l'Abruzzo, si sono costituiti per gestire l'emergenza accanto al lavoro ufficiale della Protezione civile, hanno infatti tenuto una conferenza stampa nella sala del Mappamondo a Montecitorio per spiegare la loro verità su come si sono effettivamente svolti i fatti della manifestazione dello scorso 7 luglio.
In quell'occasione i cittadini aquilani si erano dati appuntamento a Roma, con i sindaci in testa, per reclamare dal governo la sospensione dei tributi e un provvedimento ad hoc per riattivare l'economia aquilana ancora a terra. «16.000 persone hanno perso il lavoro, 30.000 persone sono ancora senza casa e la ricostruzione tarda e ad agosto scade il termine per pagare gli alberghi dove sono ancora migliaia di cittadini» spiega Sara Vegni del Comitato 3.32.
La manifestazione invece si è trasformata in una prova di forza con le forze dell'ordine che hanno usato la mano pesante con i dimostranti, il risultato è stato il ferimento di due persone ma molte altre hanno subito danni anche se non se ne avuta conoscenza. Le ragioni della rabbia aquilana quindi si sono perse nella cronaca degli scontri e l'attenzione si è concentrata sugli episodi di violenza. Alcuni giornali e ambienti governativi hanno parlato della presenza di infiltrati e provocatori. Affermazioni nettamente respinte dai comitati che nel corso della conferenza stampa hanno anche proiettato, a supporto della verità, alcuni video.


«Quali scontri? Ci hanno picchiato»
di Eleonora Martini
su il manifesto del 15/07/2010
Dopo le denunce per la manifestazione romana, ecco i video degli aquilani che smentiscono la questura. È nitido il fermo immagine dei manganelli sulle teste di due manifestanti voltati di spalle al cordone delle forze dell'ordine. Donne, sindaci con la fascia tricolore, e giornalisti maltrattati e spintonati durante la manifestazione dei terremotati a Roma, il 7 luglio scorso. «Ci hanno puniti perché non è più possibile nascondere la realtà dell'Aquila»
Non è affatto un simpatizzante di sinistra, Marco De Nuntis, l'aquilano che con la testa fasciata per la manganellata appena ricevuta racconta in un video quali motivi lo hanno spinto ad unirsi ai suoi concittadini terremotati per manifestare a Roma il 7 luglio scorso sotto le finestre del Parlamento, mentre la maggioranza intenta negli ultimi ritocchi alla manovra Tremonti assestava il colpo esiziale alla ripresa economica della sua città. Il fermo immagine del momento in cui un carabiniere sferra il colpo su di lui, mentre è voltato dalla parte opposta, e subito dopo su un altro manifestante, il pizzaiolo Vincenzo Benedetti, che in quel frangente gira completamente le spalle al cordone poliziesco, è ben distinguibile in un altro video. I filmati girati e raccolti da filmaker indipendenti e comuni cittadini aquilani (visibili sul nostro sito www.ilmanifesto.it) durante il corteo che si è caratterizzato per una reazione violenta e spropositata delle forze dell'ordine, e che ha avuto come paradossale strascico la denuncia di due manifestanti non abruzzesi (il collaboratore del deputato aquilano Pd Giovanni Lolli che in sua vece era andato in questura a chiedere l'autorizzazione per la manifestazione, e un militante del centro sociale romano La Strada), sono stati distribuiti ieri pomeriggio durante una conferenza stampa tenuta nella sala del Mappamondo, a Montecitorio, dalle tre donne delegate dall'assemblea cittadina aquilana che ha promosso la manifestazione del 7 luglio.
Immortalata anche la scena in cui un agente in assetto antisommossa perde nella bolgia iniziale di Piazza Venezia il manganello e un manifestante - evidentemente uno dei pochi non «infiltrati» «sobillatori» «noti antagonisti», secondo la verità precostituita - lo raccoglie e glielo restituisce con un sorriso. Donne con le mani alzate che fronteggiano il cordone del nucleo antiterrorismo, sindaci con la fascia tricolore che strillano agli agenti: «Ma che state a fa'? Ma siete impazziti?». Giornalisti con il tesserino in mano spintonati dagli scudi dei tutori dell'ordine, colpi di manganello che cadono violentemente sulle telecamere (quella del filmaker aquilano Francesco Paolucci finisce a pezzi in terra). Ma la scena clou, quella che meglio d'ogni altra svela la «pianificata mistificazione della realtà», ritrae un giornalista del Tg4 diretto da Emilio Fede («Scriverò io il servizio stasera», assicura) che in giacca e cravatta, appena arrivato sotto Palazzo Grazioli dove il corteo diretto verso il Senato era stato inspiegabilmente fermato per ore da un inedito divieto, dopo un'occhiata ai manifestanti sentenzia: «Ma quali aquilani? Qui non ci sono aquilani». Cinque giorni dopo, la questura riesce in effetti ad individuarne un paio (per ora, minaccia). E li denuncia.
Immagini inequivocabili che - hanno spiegato Giusi Pitari (prorettore dell'università), Annalucia Bonnanni e Sara Vegni - forse riusciranno a smontare il teorema politico che si è voluto costruire sulla loro protesta: «Dopo averci tolto il diritto di scegliere come ricostruire la città, e la piena cittadinanza al pari degli altri italiani vittime di catastrofi naturali - hanno spiegato - ora ci vogliono togliere anche la dignità e la protesta». Nessun sobillatore, tanto meno «noto antagonista», come sostiene invece la questura romana. «Siamo noi, cittadini aquilani, ad aver cercato pacificamente di raggiungere la Camera e il Senato per gridare le nostre ragioni. Potremmo dirvi i nomi, uno per uno, di quei volti che vedete fronteggiare la polizia. Non ci interessava Palazzo Grazioli che è una casa privata, non una sede istituzionale». D'altra parte, il 16 giugno scorso, quando 20 mila persone manifestarono all'Aquila bloccando per ore l'autostrada A24, la loro protesta venne semplicemente cancellata dal servizio pubblico e dai «media di regime». «C'è stato un equivoco - ammise al manifesto Rodolfo De Laurentis, del Cda Rai - quella manifestazione è stata censurata perché erroneamente ritenuta strumentalizzata dalla sinistra». Oggi, mentre la protesta trasversale aquilana ridicolizza ogni fiction sul miracolo aquilano, «veniamo puniti» con nuove «assolute falsità.
E allora, «bisogna ristabilire la verità», dicono le tre aquilane. «A cominciare dai motivi che ci hanno portato a Roma: vogliamo equità e diritti, chiediamo di restituire le tasse arretrate solo quando l'economia sarà ripartita, come è avvenuto per tutti gli altri terremoti; chiediamo una legge organica che ci permetta di programmare la ricostruzione e la ripresa, con fondi certi e una tassa di scopo. Chiediamo giustizia e verità per le nostre 308 vittime». Per quei morti che ogni mese vengono ricordati con una fiaccolata. E ad ogni commemorazione, dopo mesi di passerelle politiche, la presenza dello Stato si vede solo dai «cordoni di polizia in assetto antisommossa: venite a vedere - è l'invito rivolto ai media - se non ci credete».



www.repubblica.it

Il Cavaliere carica l'arma del voto "In atto una manovra per ingabbiarmi"

Il premier pensa alle elezioni anticipate. Il nodo principale è Fini, ritenuto strumento di magistrati e poteri forti. "Tra lui e Napolitano non si riesce a combinare più nulla, non gli va bene niente". Verso un incontro a due la settimana prossima

di FRANCESCO BEI
Il Cavaliere carica  l'arma del voto "In atto una manovra per  ingabbiarmi"
ROMA - L'aria è ferma, nel governo sembra iniziato il conto alla rovescia verso un futuro che ancora nessuno riesce ad immaginare. Sotto l'ennesimo colpo giudiziario, che lo ha costretto a far fuori un fedelissimo come Nicola Cosentino, Silvio Berlusconi si sta convincendo che l'unica arma a sua disposizione sia quella del voto anticipato. "Tra Fini e Napolitano - si è sfogato ieri in uno dei numerosi colloqui avuti a palazzo Chigi - non si riesce a combinare più nulla, non gli va mai bene niente, è sempre un rilancio pretestuoso".

La vicenda Cosentino è solo l'ultimo tassello, così come l'infinita tela di Penelope del disegno di legge sulle intercettazioni: agli occhi di Berlusconi sono tutti incastri di una stessa macchina che "qualcuno" sta costruendo per ingabbiarlo, sfregiarlo nell'immagine e, infine, condurlo alla resa. Che questo "qualcuno" possa essere solo italiano ormai sono in pochi a pensarlo nel giro stretto del Cavaliere. "Alcuni giorni fa - confida una fonte del Pdl - il sottosegretario Saglia, che ha la delega per l'energia, ha avuto un incontro con un esponente dell'amministrazione Usa. E gli è stato chiesto conto della politica di Berlusconi di appoggio a Gazprom per il gasdotto South Stream". Allo stesso modo i sospetti portano a immaginare una grande tela di ragno fatta di convenienze reciproche: dei magistrati, dei finiani, degli editori, dei poteri forti. Tutti uniti per arrivare a una "rupture" e a un rimescolamento del quadro politico. "Fini è in combutta con i magistrati", si è lasciato sfuggire il premier ieri pomeriggio. Senza contare il fronte interno, quello degli "amici" leghisti. Così non è sfuggita ieri ai berlusconiani la presa di distanze di Roberto Maroni sul caso Cosentino, o la freddezza di Umberto Bossi e lo strano silenzio osservato da Giulio Tremonti sulle dimissioni di un uomo che sarebbe pur sempre il suo sottosegretario al ministero dell'Economia.

Per questo il premier sta tornando ad accarezzare l'ipotesi delle urne in primavera, quando ancora i suoi avversari non saranno organizzati e ci sarà la concreta speranza di bissare il successo del 2008. "Se si deve andare allo scontro il terreno lo scelgo io, non Fini". Ma Berlusconi, furibondo per il comportamento del presidente della Camera (soprattutto per quella repentina calendarizzazione della mozione di sfiducia a Cosentino chiesta dalle opposizioni) osserva con crescente irritazione anche i sommovimenti interni al suo partito, quelle correnti in ebollizione che sembrano - più o meno esplicitamente - preparare la guerra di successione. Frattini in alleanze con "le ministre", Tremonti e la Lega, e poi gli ex colonnelli di An, a partire dal sindaco di Roma, che subiscono con sofferenza la guerra in corso contro Fini. Per questo La Russa e Gasparri, nelle ultime ore, si sono spesi per convincere il Cavaliere della necessità delle dimissioni di Cosentino: "Silvio, se accettiamo uno scontro sulla legalità Fini ci massacra... anche per noi sarebbe difficile tenere i nostri alla Camera". E Alemanno è tornato a chiedere con forza un Congresso "vero" del Pdl.

Per questo Berlusconi ieri ha chiuso il sottosegretario in un angolo. Alla presenza di Denis Verdini, il Cavaliere lo ha indotto alla ragione: "Nicola, io non credo a una parola delle cose che hanno scritto su di te, ma capisci che c'è una questione di opportunità. Se tu restassi daremmo a Fini l'occasione di strumentalizzare questa vicenda". Cosentino resterà per ora coordinatore regionale, anche se il governatore della Campania sarebbe intenzionato a porre l'aut aut: o se ne va lui o me ne vado io. "Tranquillo, con Caldoro ci parlo io, sono sicuro di convincerlo", ha detto Berlusconi a Cosentino al momento del congedo.

Quanto a Fini, sebbene il momento sembri il meno propizio per un'intesa con Berlusconi, non di meno il presidente della Camera sembra convinto che proprio questa sia l'occasione giusta. "Berlusconi - spiega un finiano dopo aver parlato con il capo - ha capito che, senza di noi, non va da nessuna parte. Le forzature sono inutili. Il tempo è maturo perché i due si incontrino". E già si immagina un appuntamento la prossima settimana.






www.repubblica.it

P3, il Csm trasferisce Marra "Incompatibilità ambientale"

L'avvio della procedura da parte della prima commissione del Consiglio superiore della magistratura. Il nome del togato appare in alcune intercettazioni dell'inchiesta sugli appalti per l'eolico

P3, il Csm  trasferisce Marra "Incompatibilità  ambientale" Una seduta del Consiglio superiore della magistratura
 
ROMA - La prima commissione del Csm ha deciso di avviare la procedura di trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale per il presidente della Corte d'Appello di Milano, Alfonso Marra, il cui nome appare in alcune intercettazioni dell'inchiesta sugli appalti per l'eolico 1. La decisione è passata con quattro voti a favore. A votare per l'avvio della procedura di trasferimento di ufficio sono stati i consiglieri Pilato, Fresa, Volpi e Patrono. Non ha partecipato al voto, invece, Giuseppe Maria Berruti che nelle intercettazioni viene indicato come il consigliere che rappresentava il maggior ostacolo alla nomina di Marra. Ha votato contro il laico del centrodestra Gianfranco Anedda.

La Prima Commissione, che aveva chiesto pochi giorni fa al Comitato di presidenza l'apertura di una pratica dopo gli sviluppi dell'inchiesta nella quale figurano nomi importanti della magistratura, ha deciso quindi di muoversi senza esitazioni. Di Alfonso Marra parlano alcune delle persone finite in carcere per l'inchiesta della Procura di Roma, facendo riferimento a pressioni su alcuni consiglieri del Csm per favorire la sua nomina alla guida della Corte d'Appello di Milano.

Quanto agli altri magistrati - tra cui il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller - citati nell'ordinanza di custodia cautelare del gip la Prima Commissione ha disposto un'istruttoria chiedendo all'autorità giudiziaria gli atti anche per capire la loro esatta posizione e le eventuali contestazioni nei loro confronti.

"Sono tranquillo - ha commentato Marra - io non c'entro niente in questa vicenda". Le parole del presidente della Corte d'appello di Milano si riferiscono anche alla richiesta dell'Anm che ha invitato i magistrati implicati nel caso a dimettersi, invito che Marra ha respinto affermando appunto la sua estraneità alla vicenda.

Fiorella Pilato, presidente della prima Commissione del Csm, chiuderà entro lunedì prossimo il documento con le contestazioni rivolte a Marra, che verrà convocato nei prossimi giorni per essere ascoltato. Obiettivo della Prima commissione è quello di chiudere l'iter del trasferimento per incompatibilità ambientale entro la fine della consiliatura, il 31 luglio prossimo. I tempi tecnici non permetteranno di
portare in plenum la questione Marra prima di settembre. Gli atti, infatti, devono essere depositati e il magistrato ha 20 giorni di tempo per mettere a punto la sua difesa.

Nel frattempo, la Commissione ha chiesto all'autorità giudiziaria di Roma di riferire se vi siano anche altri magistrati coinvolti oltre a quelli già emersi dalle intercettazioni. Da notizie di stampa, infatti, alla prima Commissione risulta che in una delle intercettazioni non allegate all'ordinanza di custodia cautelare di Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino, vi sarebbe anche il nome di Umberto Marconi, presidente della Corte d'appello di Salerno, in riferimento alla vicenda dell'ex sottosegretario Cosentino 2.


La lunga estate calda della P3 e del Governo

di Marco Sferini
su Lanterne rosse.it del 15/07/2010
Che brutta estate: il caldo è torrido, è un Luglio tremendo e il sole ha il solo pregio di mostrare meglio le malefatte del potere e di chi lo esercita in questo momento. Carabinieri e magistrati stanno scoprendo una vera e propria nuova associazione segreta, chiamata P3, che avrebbe ramificazioni nel mondo politico, imprenditoriale e persino in alcuni settori della magistratura.
Non è ancora ben dato sapere chi muova i fili, chi li abbia tessuti e chi li abbia collegati dal burattinaio (o dai burattinai) ai burattini. Ma di certo c’è che tra l’inchiesta sull’eolico in Sardegna e la P3, la maggioranza di governo scricchiola, rosica e corre ai ripari come può.
Il coordinatore nazionale del PDL Denis Verdini, il sottosegretario Nicola Cosentino (anche coordinatore campagno del partito del presidente del Consiglio), l’imprenditore Flavio Carboni. Nomi e cariche prestigiose che finiscono in una inchiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma con l’accusa di violazione della Legge Anselmi sulle società segrete (per intenderci, la Legge che decretò lo scioglimento della Loggia massonica Propaganda 2 di Licio Gelli e ne avocò tutti i beni e le proprietà allo Stato) e con molte altre imputazioni.
Dopo le dimissioni di Cosentino, che altrimenti avrebbe dovuto passare le force caudine del voto di sfiducia la settimana prossima, ora le indagini prendono diverse pieghe, diverse strade. Una porterebbe anche al presidente della Regione Lombardia Formigoni e al giudice Marra. I Carabinieri sostengono che il gruppo segreto, che questa associazione dovesse riferire poi a “Cesare” i suoi passi, le sue mosse. Il Corriere della Sera spiega che i Carabinieri avrebbero identificato in “Cesare” niente meno che il presidente del Consiglio dei Ministri.
Insomma, nel mentre le indagini vanno avanti, di certo c’è una cosa: viene a galla un nuovo verminaio, una nuova intricata storia di rapporti chiaroscuri (più scuri che chiari) e il nostro Paese riscopre le trame di un tempo, i sotterfugi per sfuggire alle regole democratiche, per intascare fior di milioni di euro e chissà cosa d’altro…
Sarebbe l’ennesima dimostrazione che la cosiddetta “rappresentanza istituzionale” fallisce quando incontra il potere, quando il rappresentante politico viene a contatto con gli interessi economici e, suo malgrado o no (il che spetta alla Magistratura dimostrarlo), si piega al volere del mercato in cambio di quella che, eufemisticamente, potremmo chiamare una “lauta mancia” e che la giustizia, correttamente, chiama “tangente”.
La corruzione, il malaffare, il potere che da funzione pubblica diventa servitore del privato e alimenta una catena infinita di favori, servizi e servitori legati l’uno all’altro dalla promessa del silenzio e, a volte, da queste associazioni che esistono ma non si vedono e che provano a sovvertire la Repubblica e il suo ordine democratico.
Resta il fatto che una gestione del Paese in queste condizioni sarebbe, per qualunque governo, un trauma, una difficoltà enorme. Ma il Cavaliere nero di Arcore minimizza e definisce i presunti associati come “quattro pensionati” un po’ bislacchi: certo, incauti, ma non capaci di tanto. Poi sferra l’attacco alla Magistratura e all’informazione: “Clima giacobino”, dice.
Se davvero fossimo in un clima giacobino servirebbe un Comitato di Salute Pubblica con a capo Robespierre per fare piazza pulita di corrotti e corruttori e per riconsegnare ai rappresentanti della Nazione la forza della “virtù” e la capacità di realizzarla come pilastro della Repubblica con il “terrore”.
Ma il terrore di Maximilien Robespierre sarebbe stato un decongestionante delle vie democratiche otturate dai personalismi e dagli arrivismi, dal lucro e dallo sfruttamento delle proprie posizioni politiche per illeciti arricchimenti davanti ad una popolazione che si sente beffardamente ripetere ogni giorno che la crisi è finita, mentre i saldi cominciano già in estate piena e la gente non ha nemmeno un euro da spendere per una piccola vacanza.
Di certo non ce l’hanno gli operai di Pomigliano d’Arco, come quelli di Termini Imerese o come tantissimi altri che lottano ogni giorno anche in presenza di posizioni sindacali non certo degne di questo nome, visto che vanno a reggere la coda al padronato con sempre maggiore spudoratezza.
Che brutta estate. Fa caldo, un caldo torrido. Non si respira dall’afa praticamente in tutte le città d’Italia. I miasmi della P3 calano su Roma, ma da Palazzo Chigi fanno – per ora – finta di nulla. Almeno fino a che Fini e Bocchino non avranno trovato il momento giusto per dichiarare che l’era berlusconiana è finita e che o si va alle elezioni anticipate o si cerca un accordo tecnico con la minoranza attuale per la transizione.
Ma attenti… al peggio non c’è mai fine… E noi comunisti dovremmo già ora sapere cosa fare in una di queste evenienze. Siamo impreparati e lo sappiamo. Cominciamo a preparaci e non faremo altro che del bene ad un Paese che ogni giorni è preso a schiaffi da una politica che non merita, da degli uomini e delle donne che non meritano di governare.

Governo, Bossi sostiene Berlusconi: “Legge intercettazioni si farà. P2 fa ridere”
Per il Pd il leader del carroccio "ha le traveggole"
Berlusconi se la caverà e si alzerà una mattina e scoprirà di avere la spada ancora affilata e la utilizzerà per fare la guerra”. Ne è sicuro il leader del Lega, Umberto Bossi, che così immagina ciò che accadrà nel Pdl e nella maggioranza guidata dal premier. E annuncia che la legge sulle interettazioni “Si farà. Tutti i giorni si inventano la P2 o la P6. Sono cose che fanno ridere. La gente non vuole essere ascoltata”.

Quasi immediata la risposta del Partito Democratico. “Bossi ha le traveggole”, dice Donatella Ferranti, capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera. “La cosiddetta P3 non è il frutto di una fantomatica campagna stampa quanto il risultato di un’accurata indagine da cui è emersa l’esistenza di una vera e propria associazione segreta volta ad influenzare le istituzioni repubblicane per ottenerne vantaggi. Sarà proprio la legge sulle intercettazioni, che limita le indagini e imbavaglia la stampa, a far proliferare degenerazioni di questo tipo. Il ministro Bossi dovrebbe essere cosciente che votando quel provvedimento attenta alla sicurezza nazionale. Le sue parole sono in ogni caso gravi perché‚ suonano come una minaccia alla stampa”.

Bossi si era detto “tranquillo, andrò in vacanza dopo il federalismo. Abbiamo cominciato a trovare una via, il federalismo andrà in consiglio dei ministri, poi nelle commissioni e da lì parte tutto”. Tanto da ritenere inutili i cambiamenti alla manovra economica invocati dalle regioni. Per loro, dice, “c’è il federalismo. Per le Regioni facciamo il federalismo fiscale”. Aggiunge di ritenersi “soddisfattissimo” dell’approvazione di oggi da parte del Senato della manovra e assicura che però presto anche le Regioni “saranno contente” perché “avranno un po’ di respiro e un po’ di ossigeno. Saranno molto contente”.

Dichiarazioni che Bossi ha rilasciato al termine dell’incontro avuto con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Un incontro durato circa 40 minuti e al quale hanno partecipato anche il capogruppo della Lega al Senato, Federico Bricolo e la vicepresidente del Senato, Rosy Mauro.




www.repubblica.it

Lombardi, intrecci e raccomandazioni - Ecco l'uomo che sussurrava ai giudici

di ALBERTO STATERA
Lombardi, intrecci e  raccomandazioni ecco l'uomo che sussurrava ai  giudici Pasquale Lombardi
Cervinara, paesotto irpino di novemila anime in provincia di Avellino. Eccolo, forse non ci crederete, ma è proprio questo il paesotto. È lontano geograficamente, ma assai vicino idealmente al salotto tripiani di Bruno Vespa a piazza di Spagna dove il Vaticano s'incontra con le esigenze terrene, il luogo della P3 degli affari. È il luogo da dove il geometra Pasquale Lombardi, presunto giudice tributario che sussurrava ai giudici veri, decideva, o tentava di farlo spesso con successo, le nomine ai massimi vertici della magistratura, le maggioranze parlamentari sulle leggi berlusconiane, i grandi affari eolici destinati a Flavio Carboni, sospetto omicida assolto dall'impiccagione di Roberto Calvi sotto il Ponte dei Frati neri a Londra.

Dettava le regole a Cervinara, non a Londra, la fondamentale Colonna Irpina, l'antico lascito del demitismo transitato al berlusconismo, che grande fece con il terremoto questa terra. Ma, ci crediate o no, anche a Roma nei vertici massimi del governo berlusconianio. Da Denis Verdini a Fabrizio Cicchitto, l'ex piduista, fratello di Berlusconi, più sensibile al mondo degli affari.

È nativo proprio di Cervinara non solo Pasquale Lombardi, l'uomo finito in galera per ricostituzione di una loggia massonica segreta come la P2 di gelliana memoria, ma, guarda un po', per nascita dei genitori, anche Marco Milanese, ex ufficiale delle Fiamme Gialle della Guardia di Finanza, oggi deputato del Pdl, ma soprattutto portaborse, anzi di più, alter ego in servizio diuturno effettivo del superministro dell'Economia Giulio Tremonti. Il Tremonti che Berlusconi vive come il principale avversario, aspirante a sostituirlo alla premiership. Possibile che in un buco campano, ignoto ai più, s'intreccino tra l'ignoto Lombardi e il rampante Milanesi le sorti politiche d'Italia? O comunque i cuspidi dello scontro politico nazionale all'interno del Partito delle Libertà ?
Lì vicino impera ancora l'antica potenza irpina demitiana di Nicola Mancino, vicepresidsente del Consiglio superiore della Magistratura, il cui potere locale sembra intatto e che nella vicenda delle nomine ai vertici della magistratura dovrà dare anche lui qualche spiegazione , visto, che dalle intercettazioni è apparso piuttosto sensibile agli ordini della lobby di Cervinara.

E' forse a Cervinara, provincia di Avellino, capitale di ricatti politici provinciali ormai assurti a regola di un regime nazionale che di questo vive, che si consuma la grande diaspora del Partito delle Libertà? E' qui che nasce persino l'insidia al premier impersonata dal superministro dell'Economia, che in questo singolare luogo topico ha il suo principale e superstimato collaboratore, ex agente della tributaria? E' di qui, da Cervinara, antico e nobile paese di briganti, che Lombardi, l'uomo che sussurrava ai giudici, che parte la sfida finale per la leadership fra Berlusconi, Tremonti e Fini, tra indegni dossier su abitudini sessuali e ricatti a sfondo sessuale che nel berlusconismo sono ormai la regola?

Lombardi, l'uomo piccolo ma strategico di Cervinara oggi in galera, pur sconosciuto ai più, lancia i suoi avvertimenti persino a Berlusconi: "Vuonno fa fuori a Berlusconi", gli dice Cosentino, il candidato alla presidenza della Regione Campania silurato a favore di Caldoro, ex socialista un po' meno compromesso, che se la deve vedere col dossier "Froci" in preparazione da parte del contendente, accusato soltanto di camorra. Ma è lui, il piccolo ex sindaco di Cervinara che, nell'anomalia italica del berlusconismo, contribuisce a nominare i presidenti della Cassazione: "Ma perché è colpa di Berlusconi, hai capito?" - dice al telefono l'omino di Cervinara , che Berlusconi stesso presenta oggi come un povero pensionato sfigato insieme ai suoi soci - io ce lo dicette. Perché non si tratta, come lui capo del governo, si mette a contrattare un magistrato di merda con un pubblico ministero, ma tu che cazzo mi dici, ma io c'avess fatto 'na cauciasta e l'avessi fatt'licenzià. I suoi consiglieri non so buoni.." Lui dice che "ce lo dicette" anche a Berlusconi. Si sa, ormai, il livello dei consiglieri è di questo livello, nonostante la cernita lettiana, che poco può rispetto all'anima locale del partito delle Libertà fondato più che su una lobby dei "pensionati" berlusconiani, come vorrebbe il premier, su un coagulo affarista che da Cervinara e da altre ignote località italiche, che, pur in un buco di provincia, dà luogo alla P2 di Licio Gelli per sempre.

L'eterna P3, prima gli affari, del berlusconismo militante.



www.repubblica.it

Licenziamenti, Epifani avverte la Fiat "Sbaglia, rischio radicalizzione"

Licenziamenti,  Epifani avverte la Fiat "Sbaglia, rischio  radicalizzione"
ROMA - "Fiat sta sbagliando strada", dice il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, commentano il caso dei delegati Fiom licenziati 1. "Lo dico con misura, sta sbagliando strada e prima se ne accorge e meglio è. C'è il rischio di una radicalizzazione, una situazione che non va bene nè per i lavoratori, nè per l'azienda, nè per il Paese".
Per Epifani, che ne ha parlato a margine dell'assemblea dell'Abi, "ci vuole un invito alla riflessione che - dice - io invito a fare all'azienda".


Fiat. Masini (Fiom): “Strumentali e prive di fondamento le motivazioni addotte dalla Fiat per
giustificare i licenziamenti di iscritti e delegati del sindacato dei metalmeccanici Cgil”



Enzo Masini, coordinatore nazionale auto della Fiom-Cgil, ha rilasciato oggi la seguente dichiarazione.

“Lo sciopero generale di 4 ore di tutto il Gruppo Fiat proclamato per venerdì 16 luglio dalla Fiom è preceduto, in queste ore, da scioperi e cortei nei diversi stabilimenti del Gruppo stesso. Si tratta di una protesta straordinaria, con grande partecipazione, contro la mancata erogazione del saldo di luglio del Premio di Risultato e contro i licenziamenti di delegati e iscritti Fiom a Mirafiori e a Melfi.”
“Nel caso di Melfi, quanto dichiarato dalla Fiat, ovvero che i tre licenziati avrebbero bloccato i carrelli di rifornimento materiale a lato linea durante uno sciopero, è falso e privo di ogni fondamento. Del resto, quel particolare tipo di carrelli che si muovono in automatico, in occasione di scioperi vengono immediatamente bloccati dai responsabili operativi dell’Azienda anche per evidenti motivi di sicurezza.”
“E’ per ciò evidente che le motivazioni portate dalla Fiat per effettuare i licenziamenti sia a Torino che a Melfi sono strumentali e cercano di nascondere la volontà di soffocare il dissenso e le iniziative di lotta.”

Melfi, Marchionne licenzia

di Antonio Sciotto
su il manifesto del 15/07/2010
Esplode la protesta, oggi corteo. Landini: «È una rappresaglia». Dopo il «caso Mirafiori», fuori altri tre: un operaio e due delegati Fiom
Fiat continua, implacabilmente, a licenziare. Ieri è toccato a un operaio di Melfi, Marco Pignatello, di 33 anni, dopo che martedì la doccia gelata si era riversata su Pino Capozzi, impiegato di Mirafiori. E potrebbero essere messe ugualmente alla porta - sarebbe questione di ore - altre due tute blu di Melfi, entrambi delegati Fiom, che come Pignatello nei giorni scorsi avevano ricevuto una sospensione cautelativa. Un'emergenza talmente pesante, che ieri il lavoratore licenziato e i due rappresentanti della Fiom, Giovanni Barozzino e Antonio Lamorte, sono saliti sulla Porta Venosina, un antico monumento del centro di Melfi, alto circa 8 metri. Sotto la Porta, per tutta la giornata, hanno stazionato decine di operai Fiat, in solidarietà ai colleghi e per protestare contro il clima di terrore diffuso dall'azienda.
Se Capozzi, a Mirafiori, era stato licenziato per aver spedito un comunicato sindacale per mezzo della posta aziendale, i tre operai di Melfi sono incorsi nelle durissime sanzioni Fiat perché avevano partecipato, la settimana scorsa, a un corteo interno alla fabbrica. Sono accusati di aver bloccato un carrello robotizzato, arrecando dunque danno alla produzione. Li abbiamo raggiunti telefonicamente.
«Noi stavamo facendo un regolare sciopero, con un corteo in fabbrica: tutto unitariamente, con Fim, Fiom, Uilm e Ugl», spiega Pignatello. L'operaio, tra l'altro, non è neanche iscritto al sindacato, e lavora in linea di montaggio da ben 11 anni. Durante il corteo è nato un diverbio con un preposto dell'azienda, giusto vicino al carrello, che però secondo Pignatello era «già fermo»: nella discussione erano coinvolti proprio i tre lavoratori, che hanno ricevuto successivamente un provvedimento di sospensione cautelativa; a questo è seguito il licenziamento del primo operaio, mentre per i due delegati la Fiom Cgil si aspetta di ricevere a giorni, se non a ore, una analoga lettera. Ma perché stavano scioperando nello stabilimento di Melfi?
«Circa due settimane fa, in concomitanza con la cassa integrazione - racconta dalla Porta Venusina il delegato Fiom Barozzino, tra l'altro quello eletto con il maggior numero di voti nello stabilimento - la Fiat ci ha comunicato unilateralmente che avremmo dovuto produrre 42 auto in più al giorno, vale a dire ben il 10% in più delle attuali. Abbiamo chiesto di incontrare i dirigenti per un tavolo, discutere le condizioni di quello che appariva come un diktat, ma ci è stato rifiutato. Così abbiamo cominciato a scioperare: quelli del nostro turno, tra l'altro, hanno fatto 50 ore di sciopero consecutive dopo che hanno saputo della nostra sospensione».
La sera stessa del corteo che ha poi originato le sanzioni, tutte le Rsu hanno firmato un documento in cui testimoniavano che i tre colleghi non avevano fatto nulla di irregolare. E l'indomani, i 60 operai presenti alla protesta, hanno portato ai tre sospesi, fuori dallo stabilimento, un'altra dichiarazione, sottoscritta da tutti loro, in cui si afferma che i tre lavoratori non sono colpevoli di aver fermato nessun carrello.
«La Fiat sta mettendo in atto sanzioni pesantissime - riprende il delegato Fiom Antonio Lamorte - il licenziamento di un operaio non iscritto al sindacato può essere un messaggio: questo accade a chiunque segua la Fiom e in generale a chi protesta. Ma il nostro sciopero era sacrosanto: qui i ritmi di lavoro sono già disumani, e non ci si può chiedere di aumentare la produzione del 10% senza neanche sedersi a un tavolo. Adesso rimarremo sulla Porta, giorno e notte, finché non avremo risposte».
Il sole batte sulla Porta Venosina, e solo dopo qualche ora dall'inizio del sit-in gli operai hanno potuto avere un ombrellone, mentre da sotto i colleghi garantiscono la fornitura costante di acqua e cibo. Il caso potrebbe trasformarsi in una «nuova Asinara», a meno che i tre non decidano di scendere perché soddisfatti di qualche passo della Fiat: «Chiediamo anche l'intervento delle istituzioni locali, della Regione - dice Barozzino - Abbiamo anche incontrato Vito De Filippo, il governatore della Basilicata, che però finora non ha fatto nulla di concreto». Pignatello conclude la telefonata spiegando che ha «un mutuo a carico» e che il licenziamento certo non lo mette in una buona condizione, essendoci «pochi posti di lavoro qui nel Sud».
Sul caso interviene il segretario generale Fiom Maurizio Landini: «La Fiat è passata dal ricatto alla rappresaglia e alle intimidazioni ai lavoratori. A questo punto, lo sciopero di 4 ore del 16 luglio assume un'importanza ancora maggiore. Servirebbe un ritorno alla saggezza e responsabilità da parte dell'azienda». Duro anche il giudizio della Cgil confederale: «In questo modo la Fiat fa salire la tensione sociale».


www.rassegna.it

I tre licenziati di Melfi: “Accuse false”

Arriva la lettera di licenziamento anche per i due delegati di fabbrica della Fiom. Gli operai non lasciano il tetto di Porta Venosina all’ingresso della città del Vulture. L’accusa dell’azienda è di avere bloccato un carrello dentro la fabbrica
di A.F.
Provati, stanchi, ma non hanno intenzione di mollare Antonio La Morte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli, i tre operai della Fiat Sata di Melfi, saliti 48 ore fa, sul tetto di Porta Venosina, all’ingresso della cittadina del Vulture, in Basilicata. Dopo il licenziamento di Pignatelli, oggi (15 luglio) è arrivata la lettera di licenziamento anche per i due delegati di fabbrica della Fiom. I tre erano stati sospesi, subito dopo uno sciopero, proclamato unitariamente dai sindacati contro l’aumento dei carichi di lavoro in presenza della cassa integrazione, nella notte tra il 6 e il 7 luglio.

L’accusa rivolta dell’azienda è di avere bloccato un carrello che trasporta componenti all’interno della fabbrica. Nella lettera di licenziamento si parla addirittura di “illiceità” del comportamento avuto dai tre durante il corteo interno. Il sindacato intanto ha impugnato il provvedimento per comportamento antisindacale. Quella del Lingotto, spiega Antonio La Morte, delegato di fabbrica della Fiom raggiunto telefonicamente questo pomeriggio, “è un’accusa completamente falsa. Dopo il flop del referendum di Pomigliano - aggiunge - l’azienda vuole colpire il diritto allo sciopero dei lavoratori, licenziandoci”.

I tre sono da 48 ore in condizioni difficili, senza la possibilità di usare il bagno. Sono i colleghi della Sata a rifornire di acqua e di cibo i tre operai, che aspettano lo sciopero di 8 ore dello stabilimento e la manifestazione di domani che si concluderà proprio sotto la Porta Venosina.
 
Licenziamenti Fiat, sciopera anche Piaggio a Genova
In concomitanza dello sciopero generale dei lavoratori Fiat di domani (16 luglio) anche i delegati Fiom della Piaggio Aero proclamano un'ora di stop a fine turno “per solidarietà e a sostegno dei lavoratori licenziati” dal Lingotto. È quanto si apprende da una nota della Cgil ligure.“Dopo il licenziamento di ieri a Mirafiori del giovane impiegato - si legge nella nota - il provvedimento è toccato all'operaio iscritto alla Fiom di Melfi. Un atto che prelude probabilmente anche al licenziamento dei due delegati dei metalmeccanici Cgil tutt'ora sospesi dal lavoro”.

Fiat: sciopero unitario alla Iveco, adesione quasi totale

Uno sciopero unitario è in corso alla Iveco di Torino, azienda del gruppo Fiat, con circa 1000 lavoratori che sono usciti in corteo dallo stabilimento. L'adesione tra gli operai è del 90%. Lo riferisce Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom di Torino che spiega: "I lavoratori non accettano quanto Fiat ha detto ieri all'incontro sul Premio aziendale".




www.rassegna.it

Migranti, a Potenza si rischia nuova Rosarno

Nel centro per gli stagionali extracomunitari di Palazzo San Gervasio “si rischia una vera e propria emergenza umanitaria” con possibili problemi di ordine pubblico
A Palazzo San Gervasio (Potenza), dove ha sede un centro per i lavoratori stagionali extra-comunitari, si rischia di andare verso una vera e propria emergenza umanitaria e a possibili problemi di ordine pubblico. A denunciare il rischio è la Flai Cgil nazionale. Il centro, in piedi da circa dieci anni, non è attrezzato per accogliere i circa mille braccianti che si riverseranno tra qualche settimana nelle campagne della zona per lavorare alla raccolta dei pomodori. La maggior parte di questi arrivano dalle precedenti raccolte in Puglia ma anche dalle fabbriche del nord Italia e, generalmente, sono tutti tenuti sotto ricatto dai caporali. La Regione Basilicata e i Comuni non sono riusciti ancora a trovare delle soluzioni concrete per rendere vivibile il campo e per individuare luoghi alternativi di accoglienza per i lavoratori. I soldi spesi finora, quantificati negli anni in circa un milione di euro, invece sono andati sprecati o sono stati comunque mal gestiti.

“Siamo di fronte al solito pasticcio all’italiana – ha dichiarato il segretario generale della Flai Cgil Stefania Crogi – perché come ogni anno a Palazzo San Gervasio ci si scontra con l’emergenza legata alla raccolta estiva dei pomodori senza riuscire a programmare per tempo interventi mirati e strutturali per accogliere i lavoratori. Tutte le ricerche di soluzioni alternative – ha continuato Crogi – si sono dovute scontrare finora contro un muro, fatto di una burocrazia pesante e della mancanza di volontà politica da parte delle istituzioni locali ma anche degli imprenditori agricoli che non si sono resi disponibili a collaborare”.

“Ci appelliamo pertanto alla Regione Basilicata, ai Comuni e alle organizzazioni agricole – ha concluso il segretario generale della Flai – affinché si adoperino in tempi brevissimi a sbloccare questa situazione se non si vuole che un migliaio di lavoratori dormano all’aperto o in rifugi di fortuna senza alcuna assistenza, senza avere accesso all’acqua potabile o ai servizi igienici”.






www.rassegna.it

Bergamo, 63 esuberi al linificio Marzotto

“In esubero ci sono 54 operai e 9 impiegati, 63 lavoratori in tutto, che per il Linificio e Canapificio Nazionale di Villa d’Almè (Bergamo) significa pressoché lo svuotamento. Infatti nello storico stabilimento tessile, che fa parte del gruppo Marzotto, lavorano, oggi, 98 persone. La notizia è arrivata ufficialmente oggi per iscritto. Da pochi minuti si è conclusa anche la prima assemblea dei lavoratori”. Ne dà notizia la Cgil di Bergamo. “L’organico residuo previsto dall’azienda è di 20 persone negli uffici, per la gestione degli stabilimenti che il Linificio ha in Tunisia e Lituania, e di soli 15 lavoratori in produzione” spiega Enio Cornelli della Flictem all’uscita dell’assemblea.

“Cinque anni fa - spiega il sindacalista - quando i dipendenti erano duecento, iniziò la fase di tagli. Gli ultimi lavoratori in esubero hanno lasciato il linificio all’inizio dello scorso gennaio. Pensavamo che, davvero, sarebbero stati gli ultimi, anche se l’azienda continuava a non andar bene. Tuttavia la fabbrica era stata, nei mesi scorsi, ristrutturata per adeguare gli spazi alla ridotta capacità produttiva. Ora, ancora tagli. Manifestiamo una forte contrarietà, naturalmente, sia perché il Linificio ha sempre parlato dell’alto valore del made in Italy e con 15 operai sarà difficile continuare a farlo, sia perché con numeri così bassi è davvero difficile immaginare un futuro di ripresa”.

Con l’annuncio di oggi partono i 75 giorni previsti per la trattativa. Un incontro con l’azienda è già fissato per la mattina del 22 luglio (nel pomeriggio, poi, si svolgeranno le assemblee). Oltre agli esuberi bergamaschi, è stato anche già prefigurato il destino, ancora più duro, dei lavoratori dello stabilimento a Fossalta di Portogruaro, in provincia di Venezia, dove lavorano in 206. La proprietà ha deciso di chiuderlo.






www.rassegna.it

Sielte, Tribunale decide reintegro lavoratore licenziato


Accade a Modena. La Fiom: “Da tempo l’azienda agisce modo discriminatorio e antisociale”. Il 23 luglio manifestazione nazionale presso la sede centrale di Roma
“La Sielte è stata condannata dal Tribunale del lavoro di Modena a reintegrare il lavoratore che, dopo uno sciopero, era stato licenziato per rappresaglia”. Lo afferma in una nota Laura Spezia, della Fiom Cgil nazionale. “Preoccupa – aggiunge la sindacalista - il clima sempre più diffuso di intimidazione che le imprese costruiscono contro i lavoratori che esercitano il diritto costituzionale di sciopero, garantito dalla nostra Costituzione. La decisione assunta dal Tribunale di Modena si qualifica, invece, come corretta e esemplare”.

Il gruppo ha oltre 2.000 dipendenti sparsi su tutto il territorio nazionale ed è leader nel settore delle installazioni telefoniche.“Da tempo - prosegue la nota - che l'azienda mette in essere comportamenti irrispettosi nei confronti dei lavoratori, dei diritti e delle leggi esistenti, e rifiuta un confronto serio con il sindacato sugli strumenti utili a tutelare il lavoro e i lavoratori, agendo in modo discriminatorio e antisociale. Per queste ragioni, venerdì il 23 luglio si terrà uno sciopero generale di tutta la Sielte con manifestazione nazionale, a Roma, presso la sede centrale della società.”






www.rassegna.it


Cassa integrazione: Cgil, verso record utilizzo in 2010

Fammoni: “Nel primo semestre 89 milioni di ore in più rispetto all’anno scorso”
“Le ore di cassa integrazione effettivamente usate fino ad ora sono 329 milioni rispetto alle 240 dei primi sei mesi dello scorso anno: si tratta di 89 milioni di ore in più e a fine anno è facile prevedere che purtroppo sarà superato il record storico di ore di cassa integrazione”. Così Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil, replica al dato sul ‘tiraggio’ della cassa integrazione fornito oggi (15 luglio) dall’Inps.

Il dirigente sindacale, infatti, fa sapere che “prendendo come stabili i dati del tiraggio dei primi 4 mesi 2010 dell’Inps, anche se a fine anno il dato del tiraggio è sempre stato più alto dei primi 4 mesi, e confrontandolo col tiraggio finale del 2009 questi sono i dati reali: a giugno del 2010 sono state effettivamente utilizzate 329 milioni di ore mentre nello stesso mede dello scorso anno le ore utilizzate erano 240 milioni”.

Si tratta, sottolinea
Fammoni, “di 89 milioni di ore in più nei primi sei mesi dell’anno e a fine anno è facile prevedere che purtroppo sarà superato il record storico di ore di cassa integrazione. Sostanzialmente a giugno 2010 abbiamo già raggiunto le ore effettivamente utilizzate effettivamente a fine agosto del 2009 e dalle nostre sedi non giunge notizia di diminuzione del numero delle richieste. Questa è la realtà - conclude Fammoni -. Alla luce dei dati reali ciò che veramente servirebbe è la certezza della prosecuzione delle tutele nel 2011, a partire dagli ammortizzatori in deroga, di cui però nella manovra appena approvata non c’è traccia”
.





www.rassegna.it

Ccnl giocattoli: firmato accordo, aumento 106 euro

Circa cinquemila i lavoratori interessati. Intesa valida fino al 2012, via libera da tutti i sindacati. “Una tantum” di 120 euro
Oggi (15 luglio) a Macerata, presso la sede dell'Unione Industriali, Filctem Cgil, Femca Cisle Uilta Uil hanno siglato con Assogiocattoli-Confindustria l'ipotesi di accordo per il contratto nazionale di lavoro degli oltre 5.000 dipendenti delle aziende che producono giocattoli. L'intesa sottoscritta è valida per il triennio 1 gennaio 2010 – 31 dicembre 2012 e prevede un aumento medio sui minimi di 106 euro (al 3° livello). Una “una tantum” di 120 euro coprirà il periodo di vacanza contrattuale 1 gennaio-30 giugno 2010. È quanto si apprende da una nota della Flictem Cgil.

Per la parte normativa, oltre a un notevole impulso alla contrattazione di secondo livello, viene introdotta per la prima volta, una novità di assoluto rilievo: dal 1 dicembre 2012 verranno erogati 200 euro lordi per tutti i lavoratori di quelle aziende che non attuano la contrattazione di secondo livello, rappresentando con ciò un elemento di garanzia retributiva. Sul fronte invece degli inquadramenti, opererà una commissione paritetica che – entro il 30 giugno 2011 – metterà a punto una proposta per nuovi profili professionali più consoni alla attuale organizzazione del lavoro. Inoltre, dal 1 gennaio 2012, viene elevato a 1,50, dall'attuale 1,20, il contributo paritetico a “Previmoda”, il fondo di previdenza complementare del settore.

Soddisfazione negli ambienti sindacali per il risultato conseguito “che rappresenta – commenta Gian Piero Ciambotti, della segreteria nazionale Filctem Cgil – una concreta, anche se parziale, risposta in difesa del salario dei lavoratori del settore, messo a dura prova dalla crisi in atto”. Con questa intesa, conclude la nota del sindacato, “salgono a tredici i contratti nazionali rinnovati nel ‘perimetro’ Filctem, in poco meno di otto mesi (riguardano oltre 1.300.000 lavoratori), superando di fatto l'accordo separato del gennaio 2009”.






www.rassegna.it

Emilia Romagna, al via campagna contro caporalato in edilizia

L'iniziativa del sindacato edili Fillea
di M.G.
Guanti da lavoro e magliette con la scritta “Liberi dai caporali”, accanto al logo Fillea: da oggi i sindacalisti della categoria delle costruzioni Cgil dell’Emilia Romagna saranno sguinzagliati nei cantieri della regione con questa “attrezzatura”, per una grande campagna contro il caporalato, contro il lavoro irregolare e insicuro, sull’onda dell’iniziativa promossa dalla Fillea nazionale. Il senso dell’operazione è stato spiegato in una conferenza stampa dal segretario generale Fillea Emilia Romagna Valentino Minarelli, insieme ai dirigenti di categoria di Bologna, Parma, Reggio Emilia, Forlì e Ravenna. “Punto di partenza della campagna – ha detto Minarelli - sono i posti di lavoro, nei quali svolgeremo centinaia di assemblee e un‘attività capillare di sensibilizzazione/informazione, perché il nostro primo obiettivo è coinvolgere i lavoratori nella denuncia del fenomeno e nella battaglia per arginarlo.”

Il reato di caporalato, oggi perseguito solo con una ammenda, va equiparato a quello di traffico di esseri umani, perseguibile penalmente. E’ una delle richieste della Fillea, che in Emilia Romagna sollecita maggiori controlli da parte degli organismi addetti alla vigilanza, ma anche da parte dei committenti durante l’esecuzione dei lavori; chiede che vengano introdotte misure di controllo più stretto in tutti i bandi di gara pubblici e nei criteri di accreditamento degli operatori indicati per la esecuzione di lavori, che godono direttamente o indirettamente di finanziamenti pubblici; propone inoltre forme di premialità per le imprese socialmente responsabili su tutta la filiera, compreso il sub appalto. “La campagna svilupperà una rete di iniziative delle strutture territoriali, in collaborazione con la Fillea regionale – aggiunge Minarelli -, in rapporto con gli enti preposti alla vigilanza, con le amministrazioni pubbliche, con tutti gli operatori del settore impegnati a salvaguardare la regolarità nei cantieri anche contro le infiltrazioni malavitose. Siamo allarmati perché la crisi economica ha ulteriormente accentuato i rischi di degenerazione già presenti.”


La Fillea stima che in territorio regionale, rispetto al 2008, alla fine del 2010 mancheranno ventimila dipendenti nelle costruzioni, settore che ha subito un rallentamento del 20% dall’inizio della crisi, arretrando ai dati di dieci anni fa in termini di volume di affari. Una realtà che esaspera la competizione, sempre più al limite della legalità, lasciando spazio a caporali vecchi e nuovi, che allignano nel subappalto sfruttando lavoratori assoldati a paga globale giornaliera, settimanale o mensile, o in variegate altre forme di sottomissione e sfruttamento, contro le quali la Fillea invita ad organizzarsi e reagire.





www.rassegna.it

Governo: Italia Oggi, un posto da ministro per Bonanni

In un articolo tra il retroscena e il gossip il quotidiano ipotizza l'ingresso del leader della Cisl nell'esecutivo o in alternativa alla presidenza dell'Inps
"Per il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni sembra proprio essere arrivato il tempo di un cambio di poltrona. Da qualche settimana si sta vociferando di un suo possibile incarico come ministro dello sviluppo economico, al posto del dimesso Claudio Scajola, o come presidente dell'Inps". E' quanto scrive nell'edizione odierna in un articolo dal titolo "Un posto di governo per Bonanni", il quotidiano Italia Oggi.

Nell'articolo a firma di Roberto Miliacca, si sostiene infatti che "le quotazioni del segretario" sono in crescita. "A confortare indirettamente questa possibilità - si legge - è stato ieri anche il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, che, intervendo all'assemblea romana di Confcooperative, ha rivolto al segretario della Cisl qualcosa di più di un'attestazione di stima". Tremonti ha infatti detto riferendosi a Bonanni "È un uomo di Stato. Un uomo che ha un profondo senso della responsabilità politica".

Ma Italia Oggi ipotizza anche un altro passaggio
importante di poltrona: quello che vedrebbe Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, prendere il posto di presidente del Cnel. Tuttavia Miliacca sottolinea nel suo articolo che "La doppia e contemporanea uscita dei due numero uno delle maggiori organizzazioni sindacali, visto anche il sostanziale isolamento poltico della Cgil, non verrebbe vista molto bene dai loro iscritti, che contesterebbero la deriva politica dei due segretari. È probabile, quindi, che nel grande valzer delle poltrone, qualcuno, per opportunità, decida di fermarsi un giro. Nelle prossime torride giornate estive si deciderà chi".






www.rassegna.it

Agile/Eutelia: Fiom, arresti confermano nostre denunce

“Gli arresti effettuati dalla Procura di Roma confermano quanto il sindacato denuncia da tempo: la cessione da Eutelia ad Agile e l’acquisizione da parte del gruppo Omega, tutto era meno che una scelta industriale. Se dovesse essere confermato quanto emerge dall’inchiesta, la cessione nasconderebbe un enorme scarico di debiti finalizzato ad evitare il fallimento di Eutelia”. E' quanto scrivono in una nota Laura Spezia e Fabrizio Potetti della Fiom nazionale.

"Grazie anche alle nostre iniziative
- proseguono i sindacalisti - ora sia Agile che Eutelia sono sotto una gestione commissariale, decretata dai tribunali fallimentari di Roma ed Arezzo. Per la Fiom si tratta di un risultato importantissimo. Per lavorare ad un progetto che consenta di sviluppare al massimo le potenzialità che ancora esistono nelle due realtà, noi riteniamo importante riportare indietro il ramo ceduto”.

“Serve, tra le altre cose
- si legge ancora nella nota - ripristinare una gestione dei contratti di appalto più lineare e diretta in considerazione del fatto che molte attività risultano in capo ad Eutelia ma svengono svolte da lavoratori di Agile. Questo avrebbe il duplice effetto di rasserenare il rapporto con i clienti e semplificare tutta l’organizzazione del lavoro e la gestione delle attività”. Spezia e Potetti sottolineano infatti che "malgrado quanto accaduto sulle spalle dei lavoratori e della collettività, diverse commesse e attività sono ancora attive nelle due realtà, la gestione unitaria dell’amministrazione straordinaria oltre che rendere giustizia sarebbe lo strumento più semplice per la ricerca di soluzioni e alternative per tutti i lavoratori”.

"Il danno subito da tante lavoratrici e tanti lavoratori
non è solo sul piano economico ma anche di prospettiva - concludono i due esponenti della Fiom - Il 22 luglio, il Tribunale di Arezzo si esprimerà sulla costituzione di parte civile della Fiom e di circa 800 dipendenti di Agile. Il Governo con provvedimenti mirati, una unica gestione commissariale ed il sostegno delle amministrazioni locali, possono davvero produrre quello sforzo necessario per ridare un futuro e una risposta a tutti i lavoratori”.






www.ansa.it

Mafia: 110 anni a clan Lo Piccolo

Sette assolti e cinque imprenditori scagionati

15 luglio, 22:28

Mafia: 110 anni a clan Lo Piccolo (ANSA) - PALERMO, 15LUG -Condanne per 110 anni sono state inflitte dalla 1/a sezione della Corte d'appello di Palermo a 19 dei 26 imputati del processo 'Occidente' 7assolti. Le persone coinvolte sono ritenute appartenenti o vicine al clan dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Scagionati l'imprenditore Francesco Sparacio, Saverio Privitera, Salvatore Prano e Gioacchino Sapienza e Giuseppe Gelsomino. Confermate le assoluzioni di Antonio Privitera e Francesco Paolo Spinelli.

Ridotta la pena a Davide Pedalino.









www.ilfattoquotidiano.it


L’abusino del morattino
Il figlio del sindaco di Milano a processo perché si rifiuta di pagare la ristrutturazione (illecita) della casa: piscina, palestra, poligono di tiro e parcheggio auto a scomparsa stile Batman
Se a fare un abuso edilizio è il figlio del sindaco, una piccola storia metropolitana diventa un caso politico. Se poi il figlio è Gabriele Moratti, trentaduenne rampollo di Letizia, primo cittadino di Milano, e di Gianmarco, petroliere, allora la storia diventa gustosa. Anche perché ha come sfondo la Bat-caverna. E come esito un processo, causato dal fatto che il rampollo si rifiuta di pagare la ristrutturazione (abusiva).
Andiamo con ordine. È un giornalista del Giornale a scoprire, girando per il Palazzo di Giustizia milanese, che è in corso una causa civile intentata da un’azienda che vuole essere pagata per i lavori realizzati in uno stabile di via Cesare Ajraghi, zona Certosa. L’azienda è la Hilite, specializzata in domotica, ossia in alta tecnologia applicata alle abitazioni. Sono quelli che realizzano le case del futuro, piene di elettronica e altre meraviglie. La Hilite è intervenuta in uno spazio che un tempo era un laboratorio e ora è una dimora avveniristica, con zone soggiorno, cucina, area party, camere padronali e per gli ospiti, servizi, giardino, piscina, palestra, poligono di tiro, parcheggio auto a scomparsa. “Il modello sembrava la caverna di Batman”, dice uno dei testimoni sentiti dal cronista del Giornale.
I problemi nascono quando la Hilite emette fattura, ma non riceve il pagamento. Il giovane cliente non salda, perché sostiene che i lavori sono stati eseguiti male. La contesa finisce davanti al giudice che, a metà marzo, decide: decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo per l’importo di 127 mila euro. Il Robin della Bat-caverna continua a far finta di niente. Il 25 maggio, scatta il pignoramento: bloccati il conto di Moratti Gabriele presso la banca Monte dei Paschi di Siena (poca roba: 2 mila euro) e un dossier titoli (per circa 6 mila euro). Allora si aggiunge il sequestro del quinto dello stipendio: 1.242 euro al mese che l’azienda petrolifera paterna, la Saras, paga a Gabriele come compenso per le sue prestazioni di amministratore.
Segue ricorso e i giudici in futuro decideranno come procedere. Ma intanto la causa giudiziaria fa scoprire il vero problema di questa piccola storia metropolitana: l’abuso edilizio. Sì, perché le quattro unità di via Ajraghi, accorpate in un’unica dimora e trasformate nella Bat-caverna del Morattino, sono spazi a uso non abitativo. Sono accatastati sotto la sigla C3, ovvero “laboratori per arti e mestieri”. Ma sono stati trasformati in residenza di superlusso. Lo dimostrano i documenti del Comune di Milano, pratica numero 5890 del 4 agosto 2009. Certificano che Moratti Gabriele ha avanzato all’amministrazione del sindaco Moratti Letizia domanda di “ampliamento, ristrutturazione edilizia” con “ampliamento di unità ad uso laboratorio, accorpamento di quattro unità in unico laboratorio, formazione di piano cantina, chiusura di patio”. Invece la ristrutturazione, realizzata dall’impresa Cle sas di Maldi Ezio & C., direttore lavori Fabrizio Santuccio, e completata dai miracoli domotici della Hilite, ha trasformato uno spazio laboratorio in residenza di lusso. Non ha niente da dire Moratti Letizia, in quanto mamma di Gabriele, ma soprattutto in quanto sindaco dei milanesi?






Non refusi, mascalzonate


Maurizio Sacconi, ministro del welfare può scegliere: preferisce essere definito «cretino» o «mascalzone»? Perché tanto accanimento contro un ministro ex socialista? La colpa è tutta di un «refuso», come lui stesso ha definito un emendamento alla manovra correttiva del governo presentato dal relatore Azzolini: introduceva una stretta sulle pensioni di anzianità, quelle maturate con almeno 40 anni di contributi: «non era intenzione né del governo né del presidente della commissione bilancio – affermò Sacconi – introdurre questa norma. Cancelleremo il refuso». Falso clamoroso.
Ieri è intervenuto Giulio Tremonti a «dare la linea». Da Bruxelles ha fatto sapere che l’emendamento che avrebbe fatto saltare il limite dei 40 anni di contributi utili per la pensione «non era un refuso». Al contrario «la riforma è stata fatta passare in Italia con un emendamento senza alcuna protesta, nella pace sociale, senza un solo giorno di sciopero». In realtà il manifesto fin dall’inizio (2 luglio) sentì puzza di bruciato: la marcia indietro del governo non ci convinceva: era la logica continuazione della politica degli annunci e poi delle ritrattazioni frettolose, ma non troppo.
Il tutto basato sul principio che è importante che di certi aspetti sgradevoli si cominci a parlare. Perché quando la decisione verrà presa sul serio, la gente vi avrà già fatto «il callo». Ma si governa in questo modo? E quando domani il senato voterà a scatola chiusa e senza dibattito la fiducia alla manovra, che testo sarà approvato? Perché Tremonti è così trionfalista? Perché lui e Berlusconi non fanno come si fanno tutti i governi a cominciare da quelo consevatore di Cameron che bastonano le masse, ma almeno hanno il coraggio di affermarlo? Chiaramente siamo di fronte a un vuoto di democrazia, al trionfo del doppio gioco.
Ha ragione la Cgil: quella alla quale stiamo assistendo è «una manomissione strutturale del sistema previdenziale, fatta di nascosto, contro i lavoratori e soprattutto le lavoratrici, con il solo obiettivo di fare cassa». Il tutto con la copertura dell’Unione europea che ha fornito l’alibi per far innalzare l’età (a 65 anni) delle lavoratrici pubbliche sostenendo che i loro 60 anni ledevano gli interessi degli uomini.
Vale la pena ricordare che le pensioni con la «riforma dei parametri» sono sempre più sottili; che le liquidazioni sono più piccole e che l’età per maturare il diritto alla pensione sta crescendo e crescerà (ogni 3 anni) sempre di più. Il tutto mentre si sta innalzando l’età dell’entrata nel mondo del lavoro, il lavoro stabile è una chimera e i contributi per i lavori atipici sono una vergogna che non garantisce il loro futuro.
A Tremonti, però, tutto questo piace. E se ne vanta. Chissà se lo fa anche nelle cene con Bonanni (Cisl) e Angeletti (Uil) che da un po’ di tempo sono parecchio «culo e camicia», come direbbe Renato Pozzetto, con governo e padroni. Quello che ha trionfato è l’idea classista che la fuoriuscita dalla crisi la debba pagare il lavoro privato di ogni diritto. A cominciare dalla stabilità del posto di lavoro, fino al salario. Purtroppo il berlusconismo ha trionfato.
di Galapagos su “Il Manifesto”





www.repubblica.it

Calvi, per la Corte d'appello non si suicidò ma è stato ucciso

Le motivazioni dei giudici della pronuncia del 7 maggio, che confermò le assoluzioni di Flavio Carboni, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi per l'omicidio del banchiere, trovato impiccato nel 1982 a Londra

 Calvi, per la Corte d'appello non  si suicidò ma è stato ucciso  Roberto Calvi in una foto del 1981
 
ROMA - La Corte d'assise d'appello di Roma ritiene che "Roberto Calvi non si sia suicidato" dunque "è stato ucciso". Si legge nelle motivazioni della sentenza con la quale, il 7 maggio scorso 1, sono state confermate le assoluzioni di Flavio Carboni, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi per l'omicidio del banchiere , trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte londinese dei 'Frati Neri'.

Nelle motivazioni della sentenza i giudici sottolineano la presenza di molti moventi e interessi per la morte di Roberto Calvi. "Troppi sono i moventi alternativi ipotizzabili - si legge nella sentenza - e troppi i soggetti e le organizzazioni che avrebbero avuto interesse all'eliminazione di Calvi: dalla mafia, alla camorra, alla P2, allo Ior e ai politici italiani (beneficiari delle tangenti o interessati a cambiare l'assetto del Banco Ambrosiano o a mutare gli equilibri di potere all'interno del Vaticano)".

E, in questo ambito di ipotesi, "possono anche comprendersi i Servizi segreti inglesi, essendosi acclarato che Calvi aveva, tra l'altro, finanziato l'invio di armi ai dittatori argentini nel periodo in cui era in atto il conflitto bellico per le isole Falkland. E così anche i Servizi segreti italiani, che hanno mostrato (avvalendosi pure del loro ambiguo collaboratore Pazienza) di essere sempre informati di tutto e di aver seguito sino all'ultimo le mosse di Carboni e Calvi".

Per quanto riguarda in particolare i tre imputati, la Corte con riferimento a Carboni osserva che non vi è dubbio che su di lui gravino indizi consistenti che però vengono poi resi vanificati da elementi di segno opposto. "La pluralità di moventi alternativi non pare concentrarne uno più specifico ed assorbente in danno di Carboni i cui interessi erano in sintonia con il mantenimento in vita del banchiere".

Quanto a Pippo Calò le dichiarazioni fatte dai collaboratori di giustizia risultano in contrasto tra di loro o smentite da altre risultanze del processo. "Pur ammettendo che Calò creditore del Banco Ambrosiano potesse trarre un qualche beneficio dalla soppressione di colui su cui pare avrebbe potuto indirizzare pressioni intese a recuperare quanto versato, non è detto che poi abbia attivamente coltivato questo interesse".

Infine, per quanto riguarda Diotallevi c'è solo una certezza e cioè che il suo contributo fu finalizzato all'espatrio clandestino di Roberto Calvi.





www.articolo21.org



Inciucio, la nuova frontiera



di Loris Mazzetti


Il Pd ha deciso di riformare la Rai. Il grido dall’allarme lanciato dal segretario Bersani riguarda l’attuale gestione che squalifica il servizio pubblico, e i partiti che devono abbandonare la tv di Stato per renderla autonoma. Il problema si risolverebbe con un cda composto da nove consiglieri di cui “solo” quattro di nomina parlamentare, lontani da cariche politiche da almeno due anni (non si comprende perché non da sempre visto la premessa). Un po’ come chiedere alle cellule tumorali di abbandonare il corpo di un malato terminale senza una cura adeguata. Per vincere il cancro che mina il pluralismo e la democrazia nel nostro Paese bisogna, una volta per tutte, risolvere il conflitto di interessi, altrimenti il rischio è quello di fare solo propaganda politica.
Le televisione, da sempre, sono terreno di inciucio. Un vizio che parte dei diessini non vogliono perdere. Accadde nel 1998 con D’Alema presidente del Consiglio, che visitando le tv di Berlusconi, regalò ai posteri una delle sue frasi memorabili: “Mediaset grande patrimonio del Paese”. Un po’ come dire: “Caro Cavaliere stai sereno che non toccherò le tue tv nonostante la Consulta”. L’anno prima, dopo l’intervento della Corte Costituzionale causa l’eccesso di concentrazione delle frequenze, che condannava Rete 4 a trasferirsi sul satellite, il ministro Maccanico fece una legge che consentì alla tv di continuare a trasmettere sulla frequenza che di diritto apparteneva a Europa 7. Nel 2003 Luciano Violante in un suo intervento alla Camera disse che “sin dal 1994 Berlusconi aveva avuto la garanzia che le sue tv non sarebbero state toccate”. Nel 2006 il governo Prodi, dopo che la legge Gasparri, fatta ad uso e consumo del Cavaliere, aveva subito l’ennesimo procedimento di infrazione dall’Unione Europea, perché non compatibile con le regole sulla concorrenza, poteva correre ai ripari utilizzando lo strumento del decreto, invece, preferì soprassedere per puro calcolo di opportunità: la maggioranza al Senato viveva grazie ad alcuni eroici senatori a vita. Prodi propose una nuova legge, la Gentiloni, che non uscì mai dalle commissioni, nonostante avesse avuto il consenso di tutto il centro-sinistra compreso Rifondazione, unico contrario Mastella.
Durante la presentazione della riforma sulla Rai del Pd, ad un certo punto nella sala
è entrato un ospite inatteso (veramente inatteso?), il consigliere d’amministrazione, nominato dal Tesoro, Angelo Maria Petroni (al terzo mandato in Rai, quasi un record), uomo di fiducia di Tremonti, quello che vuole essere considerato sopra le parti, altrimenti sono querele. Definito da Calderoli, durante uno dei tanti incontri montanari: “Il nostro filosofo di riferimento”. Già responsabile del dipartimento delle politiche istituzionali europee di Forza Italia, candidato a ricoprire il ruolo di rettore nell’università di Berlusconi dedicata al pensiero liberale. In tutto questo nulla di strano se Petroni non avesse, a sua volta, presentato un progetto per una nuova governance del servizio pubblico, molto simile a quello del Pd.
Oggi a Roma all’Isimm (l’istituto per lo studio dell’innovazione, un salotto buono dove da un po’ di tempo le parti moderate dei due schieramenti politici si incontrano), si svolgerà un convegno il cui tema è la nuova governance della Rai. Tra i vari relatori, Petroni e Matteo Orfini, molto vicino a D’Alema, responsabile del Pd per l’informazione e la cultura, che si confronteranno sulle reciproche proposte. L’apoteosi dell’inciucio si sta per compiere.








Pedofilia, da Vaticano giro di vite su abusi

Giro di vite da parte del Vaticano per combattere i delitti dei preti pedofili: la prescrizione per tali reati passa adesso da 10 a 20 anni, gli abusi sessuali sugli handicappati psichici vengono equiparati a quelli sui minori, si introduce il “delitto di pedopornografia”, anche i cardinali possono essere giudicati. Sono alcune delle modifiche al documento “Delicta Graviora” uscito nel 2001.

Molte le novità introdotte. Anche i laici potranno fare parte dei tribunali ecclesiastici incaricati di pronunciarsi sui casi di preti pedofili. Il Vaticano prevede adesso di avvalersi “come membri del personale dei tribunali, o come avvocato o procuratori, non solo più di sacerdoti, ma anche laici”. Ciò specialmente nel caso di abusi sui minori, ha precisato il procuratore della Giustizia vaticana, monsignor Charles Scicluna. Nei delitti contro la fede, inoltre, e in quelli “più gravi” contro i costumi e la morale (in cui rientra la pedofilia), la Congregazione per la Dottrina della fede “ha il diritto” di giudicare anche i cardinali.



Nessun commento:

Posta un commento